Sinistra e resistenza, la Spagna divisa a metà si salva dal populismo
Concita De Gregorio , di CONCITA DE GREGORIODal voto nella Penisola iberica emerge una speranza in vista delle Europee. Se i socialisti riescono a sbarrare la strada ai nazionalisti, si può pensare a un’inversione nel continente
MADRID. Vince il partito socialista di Sànchez, è vero. Un successo personale dell’uomo che in maniche di camicia ha sgominato chi lo voleva morto, il Psoe storico di Felipe Gonzalez e di Susana Diaz, la zarina andalusa sconfitta. Vincono gli indipendentisti catalani, il nemico pubblico numero uno della destra e invece guarda: vincono i leader in carcere e in esilio. Vince Vox, il nuovo cavallo della rabbia sociale, il purosangue di destra a cui Salvini augurava ieri il massimo successo. E però nessuno può governare, perché crolla il Partito Popolare dello scialbo Pablo Casado, il cartonato che il vecchio presidente Aznar aveva messo al suo posto. Ciudadanos, la civica liberale di centro con anima a destra, anche questa una creatura di Aznar, resiste più o meno al suo posto, in percentuale, ma in virtù del sistema elettorale cresce in seggi. Quindi il quadro è questo, oggi, in Spagna. Fra i due schieramenti, destra e sinist…
MADRID. Vince il partito socialista di Sànchez, è vero. Un successo personale dell’uomo che in maniche di camicia ha sgominato chi lo voleva morto, il Psoe storico di Felipe Gonzalez e di Susana Diaz, la zarina andalusa sconfitta. Vincono gli indipendentisti catalani, il nemico pubblico numero uno della destra e invece guarda: vincono i leader in carcere e in esilio. Vince Vox, il nuovo cavallo della rabbia sociale, il purosangue di destra a cui Salvini augurava ieri il massimo successo. E però nessuno può governare, perché crolla il Partito Popolare dello scialbo Pablo Casado, il cartonato che il vecchio presidente Aznar aveva messo al suo posto. Ciudadanos, la civica liberale di centro con anima a destra, anche questa una creatura di Aznar, resiste più o meno al suo posto, in percentuale, ma in virtù del sistema elettorale cresce in seggi. Quindi il quadro è questo, oggi, in Spagna. Fra i due schieramenti, destra e sinistra, è stallo. Pareggio tecnico.
Servono 176 seggi su 350 deputati e nessuno dei due blocchi supera i 170.Tutta questa gente che è andata a votare, il 10% in più rispetto all’ultima volta, nel 2016 — il 75,78% dei votanti, un record storico da decenni — si è divisa in due: le donne e gli uomini di Vox a destra, quelle di Podemos a sinistra, il risultato non cambia. Il “panico”, come titolavano ieri i giornali di sinistra, la paura che l’astensione premiasse la destra — è risultata infondata. I nuovi voti sono andati dappertutto. La chiamata del Psoe al voto utile ha funzionato, ma non è bastata. D’altra parte si è passati da un sistema bipolare — Psoe, Pp — sul quale la legge elettorale è tarata a un sistema a 5: tre partiti di destra, due di sinistra. Dal bipartito al pentapartito. Non era mai successo, qui. In Italia abbiamo confidenza col tema, in Spagna no: il quadro è nuovo.
Quindi, riassumendo molto: a nessuno dei due schieramenti bastano i voti. Baschi o catalani che siano, i nazionalisti servono alla sinistra per governare. A dispetto dell’incessante campagna della destra sull’hispanidad, la Spagna una santa cattolica e apostolica. In direzione ostinata e contraria rispetto all’odio seminato dalle camicie brune neofranchiste contro i federalisti, gli indipendentisti che parlano altre lingue, i sediziosi referendari, il risultato è questo: i “golpisti” catalani in carcere hanno salvato ieri la Spagna da un governo di estrema destra, spinto dall’esplosione di Vox. Esquerra republicana, il partito catalano capitanato da Oriol Junqueras, leader in carcere, e Junts per Catalunya, la formazione del presidente catalano “in esilio” Puigdemont, sono le uniche tra le formazioni tradizionali che guadagnano seggi: 8 o forse 9 seggi, moltissimi per due partiti regionali. Il successo dei catalani è un dato politico rilevantissimo, con il processo ai detenuti in corso. Con il “discorso del Re” Felipe un anno e mezzo fa ha additato i catalani come sediziosi, dando la stura alla crociata dei neocon iberici.
