Ventisette anni dopo l’esplosione di Tangentopoli a Milano il virus della corruzione spunta dunque ancora una volta in quella che era stata definita la capitale morale del Paese. Ma da Milano a Palermo, dove un’altra raffica di provvedimenti giudiziari investe nelle stesse ore funzionari pubblici e imprenditori, il germe continua anche a unire saldamente l’Italia. Proprio nel giorno in cui la nostra Europa conferma che siamo fermi: l’economia peggiore dell’Unione. Verdetto ingeneroso, sostiene chi è oggi al potere, sospettando un pregiudizio nei confronti di un governo mai troppo amato a Bruxelles. I numeri, tuttavia, sono quelli che sono. Parlano chiaro. E se un pregiudizio c’è, ha purtroppo a che fare con quel virus.
A ventisette anni da Tangentopoli la corruzione non è stata né sconfitta, né ridotta a fenomeno fisiologico com’è in altri Paesi sviluppati: obiettivo realistico, questo, indicato pi&ug…
A ventisette anni da Tangentopoli la corruzione non è stata né sconfitta, né ridotta a fenomeno fisiologico com’è in altri Paesi sviluppati: obiettivo realistico, questo, indicato pi&ug…
Ventisette anni dopo l’esplosione di Tangentopoli a Milano il virus della corruzione spunta dunque ancora una volta in quella che era stata definita la capitale morale del Paese. Ma da Milano a Palermo, dove un’altra raffica di provvedimenti giudiziari investe nelle stesse ore funzionari pubblici e imprenditori, il germe continua anche a unire saldamente l’Italia. Proprio nel giorno in cui la nostra Europa conferma che siamo fermi: l’economia peggiore dell’Unione. Verdetto ingeneroso, sostiene chi è oggi al potere, sospettando un pregiudizio nei confronti di un governo mai troppo amato a Bruxelles. I numeri, tuttavia, sono quelli che sono. Parlano chiaro. E se un pregiudizio c’è, ha purtroppo a che fare con quel virus.
A ventisette anni da Tangentopoli la corruzione non è stata né sconfitta, né ridotta a fenomeno fisiologico com’è in altri Paesi sviluppati: obiettivo realistico, questo, indicato più volte da Raffaele Cantone. Il ritmo impressionante con cui le inchieste travolgono uomini di governo, politici di ogni ordine e grado, burocrati e affaristi, dice con chiarezza che resta una grave patologia italiana. Di tutto il Paese. La più grave, anche secondo i massimi esponenti delle istituzioni europee. Un’ipoteca così pesante, ne sono convinti a Bruxelles, da deprimere la nostra crescita, minare i conti pubblici, alimentare l’economia illegale e l’evasione fiscale. Il governo di Mario Monti arrivò a indicare nel 2012 la corruzione come fattore responsabile di un rincaro medio del 40 per cento delle opere pubbliche. Eccola, insieme alla folle e invincibile burocrazia che ne è in parte causa, la fonte di quel pregiudizio europeo: che la nostra classe dirigente, con i suoi comportamenti, si incarica di confermare giorno dopo giorno.
La politica, da questo punto di vista, ha responsabilità pesanti. Sulle quali non vale neanche la pena di soffermarsi, tanto sono precise: a cominciare dalla ossessiva delegittimazione dell’azione della magistratura scattata subito dopo Tangentopoli. Ancora più sconcertante, tuttavia, è che da 27 anni si continuano a combattere (e spesso più a parole che con i fatti) gli effetti della corruzione attraverso misure inefficaci, anziché colpire le cause. Forse perché la lotta alla corruzione è un’ottima propaganda, porta voti e consensi: a patto, direbbero i maligni, che non si faccia poi seriamente. Intendiamoci, inasprire le pene può certo essere utile. Ma se insieme non si interviene sui meccanismi che agevolano il sistema corruttivo si fa poca strada. Un esempio? La Corte dei conti ha ricordato lunedì nell’audizione in Parlamento sul decreto Sblocca cantieri che siamo il Paese delle «oltre 32mila stazioni appaltanti». Significa che ogni 1.900 residenti c’è una struttura pubblica che può bandire una gara e distribuire denaro dei contribuenti. Tre anni e mezzo fa il presidente dell’Anticorruzione Cantone, ha rivelato che il solo Comune di Roma, entità giuridica unica, ha qualcosa come 100 (cento) stazioni appaltanti.
