Stephanie Rosenthal, direttrice del Martin Gropius Baus (Jorg Castensen/dpa)
Stephanie Rosenthal, una vita senza confini
Alessandra Mammì
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di Alessandra Mammì
Monaco di Baviera, Londra, Berlino. E venezia, dove è a capo della giuria della Biennale. La grande Europa dei nomadi della cultura è la patria di Rosenthal, neodirettrice del Martin-Gropius-Bau
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"La mia famiglia? Tutti dottori: madre pediatra, padre urologo, sorella ginecologa... E così nonni e bisnonni, clinici o chirurghi. Solo io costituisco un'eccezione, ma non del tutto, perché credo fermamente nel potere terapeutico dell'arte". Non ha l'aria di chi sta scherzando, Stephanie Rosenthal, neodirettrice del berlinese Martin-Gropius-Bau, l'emblematica istituzione votata alle arti che le ha riservato un esagerato ufficio. Sala infinita con finestre alte quattro metri, dalle quali entra un pallido sole incapace di illuminare tutto l'immenso spazio che fa sembrare Rosenthal molto più minuta di quel che è. "Lo trova imponente?", chiede. "Anche il Ministro della cultura (Monika Grütters, ndr) quand'è venuta a visitarci, si è stupita che io avessi un ufficio molto più grande del suo".
Ma la visita era d'obbligo, dal momento che uno dei luoghi simbolo di Berlino stava per…
"La mia famiglia? Tutti dottori: madre pediatra, padre urologo, sorella ginecologa... E così nonni e bisnonni, clinici o chirurghi. Solo io costituisco un'eccezione, ma non del tutto, perché credo fermamente nel potere terapeutico dell'arte". Non ha l'aria di chi sta scherzando, Stephanie Rosenthal, neodirettrice del berlinese Martin-Gropius-Bau, l'emblematica istituzione votata alle arti che le ha riservato un esagerato ufficio. Sala infinita con finestre alte quattro metri, dalle quali entra un pallido sole incapace di illuminare tutto l'immenso spazio che fa sembrare Rosenthal molto più minuta di quel che è. "Lo trova imponente?", chiede. "Anche il Ministro della cultura (Monika Grütters, ndr) quand'è venuta a visitarci, si è stupita che io avessi un ufficio molto più grande del suo".
Ma la visita era d'obbligo, dal momento che uno dei luoghi simbolo di Berlino stava per ripartire del tutto, rinnovato nel corpo e nello spirito. E a firmare tanta impresa era proprio questa bionda, elegante, intelligente e determinata signora dagli occhi azzurro ghiaccio e i nordici modi asciutti.
Una storica dell'arte che allo scopo aveva lasciato Londra e un incarico d'eccellenza come curatrice della Hayward Gallery dove, sotto la direzione di Ralph Rugoff, aveva lavorato per dieci anni e firmato mostre epocali, da Walking in My Mind, dedicata al valore percettivo ed emotivo delle installazioni, a Mirrorcity, una sorta di fiction sulla città contemporanea attraverso l'arte. Ma i casi della vita sono bizzarri ed ecco che pochi mesi dopo l'abbandono, il destino ha ricongiunto Ralph e Stephanie. Lui in qualità di direttore della 58esima Biennale di Venezia; lei come presidente della giuria di tanto prestigioso evento.
"Non la imbarazza", le chiediamo, "trovarsi giudice del suo ex capo?". "Tutt'altro", risponde Rosenthal, "vedo solo i vantaggi. Conosco bene Rugoff, la sua serietà, il suo metodo e il percorso di molti degli artisti che ha scelto. E poiché anch'io prendo molto seriamente il mio lavoro, la sola cosa che mi imbarazza è trovarmi inadeguata a giudicare l'operato di perfetti sconosciuti. In questo caso invece mi sento sicura, eccitata e in fremente attesa di passare un'intera settimana a vedere arte e parlare d'arte".
Eppure, dai suoi racconti sembra che non abbia mai fatto altro in vita sua. Perché Stephanie, nata a Monaco di Baviera nel 1971, con il consenso dei colti genitori innamorati anche delle scienze umane, ha studiato storia dell'arte nella città natale per poi conseguire un dottorato all'Università di Colonia. Tema: il colore nero nella pittura americana nel dopoguerra. Fu un paradigma che segnò davvero molto del suo lavoro successivo. Il nero sfuggì presto alle griglie cromatiche dei suoi studi accademici, andò ben oltre Ad Reinhardt o Rauschenberg "per rappresentare sempre più quello spazio vergine che si apre a nuove idee. Un luogo in cui entri senza sapere che cosa troverai e dove tutto, dunque, può diventare possibile. Il simbolo di passaggio da uno stato all'altro e di quel particolare momento in cui non sai cosa sta per accadere, ma sai che nulla resterà come prima. Il nero, insomma, come trovarsi "in between": fra eccitazione e paura" spiega lei.
