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La gioia dei giocatori dell'Atalanta per la qualificazione alla finale di Coppa Italia (lapresse)

Atalanta-Fiorentina, il commento di Gianni Mura: nella finale all'Olimpico non ci sono favorite

Anche se non gioca benissimo, l'Atalanta legittima la sua quarta sfida per la Coppa Italia. La colpa della Fiorentina è di essersi rassegnata. Ora per Gasperini c'è la Lazio
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Anche quando l’Atalanta non gioca benissimo, come ieri sera, non riesce a giocare male. Per questo, in rimonta, legittima la sua quarta finale di Coppa Italia. Come all’andata, con meno reti però, è successo un po’ di tutto. Se in avvio la Fiorentina avesse concretizzato le palle-gol costruite, sarebbe stata sul 3-0 dopo dodici minuti. Invece, ha dovuto accontentarsi della fulminante azione in contropiede, da Veretout a Chiesa a Muriel, che la portava in vantaggio dopo soli tre minuti. Altri dieci minuti e l’Atalanta pareggiava, su un rigore abbastanza ingenuo, ma esistente, di Ceccherini su Gomez. A questo punto, un po’ alla volta, lievitava il gioco dei nerazzurri e si spegneva quello dei viola, che comunque, con quattro punte, hanno avuto un finale orgoglioso, alla ricerca di un 2-2 che non sarebbe bastato a evitare l’eliminazione ma avrebbe lasciato la bocca meno amara. Il 2-1 dell’Atalanta è arrivato su una grossa pap…
Anche quando l’Atalanta non gioca benissimo, come ieri sera, non riesce a giocare male. Per questo, in rimonta, legittima la sua quarta finale di Coppa Italia. Come all’andata, con meno reti però, è successo un po’ di tutto. Se in avvio la Fiorentina avesse concretizzato le palle-gol costruite, sarebbe stata sul 3-0 dopo dodici minuti. Invece, ha dovuto accontentarsi della fulminante azione in contropiede, da Veretout a Chiesa a Muriel, che la portava in vantaggio dopo soli tre minuti. Altri dieci minuti e l’Atalanta pareggiava, su un rigore abbastanza ingenuo, ma esistente, di Ceccherini su Gomez. A questo punto, un po’ alla volta, lievitava il gioco dei nerazzurri e si spegneva quello dei viola, che comunque, con quattro punte, hanno avuto un finale orgoglioso, alla ricerca di un 2-2 che non sarebbe bastato a evitare l’eliminazione ma avrebbe lasciato la bocca meno amara. Il 2-1 dell’Atalanta è arrivato su una grossa papera del portiere Lafont. A vent’anni si può anche sbagliare, è certamente un portiere di prospettiva ma l’errore è stato determinante: il tiro di Gomez gli è sgusciato dalle mani ed è finito, chissà come, nella sua porta.

Per l’Atalanta, il modo migliore di ricordare Mino Favini, grande scopritore di talenti, ottima persona: fra Como e Bergamo dai vivai ha pescato quella che può tranquillamente essere una buona Nazionale. Quando l’Atalanta non gioca in verticale, essendo la squadra più portata in Italia alla manovra profonda, significa che ha dei problemi. Li ha avuti, in effetti, un po’ per la pressione di una semifinale, che sicuramente pesava nelle teste e nelle gambe, ma anche per la disposizione d’attacco della Fiorentina, con due punte molto veloci, Chiesa e Muriel, che amano partire da lontano e danno pochi punti di riferimento a una difesa abituata a marcare a uomo, stretto. Superato questo problema, fra mille strilli in panchina di Gasperini, che non vedeva la sua squadra, l’Atalanta si è via via data una sistemata. Era in formazione tipo, a parte Hateboer squalificato, ma qualcosa è venuto a mancare: la profondità che di solito dà Zapata, la spinta di Castagne sulla sinistra (a destra non è la stessa cosa). Sorpreso nell’azione dello 0-1, il migliore, fino a che i crampi non lo hanno mandato in panchina, per l’Atalanta è stato Djimsiti. All’altezza dell’importanza della gara l’arbitraggio di Calvarese. La colpa della Fiorentina è stata di non avere insistito nel suo gioco veloce e coraggioso, e di essersi un po’ rassegnata e troppo chiusa dopo l’1-1. Così l’Atalanta va in finale 23 anni dopo l’ultima volta, fin qui ne ha vinta una. Il 15 maggio, con la Lazio, si parte alla pari.