Una mostruosa anomalia, capace di moltiplicare all’infinito le occasioni di corruzione, incentivare gli affari mafiosi e rendere complicatissimi i controlli: lì bisognerebbe intervenire quanto prima con la massima decisione. Nella relazione la Corte dei conti ancora una volta «richiama l’esigenza di procedere all’aggregazione delle stazioni appaltanti e di accrescerne, oltre alle dimensioni, anche la competenza tecnica» con il risultato di migliorare «i rapporti di forza» fra i funzionari pubblici e le imprese, a vantaggio dei primi: che sarebbero così meno condizionabili e corruttibili. Per non parlare dell’effetto benefico che questo avrebbe sui piccoli comuni. Ma sono state finora parole al vento. Né è difficile comprendere perché, a fronte dei ferrei e reiterati propositi di tagliarli, i centri autonomi di spesa sono cresciuti come la panna montata. Oggi si dice che siano 32mila, ma nessuno conosce il numero reale. Visto che non ne esiste neppure un censimento, potrebbero essere anche molti di più.
La prova che toccarli sarebbe stato un bel problema ci fu subito dopo Tangentopoli, quando il ministro dei Lavori pubblici Francesco Merloni nel 1993 intuì che una vera riforma dei lavori pubblici passava per la riduzione del numero delle stazioni appaltanti. Che «attualmente», disse scandalizzato, «sono 15 mila!». Spuntò così un emendamento per concentrarle nelle province, portandole a 105. Ma la Dc, che allora era già morente ma aveva truppe consistenti in parlamento, si mise di traverso e non ci fu nulla da fare. Dopo anni di altre inutili chiacchiere l’ex presidente della commissione Antimafia Giuseppe Lumìa denunciò che erano arrivate a quota 24 mila: «Troppe. Un numero così alto impedisce di fare un adeguato controllo di legalità». Ma pure la sua denuncia cadde serenamente nel vuoto. Tornò alla carica il candidato premier del Pd Walter Veltroni nel 2008: «Per liberare l’economia del Sud dalla morsa mafiosa la riduzione delle stazioni appaltanti». Ma perse le elezioni.
Di sicuro, c’era chi stava facendo i conti. Nel novembre 2013 il professore di economia a Tor Vergata Gustavo Piga calcolò che la riorganizzazione di quei centri di spesa «ridurrebbe i costi del Paese di circa 30 miliardi». Abbastanza perché finalmente qualcuno, e due decenni da Tangentopoli erano ormai passati, ci mettesse mano. Il governo Monti aveva già tentato di istituire l’anagrafe delle stazioni appaltanti, e nel 2014 Matteo Renzi decretò che da quasi 32mila dovevano diventare 35. L’operazione era velleitaria e fallì. Allora il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio pensò di aggirare gli insormontabili ostacoli politici introducendo con il nuovo codice dei lavori pubblici l’obbligo di qualificazione delle stazioni appaltanti, che automaticamente ne avrebbe ridimensionato il numero. Tutti però remarono contro, compresi gli enti locali. Il relativo decreto doveva essere approvato entro il 19 luglio 2016: partì invece dal ministero verso palazzo Chigi per la ratifica solo il 12 febbraio 2018. Con 657 giorni di ritardo e a 20 giorni dalle elezioni politiche. Giusto in tempo per tornare al punto di partenza. Dove siamo, appunto, ora.
A ventisette anni da Tangentopoli la corruzione non è stata né sconfitta, né ridotta a fenomeno fisiologico com’è in altri Paesi sviluppati: obiettivo realistico, questo, indicato più volte da Raffaele Cantone. Il ritmo impressionante con cui le inchieste travolgono uomini di governo, politici di ogni ordine e grado, burocrati e affaristi, dice con chiarezza che resta una grave patologia italiana. Di tutto il Paese. La più grave, anche secondo i massimi esponenti delle istituzioni europee. Un’ipoteca così pesante, ne sono convinti a Bruxelles, da deprimere la nostra crescita, minare i conti pubblici, alimentare l’economia illegale e l’evasione fiscale. Il governo di Mario Monti arrivò a indicare nel 2012 la corruzione come fattore responsabile di un rincaro medio del 40 per cento delle opere pubbliche. Eccola, insieme alla folle e invincibile burocrazia che ne è in parte causa, la fonte di quel pregiudizio europeo: che la nostra classe dirigente, con i suoi comportamenti, si incarica di confermare giorno dopo giorno.
