Rispettate Notre-Dame
Cesare de Seta , di CESARE DE SETALa ricostruzione sta scatenando le sbagliate ambizioni di molti architetti. Al centro ci deve essere la pietra
La ricostruzione di quanto ha distrutto l’incendio a Notre-Dame c’era da temere che scatenasse le ambizioni sbagliate di molti architetti. Lo testimonia la puntuale corrispondenza di Anais Ginori (La Repubblica, 25 aprile): il nodo è la flèche, la grande cuspide che dominava il simbolo stesso di Parigi. Ragione vorrebbe che l’insegnamento di Eugène Viollet-le-Duc non fosse buttato alle ortiche. Questo geniale architetto, scrittore, disegnatore nel Dictionnaire raisonnè d’architecture scrisse: «Restaurare un edificio non è affatto mantenerlo, ripararlo o rifarlo, è il ristabilirlo in uno stato completo che può non essere mai esistito in nessun momento».
Il suo fu un restauro “di ripristino”: concetto chiave della sua metodologia e pratica progettuale in cui il monumento possa essere riportato alla sua condizione originaria, quella che ne aveva caratterizzato la nascita. Già: ma qual…
Il suo fu un restauro “di ripristino”: concetto chiave della sua metodologia e pratica progettuale in cui il monumento possa essere riportato alla sua condizione originaria, quella che ne aveva caratterizzato la nascita. Già: ma qual…
La ricostruzione di quanto ha distrutto l’incendio a Notre-Dame c’era da temere che scatenasse le ambizioni sbagliate di molti architetti. Lo testimonia la puntuale corrispondenza di Anais Ginori (La Repubblica, 25 aprile): il nodo è la flèche, la grande cuspide che dominava il simbolo stesso di Parigi. Ragione vorrebbe che l’insegnamento di Eugène Viollet-le-Duc non fosse buttato alle ortiche. Questo geniale architetto, scrittore, disegnatore nel Dictionnaire raisonnè d’architecture scrisse: «Restaurare un edificio non è affatto mantenerlo, ripararlo o rifarlo, è il ristabilirlo in uno stato completo che può non essere mai esistito in nessun momento».
Il suo fu un restauro “di ripristino”: concetto chiave della sua metodologia e pratica progettuale in cui il monumento possa essere riportato alla sua condizione originaria, quella che ne aveva caratterizzato la nascita. Già: ma quale è la condizione originaria di un monumento costruito nei secoli come tutte le cattedrali medioevali? Viollet-le-Duc trovò un suo modus operandi tra un’impossibile ricerca dell’origine e una possibile ricomposizione della storiografica immagine collettiva che di un monumento ci è pervenuta. Come? Attraverso memorie archivistiche, disegni, rilievi e fotografie naturalmente nel secolo dei fratelli Nadar.
Nei primi decenni dell’Ottocento Notre-Dame era ridotta a una rovina dopo i disastri della Rivoluzione. Victor Hugo con il romanzo Notre-Dame de Paris (1831) lanciò per primo l’allarme e re Luigi Filippo decise d’intervenire con un decreto. Appena ventottenne nel 1842 Eugène ebbe l’incarico di ricostruire Notre-Dame: per dodici anni gli fu accanto un navigato architetto come Jean-Baptiste Lassus, poi da solo per oltre otto anni. Al 1859 risale la ricostruzione della guglia di Viollet-le-Duc e così ricostruì la sua Notre-Dame: ripristinando mura e apparati scultorei, rifacendo la sacrestia, avvalendosi delle più sperimentate maestranze sul campo. Di questo cantiere gli Archivi di Francia posseggono una straordinaria documentazione e la prima cosa da fare sarebbe andarli a studiare: non sarebbe di certo tempo perso, anzi. Lascio al suo glorioso destino Viollet-le-Duc.
