✕

Quei mestieri al diminutivo

Il lavoretto ha preso il posto del lavoro, aprendo la strada a paghetta, dirittucci e durate effimere
2 minuti di lettura
A vent’anni mi capitava, per le vie del mio paese, di guardare i necrologi e dalle scarne righe dei testi di cordoglio provare a immaginare qualcosa del defunto. L’alfabeto del lutto sul fronte familiare era ricco, allora come oggi: da morti tutti diventano gli affettuosi mariti e amorosi padri della cui scomparsa il triste annuncio andava forse dato mentre erano in vita. La nota che mi incuriosiva però non era tanto quell’ipocrisia postuma, quanto il fatto che spesso sull’annuncio comparisse anche la qualifica professionale del morto. Il signor Mario Rossi che veniva pianto pubblicamente come “finanziere in pensione” era il monumento funebre a un tempo in cui il mestiere di qualcuno poteva ancora coincidere con la sua identità sociale, al punto da continuare a definirla persino da pensionati e da morti. Allora non era strano: poiché nella vita di mestieri se ne avevano uno o al massimo due, quello che facevi e quello che eri pe…
A vent’anni mi capitava, per le vie del mio paese, di guardare i necrologi e dalle scarne righe dei testi di cordoglio provare a immaginare qualcosa del defunto. L’alfabeto del lutto sul fronte familiare era ricco, allora come oggi: da morti tutti diventano gli affettuosi mariti e amorosi padri della cui scomparsa il triste annuncio andava forse dato mentre erano in vita. La nota che mi incuriosiva però non era tanto quell’ipocrisia postuma, quanto il fatto che spesso sull’annuncio comparisse anche la qualifica professionale del morto. Il signor Mario Rossi che veniva pianto pubblicamente come “finanziere in pensione” era il monumento funebre a un tempo in cui il mestiere di qualcuno poteva ancora coincidere con la sua identità sociale, al punto da continuare a definirla persino da pensionati e da morti. Allora non era strano: poiché nella vita di mestieri se ne avevano uno o al massimo due, quello che facevi e quello che eri per molti anni sono stati la stessa cosa. Un privilegio generazionale, pensavano quelli che per la stabilità del lavoro avevano fatto le lotte sindacali. Una condanna all’immobilismo, dicevano invece i nuovi apostoli della flessibilità contrattuale, quasi che precarizzare le esperienze lavorative fosse una specie di training spirituale, un modo per allenarsi a uno stupore esistenziale da eterni bambini.

Vuoi mettere – ti dicevano entusiasti i cantori del co.co.pro – l’opportunità di provare nuovi stimoli, cambiare spazi e tempi, mettersi continuamente alla prova e non fossilizzarsi mai? Meglio turisti per sempre, di impiego in impiego, valigia delle competenze in mano, un voucher come titolo di viaggio e un buono pasto per souvenir. La mia generazione a quella favola del rinnovarsi rinnovando contratti un po’ ci ha creduto e un po’ no, ma in ogni caso per quel viaggio verso pianeti lavorativi in cui nessuno era mai giunto prima ci siamo poi partiti tutti, più o meno ignari di essere nella pancia di un paese-astronave claustrofobico e obsoleto, che la forza del salto nell’iperspazio economico non l’aveva più da almeno dieci anni. Ricordando adesso quei necrologi di paese così precisi nel far coincidere il chi e il cosa, ho pensato che alla nostra morte una cosa del genere non potrò accadere. La quantità di lavori che una persona nata dopo gli anni 70 ha fatto nella vita è mediamente così alta che solo qualcuno con un disturbo da personalità multipla proverebbe a fondarci la sua identità.

“Il mio nome è legione” - diceva il demonio a Cristo che cercava di esorcizzarlo - “perché siamo in molti”, e molti (troppi) sono i giovani che anche oggi sperimentano il lavoro come girone infernale, faticando quanto e più dei propri genitori, ma senza un’ombra delle loro garanzie. Gli ultimi tre decenni hanno visto l’affermazione di una flessibilità contrattuale – pacchetto Treu a cominciare, legge Biagi a seguire e Jobs Act a chiudere – che ha spezzato definitivamente il legame tra lavoro e certezze sociali della persona. Il lavoretto ha preso il posto del lavoro, trasferendo il diminutivo a tutti i suoi aspetti: paghetta, dirittucci e durate effimere, da schermata di Instagram. Grazie ai contratti alla bisogna usati con spirito corsaro anche da chi ha necessità di te ogni santo giorno, l’Istat oggi è costretto a considerare occupato anche chi lavora una sola ora alla settimana, passando per mestiere quelle che tutt’al più sono performance dadaiste.

Far festa al lavoro in questo clima somiglia al fissare un necrologio alla ricerca di una parola di cordoglio che almeno una volta dica la verità su chi/cosa non c’è più. E se nel desiderio di sollevarci l’animo volessimo distrarci con le note del concertone, vi troveremo il tributo all’uomo Faber fatto da trenta cantanti senza una voce di donna, metafora di un mercato dove le capacità femminili, motore di sviluppo in tutte le economie avanzate, in Italia sono invece invisibilizzate e sottopagate. Ne diamo il triste annuncio.