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(reuters)

Cosa cambierà dopo le Europee

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Tutto quello che il governo fa e proclama ha il solo obiettivo di comprare tempo fino alle elezioni. Il problema è ciò che accadrà dopo
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Nel reality gialloverde sono tutti sull’orlo di una crisi di nervi. È nervoso il sor Contento Giuseppe Conte, quando dice «Alla guida ci sono io, è un’illusione ottica che comandi Salvini». È nervoso il Piccolo Capo Grillino Luigi Di Maio, quando per una miserabile manciata di voti da lucrare sulla pelle dei rom si infuria con la Raggi per l’unico gesto politico importante che ha compiuto da sindaca di Roma a Casal Bruciato. Ma soprattutto è nervoso Capitan Mitraglia Salvini. Dal Viminale lancia la controffensiva con il decreto-sicurezza bis, una gragnuola di norme da Stato di eccezione, verosimilmente incostituzionali, che riscrivono i codici del mare, sottraggono le competenze sugli sbarchi al ministero dei Trasporti e le indagini ai tribunali, inaspriscono tutte le pene sui clandestini, fino all’aberrazione morale mai vista (e ideata solo per stroncare le odiate Ong) di una maxi-multa da 5.500 euro per chiunque soccorr…
Nel reality gialloverde sono tutti sull’orlo di una crisi di nervi. È nervoso il sor Contento Giuseppe Conte, quando dice «Alla guida ci sono io, è un’illusione ottica che comandi Salvini». È nervoso il Piccolo Capo Grillino Luigi Di Maio, quando per una miserabile manciata di voti da lucrare sulla pelle dei rom si infuria con la Raggi per l’unico gesto politico importante che ha compiuto da sindaca di Roma a Casal Bruciato. Ma soprattutto è nervoso Capitan Mitraglia Salvini. Dal Viminale lancia la controffensiva con il decreto-sicurezza bis, una gragnuola di norme da Stato di eccezione, verosimilmente incostituzionali, che riscrivono i codici del mare, sottraggono le competenze sugli sbarchi al ministero dei Trasporti e le indagini ai tribunali, inaspriscono tutte le pene sui clandestini, fino all’aberrazione morale mai vista (e ideata solo per stroncare le odiate Ong) di una maxi-multa da 5.500 euro per chiunque soccorra un naufrago. I grillini parlano giustamente di uno sproloquio da regime autoritario «degno della Corea del Nord». Pensare che queste due bande da rissa continua occupano insieme Palazzo Chigi fa ridere, se non ci fosse da piangere. Ma Salvini, non pago, dal palco di un comiziaccio a Catanzaro risponde alle contestazioni urlando «moscerini rossi», scambiando l’intelligenza dell’uomo delle istituzioni con la tracotanza del tribuno della plebe.

Inizia dunque la fase del “salvinismo da combattimento”, per un capo-bastone che ha urgente bisogno di rifarsi un profilo da caudillo. Da qualche giorno sparava a salve, non se l’è sentita di “morire per Siri” e alla fine si è dovuto arrendere al fuoco amico dei pentastellati. Sconfitto sulla linea Maginot eretta a difesa del sottosegretario bancarottiere di sua fiducia. Respinto con perdite dal populista riluttante Tria sulla flat tax. Astioso nei toni, ansioso nei contenuti, frustrato dalla caccia quotidiana di nuove rivincite e vecchie armi di distrazione di massa, dal ritorno della naja obbligatoria al ripristino del grembiule a scuola, dalla castrazione chimica alla chiusura dei negozi di cannabis light. E ora, per la prima volta da un anno a questa parte, bocciato anche dai sondaggi.

Demos lo ha certificato ieri sul nostro giornale: la Lega e il suo leader hanno smesso di volare. Il partito perde più di due punti, il segretario ne perde addirittura sette. Come ha spiegato Ilvo Diamanti, «quando si fa tutto, governo e opposizione al tempo stesso, alla lunga ci si stanca». Dunque, per due partiti in coalizione che recitano tutte le parti in commedia, una fase di logoramento era ed è fisiologica. Anche per la Lega, che finora dal “contratto diseguale” ha incassato la rendita di posizione più redditizia, presidiando a destra la facile “zona disagio” a costo zero della sicurezza degli italiani e lasciando a M5S i difficili pascoli della disuguaglianza senza risorse abbandonati dalla sinistra. E che ora spera di risalire la china rifacendo ancora una volta la faccia feroce contro i migranti. Usando il decreto-sicurezza bis come un corpo contundente contro esseri umani, alleati e avversari. Bloccando la Mare Jonio a Lampedusa proprio mentre arriva la notizia dell’ennesima strage degli innocenti davanti alle coste libiche. Spacciando il macabro copione dei “porti chiusi” per una “politica dell’immigrazione”, che di qui ai prossimi mesi mieterà invece solo altri morti: questa estate non cambiare, stesso dramma, stesso mare.