Per il resto. Tra destra e sinistra la Spagna è un Paese diviso in due come una mela appena tagliata con un colpo di spada. Rotola a terra la metà di destra, che l’esplosione di Vox (da 0 a 24 seggi) poteva portare al governo ma che la catastrofe del Partito Popolare (da 137 a 66 seggi) ha, invece, condannato. La mezza mela di sinistra resta in bilico sul tavolo: Psoe (121) e Unidas Podemos (42) crescono, nella somma, ma i seggi non bastano per governare. Non possono dunque governare da soli né l’esercito del Re — Popolari Ciudadanos e Vox — né i progressisti di Psoe e Podemos. Aznar ha perso. Sanchez ha vinto. Non basta, però.
I numeri dicono che i “golpisti” incarcerati e sotto processo sono l’unico partito — tra quelli tradizionali — che cresce da 9 a 15 seggi, più 6. Junqueras, il capolista di Esquerra, sinistra repubblicana, un uomo educato e cresciuto nelle scuole cattoliche vaticane, a Roma, è nel carcere di Soto del Real, a Madrid. Eletto in Parlamento. Decisivo per un eventuale governo di sinistra, pur se da appoggio esterno. Una situazione surreale che chiama la Spagna a una pausa di riflessione. Bisognerà pure ragionare su questo. Bisognerà inguainare le spade e discutere. Non è una corrida, questa. Anche l’Europa, che ha sinora voltato le spalle, è chiamata a guardare cosa dice il voto catalano, in Spagna.
Poi, al di là dei numeri, nella foto più grande ci sono i vincitori e i vinti: Pedro Sánchez ha vinto. Un sopravvissuto, sobreviviente. L’uomo che da solo, fuori dal parlamento, ha presentato una mozione di sfiducia al governo corrotto di Rajoy. L’uomo che ha vinto le primarie socialiste contro ogni pronostico e che oggi trionfa. Il futuro, l’azionista di riferimento su cui ricominciare a costruire — a sinistra. Potrebbe governare con Ciudadanos (58 seggi, molti), la destra light: i conti lo consentono, ma sarebbe una svolta a destra e non è detto che Albert Rivera — anche lui creatura di Aznar — possa o voglia farlo. In alternativa Sánchez potrebbe andare al governo con l’indebolita Podemos (Pablo Iglesias è passato dal 21 al 15%, ma ha restituito i voti che nel 2016 aveva preso al Psoe: una partita tutta a sinistra), servono per governare anche i baschi del Pnv, in leggera crescita, e i catalani di Junqueras — molto complicato, tuttavia, andare al governo con un leader in prigione.
Alla fine dei conti, i camminanti bianchi, come li chiama Iglesias, l’esercito dei cattivi di Game of Thrones capitanati da Santiago Abascal e dalle sue amazzoni antifemministe hanno avuto un successo storico ma non hanno vinto il governo di Spagna. Madrid è colonizzata dai ricchi venezuelani che finanziano Abascal e che hanno comprato interi isolati dei quartieri alti, con 500mila euro puoi avere la residenza e in tre anni la cittadinanza. I ricchi centro e latinoamericani di destra — cubani di Miami, venezuelani neocolonizzatori del primo mondo — non bastano a vincere le elezioni. La nostalgia di Franco si ferma qui. Il Psoe rinasce con Sánchez, ma è solo un inizio. La questione catalana si impone nelle urne, e disegna il prossimo futuro: anche delle imminenti elezioni municipali a Barcellona, e delle alleanze.