Ma gli architetti del nostro tempo non hanno esitato un attimo e hanno sciorinato nei rendering i loro progetti per la flèche: l’occasione è troppo ghiotta per non perderla. Con il suo tradizionale “cinismo” l’inglese Sir Norman Foster immagina una guglia tutta in vetro. In una cattedrale tutta di pietra l’idea ha trovato altri adepti nei francesi Paul Godart e Pierre Roussel che prevedono un guglia dorata, con tetto in vetro e acciaio dove i visitatori potranno passeggiare; lo studio “Nab” propone una grande serra che si sostituisce al tetto e non si può che apprezzare una così insolita soluzione che è propria di spiriti ecologisti. Ancora più ardito l’architetto Alexandre Chassang che progetta un guglia in vetro che è una banale sciommiottatura dello Shard a Londra di Renzo Piano: scheggia che conclude un grattacielo di 310 metri, non guglia di cattedrale. Sono tutti architetti francesi. Verrebbe da dire con Tom Wolfe Maledetti architetti!
A questa fiera di proposte balorde si sottrae Jean Nouvel tra i più grandi e originali architetti del nostro tempo: saggiamente sostiene che bisogna ricostruire la guglia andata a fuoco così come era. Ma la vera responsabilità è del presidente Macron che ha dato fuoco alla miccia istigando a un “gesto contemporaneo” e intende promuovere un concorso internazionale: né il ministro della Cultura l’ha indotto a più miti consigli. Sono certo che Jack Lang la pensa in modo diverso.
Il suo fu un restauro “di ripristino”: concetto chiave della sua metodologia e pratica progettuale in cui il monumento possa essere riportato alla sua condizione originaria, quella che ne aveva caratterizzato la nascita. Già: ma quale è la condizione originaria di un monumento costruito nei secoli come tutte le cattedrali medioevali? Viollet-le-Duc trovò un suo modus operandi tra un’impossibile ricerca dell’origine e una possibile ricomposizione della storiografica immagine collettiva che di un monumento ci è pervenuta. Come? Attraverso memorie archivistiche, disegni, rilievi e fotografie naturalmente nel secolo dei fratelli Nadar.
Nei primi decenni dell’Ottocento Notre-Dame era ridotta a una rovina dopo i disastri della Rivoluzione. Victor Hugo con il romanzo Notre-Dame de Paris (1831) lanciò per primo l’allarme e re Luigi Filippo decise d’intervenire con un decreto. Appena ventottenne nel 1842 Eugène ebbe l’incarico di ricostruire Notre-Dame: per dodici anni gli fu accanto un navigato architetto come Jean-Baptiste Lassus, poi da solo per oltre otto anni. Al 1859 risale la ricostruzione della guglia di Viollet-le-Duc e così ricostruì la sua Notre-Dame: ripristinando mura e apparati scultorei, rifacendo la sacrestia, avvalendosi delle più sperimentate maestranze sul campo. Di questo cantiere gli Archivi di Francia posseggono una straordinaria documentazione e la prima cosa da fare sarebbe andarli a studiare: non sarebbe di certo tempo perso, anzi. Lascio al suo glorioso destino Viollet-le-Duc.
Ma gli architetti del nostro tempo non hanno esitato un attimo e hanno sciorinato nei rendering i loro progetti per la flèche: l’occasione è troppo ghiotta per non perderla. Con il suo tradizionale “cinismo” l’inglese Sir Norman Foster immagina una guglia tutta in vetro. In una cattedrale tutta di pietra l’idea ha trovato altri adepti nei francesi Paul Godart e Pierre Roussel che prevedono un guglia dorata, con tetto in vetro e acciaio dove i visitatori potranno passeggiare; lo studio “Nab” propone una grande serra che si sostituisce al tetto e non si può che apprezzare una così insolita soluzione che è propria di spiriti ecologisti. Ancora più ardito l’architetto Alexandre Chassang che progetta un guglia in vetro che è una banale sciommiottatura dello Shard a Londra di Renzo Piano: scheggia che conclude un grattacielo di 310 metri, non guglia di cattedrale. Sono tutti architetti francesi. Verrebbe da dire con Tom Wolfe Maledetti architetti!
A questa fiera di proposte balorde si sottrae Jean Nouvel tra i più grandi e originali architetti del nostro tempo: saggiamente sostiene che bisogna ricostruire la guglia andata a fuoco così come era. Ma la vera responsabilità è del presidente Macron che ha dato fuoco alla miccia istigando a un “gesto contemporaneo” e intende promuovere un concorso internazionale: né il ministro della Cultura l’ha indotto a più miti consigli. Sono certo che Jack Lang la pensa in modo diverso.