Tutto quello che il governo fa e proclama, com’è ormai chiaro, ha un solo obiettivo: comprare tempo, fino alle elezioni europee. Lo abbiamo capito. Ma cosa ne sarà di questa Penisola dei Nervosi, dopo il 26 maggio? Nessuno lo dice, e forse nessuno lo sa. Ma è proprio questo il problema. Nonostante il calo di consensi delle ultime settimane, Cinque Stelle e Lega restano maggioranza netta nel Paese. Tuttavia, se il voto europeo sancirà l’inversione altrettanto netta nei rapporti di forza, con il Carroccio che raddoppia le percentuali del 4 marzo di un anno fa e M5S che li vede ridotti di un terzo, è ovvio che tutto cambierà in fretta. Dentro quel “tutto” può esserci l’ipotesi minima di un rimpasto e quella massima di una crisi. A sventare l’uno e l’altra non bastano le parole vuote dei due vicepremier, ciascuno dei quali avrebbe qualche interesse a durare. Salvini per non dover riaprire l’odiato forno con l’immarcescibile Berlusconi, che nonostante tutto resiste ancora alle offese della politica e del tempo. Di Maio per non doversene tornare a Pomigliano d’Arco, lasciando il comando di un esercito comunque in rotta a Di Battista o a chiunque altro uscirà fuori dalla Casaleggio&Associati, ormai un ibrido sempre più inquietante sospeso tra la WikiLeaks dei poveri e il laboratorio di Frankenstein.

Hanno una exit strategy per l’autunno, lor signori? Sarebbe il caso di illustrarla, ed eventualmente di farla conoscere anche ai cittadini-elettori. Quello che ci aspetta ormai lo abbiamo intuito. Purtroppo, a dispetto degli spot da quattro soldi messi in giro dalle macchine del caos digitale e riciclati dai cine-giornali della nuova Eri Sovranista, la crescita non è affatto ripartita e la manovra economica sarà durissima. La nuova Commissione Ue non ci farà sconti, per una ragione molto semplice: la marea nero-verde che pure cresce in Europa non avrà la maggioranza a Strasburgo, e se anche ce l’avesse i “migliori amici” di Salvini, da Orbán a Kurz, sono già pronti a trasformarsi in “fratelli-coltelli”, obbligando l’Italia ad affondare la lama dei tagli di spesa nella carne viva del Paese.

Il mitico “popolo”, in attesa di un cambiamento che finora non si è visto, chiede risposte concrete. Il reddito di cittadinanza è in vigore, ma questa “grande riforma del Welfare” onestamente non sembra la levatrice della Storia che prometteva di essere. La stessa cosa si può dire di Quota 100, che lascia intatte le incognite previdenziali già note ai tempi della legge Fornero. Il rivoluzionario “contratto di governo”, come l’ottobre del ‘17, ha esaurito la sua spinta propulsiva (ammesso che ne abbia avuta una). Ne sottoscriveranno un altro? Sarebbe utile saperlo. Così come sarebbe utile sapere cosa proporrebbero i due vicepremier gialloverdi in caso di caduta del loro governo. Un voto anticipato è impercorribile: non lo vuole Mattarella, siamo già in cammino verso la sessione di bilancio e i mercati hanno già ricominciato a fibrillare. Un governo tecnico o del presidente è improbabile: non avrebbe una maggioranza in Parlamento, a meno che non si volesse immolare ancora una volta il Pd (come già fece con Monti, pagando un prezzo incommensurabile al suo “senso di responsabilità”). Un governo con un’altra maggioranza è impensabile: mancano i numeri, e manca una sinistra capace davvero di ricucire il rapporto con la sua gente e “ripartire dalle periferie”, come diceva di voler fare Renzi e non ha mai fatto, e come ora promette di fare Zingaretti ma non sappiamo se farà (mentre CasaPound continua indisturbata a irrigare quei non-luoghi col veleno). La Penisola dei Nervosi naufraga in questo stagno. Tra Kim Jong-un in erba e squadristi di borgata, moscerini rossi e terrapiattisti. Non è l’Apocalisse, ma neanche un “dolce naufragar”.