Non ci sarà nessun governo in Spagna, prima delle prossime europee. Chissà se a giugno. Se tutto questo fosse successo quando Obama era presidente avrebbe avuto un altro sapore. Ma oggi c’è Trump al governo del Paese che irradia il suo dettato nel mondo e mentre era difficile credersi Obama, è facile credersi Trump, per chiunque. Le destre europee fibrillano, ambiscono al titolo. La Spagna oggi è l’argine. È la rampa di lancio verso l’America Latina, il Paese d’Europa più prossimo all’America. Da qui ha salpato Colombo. I simboli resistono a dispetto di Twitter. I presidi, le trincee, come in guerra, contano. La Spagna, in Europa, è il porto d’arrivo e di partenza. Almodóvar lo dice nel suo ultimo magnifico film, Dolor y gloria. Una, santa, cattolica, apostolica. Se la sinistra fa argine, a costo di qualunque compromesso, allora si può ancora pensare in una inversione a U sulla storia. Vediamo. Aspettiamo l’estate, il voto europeo. Aspettiamo il sole di giugno. Sánchez ha in mano il suo destino, quello di Spagna e qualcosa che riguarda anche noi.
Servono 176 seggi su 350 deputati e nessuno dei due blocchi supera i 170.Tutta questa gente che è andata a votare, il 10% in più rispetto all’ultima volta, nel 2016 — il 75,78% dei votanti, un record storico da decenni — si è divisa in due: le donne e gli uomini di Vox a destra, quelle di Podemos a sinistra, il risultato non cambia. Il “panico”, come titolavano ieri i giornali di sinistra, la paura che l’astensione premiasse la destra — è risultata infondata. I nuovi voti sono andati dappertutto. La chiamata del Psoe al voto utile ha funzionato, ma non è bastata. D’altra parte si è passati da un sistema bipolare — Psoe, Pp — sul quale la legge elettorale è tarata a un sistema a 5: tre partiti di destra, due di sinistra. Dal bipartito al pentapartito. Non era mai successo, qui. In Italia abbiamo confidenza col tema, in Spagna no: il quadro è nuovo.
Quindi, riassumendo molto: a nessuno dei due schieramenti bastano i voti. Baschi o catalani che siano, i nazionalisti servono alla sinistra per governare. A dispetto dell’incessante campagna della destra sull’hispanidad, la Spagna una santa cattolica e apostolica. In direzione ostinata e contraria rispetto all’odio seminato dalle camicie brune neofranchiste contro i federalisti, gli indipendentisti che parlano altre lingue, i sediziosi referendari, il risultato è questo: i “golpisti” catalani in carcere hanno salvato ieri la Spagna da un governo di estrema destra, spinto dall’esplosione di Vox. Esquerra republicana, il partito catalano capitanato da Oriol Junqueras, leader in carcere, e Junts per Catalunya, la formazione del presidente catalano “in esilio” Puigdemont, sono le uniche tra le formazioni tradizionali che guadagnano seggi: 8 o forse 9 seggi, moltissimi per due partiti regionali. Il successo dei catalani è un dato politico rilevantissimo, con il processo ai detenuti in corso. Con il “discorso del Re” Felipe un anno e mezzo fa ha additato i catalani come sediziosi, dando la stura alla crociata dei neocon iberici.
Per il resto. Tra destra e sinistra la Spagna è un Paese diviso in due come una mela appena tagliata con un colpo di spada. Rotola a terra la metà di destra, che l’esplosione di Vox (da 0 a 24 seggi) poteva portare al governo ma che la catastrofe del Partito Popolare (da 137 a 66 seggi) ha, invece, condannato. La mezza mela di sinistra resta in bilico sul tavolo: Psoe (121) e Unidas Podemos (42) crescono, nella somma, ma i seggi non bastano per governare. Non possono dunque governare da soli né l’esercito del Re — Popolari Ciudadanos e Vox — né i progressisti di Psoe e Podemos. Aznar ha perso. Sanchez ha vinto. Non basta, però.
