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(afp)

Facebook e trasparenza, qualcosa si muove

Chiuse 23 pagine sospette in Italia, alcune delle quali vicine a Lega e 5 Stelle. In vista delle elezioni europee il social network intensifica gli sforzi per combattere la disinformazione. Ma i problemi non sono tutti risolti
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Lo spettro della disinformazione si aggira per l’Europa (e per la rete). E Facebook intervienene con forza, proprio nel giorno in cui Renzi attacca la propaganda di Salvini. A due settimane dal voto, il rischio che il dibattito politico possa essere inquinato da troll al soldo di potenze straniere, propaganda alimentata da notizie false, eserciti di account fasulli, tiene in allarme i responsabili delle piattaforme di social network.

In particolare, è Facebook ad avere molto da perdere, sapendo di essere nel mirino per i precedenti non edificanti (il Russiagate, la Brexit, il caso Cambridge Analytica) e di giocarsi gran parte della propria reputazione in una tornata elettorale che coinvolge 28 paesi, centinaia di milioni di utenti e contenuti in una ventina di lingue diverse.

Per questo motivo, Mark Zuckerberg e i suoi più stretti collaboratori — a cominciare da Nick Clegg, l’ex vicepremier e leader dei liberal britannici assunto da Facebook per gesti…
Lo spettro della disinformazione si aggira per l’Europa (e per la rete). E Facebook intervienene con forza, proprio nel giorno in cui Renzi attacca la propaganda di Salvini. A due settimane dal voto, il rischio che il dibattito politico possa essere inquinato da troll al soldo di potenze straniere, propaganda alimentata da notizie false, eserciti di account fasulli, tiene in allarme i responsabili delle piattaforme di social network.

In particolare, è Facebook ad avere molto da perdere, sapendo di essere nel mirino per i precedenti non edificanti (il Russiagate, la Brexit, il caso Cambridge Analytica) e di giocarsi gran parte della propria reputazione in una tornata elettorale che coinvolge 28 paesi, centinaia di milioni di utenti e contenuti in una ventina di lingue diverse.

Per questo motivo, Mark Zuckerberg e i suoi più stretti collaboratori — a cominciare da Nick Clegg, l’ex vicepremier e leader dei liberal britannici assunto da Facebook per gestire la sua immagine pubblica — hanno messo in piedi una “war room” con sede a Dublino, incaricata di gestire tutte le potenziali situazioni di crisi legate alle elezioni.

Alle spalle, ci sono investimenti e strategie che mescolano l’intelligenza umana e quella artificiale secondo tre linee guida che gli (e le) “executive” della società californiana ripetono da settimane come un mantra: remove, reduce, inform, cioè rimuovi ( i contenuti, le pagine, i profili che violano le regole della piattaforma); riduci (il danno, cioè la visibilità dei contenuti classificati come bufale da gruppi di esperti indipendenti, i cosiddetti fact-checkers); informa (tutti gli utenti interessati, che possono avere accesso ai dati sugli annunci a pagamento, per sapere quanto i partiti spendono, a chi vengono indirizzati i contenuti, chi sono i finanziatori).

Qualche risultato si comincia a vedere. Per la maggior parte si tratta di interventi che non fanno notizia: una guerra quotidiana contro i falsi profili consente agli algoritmi di Facebook — istruiti da esperti capaci di individuare i comportamenti fraudolenti — di chiudere milioni di account ogni giorno, prima ancora che comincino a postare. Anche l’attività di riduzione del danno avviene sottotraccia: nessuno sa quali siano le regole che penalizzano alcuni contenuti al posto di altri e la scarsa trasparenza è uno dei peccati che vengono imputati a Facebook. Quelli che emergono, spesso in negativo, sono i casi limite: ha fatto discutere, per esempio, la scelta di non rimuovere la foto di Salvini con il mitra — associata a parole minacciose — postata nei giorni scorsi dallo spin doctor Luca Morisi.

Il nuovo corso promette trasparenza, a cominciare dalla decisione di rendere pubblica la notizia della chiusura di 23 pagine italiane, molte delle quali riconducibili alle aree politiche di Lega e 5 Stelle. E anche se in questo caso l’apporto decisivo non è venuto dagli algoritmi ma dal dossier di Avaaz — che ha individuato, monitorato e schedato le pagine prima di mandare un dettagliato report alla società californiana — il segnale, alla vigilia del voto, è di quelli che non passano inosservati. Significa che, finalmente, qualcosa si è mosso. La posta in gioco si chiama democrazia.