La politica, da questo punto di vista, ha responsabilità pesanti. Sulle quali non vale neanche la pena di soffermarsi, tanto sono precise: a cominciare dalla ossessiva delegittimazione dell’azione della magistratura scattata subito dopo Tangentopoli. Ancora più sconcertante, tuttavia, è che da 27 anni si continuano a combattere (e spesso più a parole che con i fatti) gli effetti della corruzione attraverso misure inefficaci, anziché colpire le cause. Forse perché la lotta alla corruzione è un’ottima propaganda, porta voti e consensi: a patto, direbbero i maligni, che non si faccia poi seriamente. Intendiamoci, inasprire le pene può certo essere utile. Ma se insieme non si interviene sui meccanismi che agevolano il sistema corruttivo si fa poca strada. Un esempio? La Corte dei conti ha ricordato lunedì nell’audizione in Parlamento sul decreto Sblocca cantieri che siamo il Paese delle «oltre 32mila stazioni appaltanti». Significa che ogni 1.900 residenti c’è una struttura pubblica che può bandire una gara e distribuire denaro dei contribuenti. Tre anni e mezzo fa il presidente dell’Anticorruzione Cantone, ha rivelato che il solo Comune di Roma, entità giuridica unica, ha qualcosa come 100 (cento) stazioni appaltanti.
Una mostruosa anomalia, capace di moltiplicare all’infinito le occasioni di corruzione, incentivare gli affari mafiosi e rendere complicatissimi i controlli: lì bisognerebbe intervenire quanto prima con la massima decisione. Nella relazione la Corte dei conti ancora una volta «richiama l’esigenza di procedere all’aggregazione delle stazioni appaltanti e di accrescerne, oltre alle dimensioni, anche la competenza tecnica» con il risultato di migliorare «i rapporti di forza» fra i funzionari pubblici e le imprese, a vantaggio dei primi: che sarebbero così meno condizionabili e corruttibili. Per non parlare dell’effetto benefico che questo avrebbe sui piccoli comuni. Ma sono state finora parole al vento. Né è difficile comprendere perché, a fronte dei ferrei e reiterati propositi di tagliarli, i centri autonomi di spesa sono cresciuti come la panna montata. Oggi si dice che siano 32mila, ma nessuno conosce il numero reale. Visto che non ne esiste neppure un censimento, potrebbero essere anche molti di più.
La prova che toccarli sarebbe stato un bel problema ci fu subito dopo Tangentopoli, quando il ministro dei Lavori pubblici Francesco Merloni nel 1993 intuì che una vera riforma dei lavori pubblici passava per la riduzione del numero delle stazioni appaltanti. Che «attualmente», disse scandalizzato, «sono 15 mila!». Spuntò così un emendamento per concentrarle nelle province, portandole a 105. Ma la Dc, che allora era già morente ma aveva truppe consistenti in parlamento, si mise di traverso e non ci fu nulla da fare. Dopo anni di altre inutili chiacchiere l’ex presidente della commissione Antimafia Giuseppe Lumìa denunciò che erano arrivate a quota 24 mila: «Troppe. Un numero così alto impedisce di fare un adeguato controllo di legalità». Ma pure la sua denuncia cadde serenamente nel vuoto. Tornò alla carica il candidato premier del Pd Walter Veltroni nel 2008: «Per liberare l’economia del Sud dalla morsa mafiosa la riduzione delle stazioni appaltanti». Ma perse le elezioni.
Di sicuro, c’era chi stava facendo i conti. Nel novembre 2013 il professore di economia a Tor Vergata Gustavo Piga calcolò che la riorganizzazione di quei centri di spesa «ridurrebbe i costi del Paese di circa 30 miliardi». Abbastanza perché finalmente qualcuno, e due decenni da Tangentopoli erano ormai passati, ci mettesse mano. Il governo Monti aveva già tentato di istituire l’anagrafe delle stazioni appaltanti, e nel 2014 Matteo Renzi decretò che da quasi 32mila dovevano diventare 35. L’operazione era velleitaria e fallì. Allora il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio pensò di aggirare gli insormontabili ostacoli politici introducendo con il nuovo codice dei lavori pubblici l’obbligo di qualificazione delle stazioni appaltanti, che automaticamente ne avrebbe ridimensionato il numero. Tutti però remarono contro, compresi gli enti locali. Il relativo decreto doveva essere approvato entro il 19 luglio 2016: partì invece dal ministero verso palazzo Chigi per la ratifica solo il 12 febbraio 2018. Con 657 giorni di ritardo e a 20 giorni dalle elezioni politiche. Giusto in tempo per tornare al punto di partenza. Dove siamo, appunto, ora.