È necessario restare testimoni. salvare la memoria e insieme andare avanti. senza falsificare né dimenticare
E "in between", espressione ricorrente nel suo conversare, diventa una lente attraverso la quale guardare il mondo, un metodo di lavoro e persino la scelta di vita di una tedesca che fin da giovane sogna di essere adottata dalla città che più ama: Londra. "Era come un sogno, per me: un luogo pieno di energia, un vortice vitale, un vero melting pot dove non vieni incasellato dal tuo luogo di nascita, una piattaforma che accoglie il mondo. Quando mi fu proposto di lavorare per l'Hayward Gallery mi sembrò un tale regalo che mi stupiva mi pagassero persino. Poi, però, arriva la Brexit che come un veleno sottile divide e allontana, anche per un effetto psicologico che colpisce soprattutto noi germanici. Non è il mio caso, ma ho amici che hanno deciso di partire, soffrendo di insicurezza e della sensazione che tra le più radicate cause della Brexit ci fosse un irrisolto conflitto, un astio che aveva al suo centro proprio il popolo tedesco".
Un'installazione della mostra "And Berlin will always need you. Art, Craft and Concept Made in Berlin"
A convincere invece Stephanie Rosenthal a rientrare nella Mitteleuropa è soprattutto la nostalgia della Germania che aveva cominciato a scavare nel profondo dell'animo, ben prima del fatale referendum. Nascevano in lei altre esigenze: scelte intime, il desiderio di abitare un paese meno frenetico dove conciliare vita privata e lavoro, un bisogno di ritrovare quella sobria serietà che fa parte del Dna tedesco: "Volevo vivere e lavorare a Berlino, che, come Londra, è una città di incontro di tante diverse culture. Ma, a differenza dell'Inghilterra che sempre più chiede eventi popolari, è un luogo dove le istituzioni sono ancora disposte a finanziare progetti difficili, perché i berlinesi non pretendono solo entertainment, ma amano affrontare contenuti e chiedono di essere intellettualmente stimolati".
Se questo è vero, in Stephanie hanno trovato la persona giusta. Lo si capisce già dalla mostra di apertura del museo, And Berlin Will Always Need You (fino al 16 giugno), che raccoglie attraverso un tema molto "in between" (vedi il sottotitolo: Art, Craft and Concept Made in Berlin) autori e autrici non necessariamente tedeschi ma residenti a Berlino, e qui al lavoro su un terreno che unisce le arti applicate, la materia, il digitale e il pensiero. "Il Gropius-Bau", racconta la direttrice, "era una scuola di arti decorative progettata da Martin Gropius, prozio di quel Walter che fondò il Bauhaus. Durante la guerra fu pesantemente danneggiato poiché era proprio accanto al quartier generale della Gestapo e dopo fu penalizzato dalla vicinanza del muro e dal trovarsi in zona di confine tra Est e Ovest".
Uno spazio di frontiera in ogni suo aspetto, da quel limite che divide l'arte minore dall'arte maggiore fino ai confini politici e geografici, imposti dalla Storia. Per restaurare un monumento così ci voleva davvero uno sguardo strabico e ampio, capace di comprendere e far convivere le differenze. Eccole: volte stuccate e dorate che si alternano a quelle danneggiate dove restano solo i mattoni nudi, pompose balaustre di ferro battuto floreale che abbracciano rigide e moderne integrazioni di vetro e acciaio, la potente, severa hall in stile neo-rinascimentale che si apre alla nuova luminosa caffeteria/ristorante Beba, dal design scandinavo e arredo eco compatibile. È più che un restauro.
È la chiave per reinterpretare una Berlino che freneticamente sta cambiando e tra cantieri aperti e wine bar fighetti rischia di rimuovere troppo in fretta il passato. Ma non tra le pesanti mura del suo museo, ancora ferite dalle tracce dei proiettili sovietici, non tra queste finestre da cui si vede quel che resta del muro, perché "è necessario restare testimoni, salvare la memoria e insieme andare avanti con fiducia senza falsificare, senza commiserare, senza dimenticare", ci dice seria senza un battito di ciglia.
"In between", ancora una volta, nel funambolico procedere che richiedono i tempi e che si esprimerà sempre di più nei suoi progetti a venire dove lei promette "un museo gratuito e aperto che insegni a pensare in modo differente, a partecipare attraverso happening, ambienti, incontri, lectures, performance". Insomma, un'"agency for actions," come doveva essere ogni museo moderno per Allan Kaprow, maestro e pioniere di un'arte intelligente ed espansa. Tradotto in eventi, ecco che a occupare il nuovo Gropius-Bau quest'estate sarà un Garden of Earthly Delights, giardino di delizie germinato dall'immaginazione di artisti come Pipilotti Rist o Maria Thereza Alves, per contrapporre alla distopia dominante una diversa idea di militanza. E subito, invece, vedremo le azioni e la presenza di Wu Tsang: "Messa in scena di un discorso sulla fluidità di genere oltre la divisione maschio/femmina, oltre le rivendicazioni femministe o Lgbt, perché è nell'essere indefinito che lui trova la libertà dell'uomo e dell'arte".
"In between", la chiave per interpretare il futuro e il presente, sarà anche il metro di giudizio del presidente Rosenthal in Biennale? "Sì, perché quel che mi interessa in un'opera è che riesca a cambiare la direzione del mio pensiero, che mi faccia vedere quel che non avevo ancora visto, che mi regali un'emozione e soprattutto che parli al mio corpo e non solo alla mia testa". Ralph Rugoff approva di sicuro.