I numeri dicono che i “golpisti” incarcerati e sotto processo sono l’unico partito — tra quelli tradizionali — che cresce da 9 a 15 seggi, più 6. Junqueras, il capolista di Esquerra, sinistra repubblicana, un uomo educato e cresciuto nelle scuole cattoliche vaticane, a Roma, è nel carcere di Soto del Real, a Madrid. Eletto in Parlamento. Decisivo per un eventuale governo di sinistra, pur se da appoggio esterno. Una situazione surreale che chiama la Spagna a una pausa di riflessione. Bisognerà pure ragionare su questo. Bisognerà inguainare le spade e discutere. Non è una corrida, questa. Anche l’Europa, che ha sinora voltato le spalle, è chiamata a guardare cosa dice il voto catalano, in Spagna.
Poi, al di là dei numeri, nella foto più grande ci sono i vincitori e i vinti: Pedro Sánchez ha vinto. Un sopravvissuto, sobreviviente. L’uomo che da solo, fuori dal parlamento, ha presentato una mozione di sfiducia al governo corrotto di Rajoy. L’uomo che ha vinto le primarie socialiste contro ogni pronostico e che oggi trionfa. Il futuro, l’azionista di riferimento su cui ricominciare a costruire — a sinistra. Potrebbe governare con Ciudadanos (58 seggi, molti), la destra light: i conti lo consentono, ma sarebbe una svolta a destra e non è detto che Albert Rivera — anche lui creatura di Aznar — possa o voglia farlo. In alternativa Sánchez potrebbe andare al governo con l’indebolita Podemos (Pablo Iglesias è passato dal 21 al 15%, ma ha restituito i voti che nel 2016 aveva preso al Psoe: una partita tutta a sinistra), servono per governare anche i baschi del Pnv, in leggera crescita, e i catalani di Junqueras — molto complicato, tuttavia, andare al governo con un leader in prigione.
Alla fine dei conti, i camminanti bianchi, come li chiama Iglesias, l’esercito dei cattivi di Game of Thrones capitanati da Santiago Abascal e dalle sue amazzoni antifemministe hanno avuto un successo storico ma non hanno vinto il governo di Spagna. Madrid è colonizzata dai ricchi venezuelani che finanziano Abascal e che hanno comprato interi isolati dei quartieri alti, con 500mila euro puoi avere la residenza e in tre anni la cittadinanza. I ricchi centro e latinoamericani di destra — cubani di Miami, venezuelani neocolonizzatori del primo mondo — non bastano a vincere le elezioni. La nostalgia di Franco si ferma qui. Il Psoe rinasce con Sánchez, ma è solo un inizio. La questione catalana si impone nelle urne, e disegna il prossimo futuro: anche delle imminenti elezioni municipali a Barcellona, e delle alleanze.
Non ci sarà nessun governo in Spagna, prima delle prossime europee. Chissà se a giugno. Se tutto questo fosse successo quando Obama era presidente avrebbe avuto un altro sapore. Ma oggi c’è Trump al governo del Paese che irradia il suo dettato nel mondo e mentre era difficile credersi Obama, è facile credersi Trump, per chiunque. Le destre europee fibrillano, ambiscono al titolo. La Spagna oggi è l’argine. È la rampa di lancio verso l’America Latina, il Paese d’Europa più prossimo all’America. Da qui ha salpato Colombo. I simboli resistono a dispetto di Twitter. I presidi, le trincee, come in guerra, contano. La Spagna, in Europa, è il porto d’arrivo e di partenza. Almodóvar lo dice nel suo ultimo magnifico film, Dolor y gloria. Una, santa, cattolica, apostolica. Se la sinistra fa argine, a costo di qualunque compromesso, allora si può ancora pensare in una inversione a U sulla storia. Vediamo. Aspettiamo l’estate, il voto europeo. Aspettiamo il sole di giugno. Sánchez ha in mano il suo destino, quello di Spagna e qualcosa che riguarda anche noi.