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Scontro Salvini-Santa Sede, ma il Papa non vota

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Quando il vicepremier leghista schernisce il Papa che piange i morti nel Mediterraneo, fa un atto che interferisce nei rapporti fra Italia e Santa Sede
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La Santa Sede per principio non interviene su temi solo perché altri li sollevano. Salvo eccezioni. E ieri il Segretario di Stato ne ha fatta una. Il cardinal Parolin ha rilasciato alcune dichiarazioni che sono una replica ovattata, ma netta, a Matteo Salvini: che sabato a Milano, indossando la divisa del teologo inquisitore, ha dato lezione al Papa, ha fornito indicazioni ai fedeli sui loro parroci, ha invocato i santi e ha perfino consacrato l’Italia al cuore di Maria (simpatica eccezione al “prima gli italiani”, dato che la Madre di Dio è pur sempre una ebrea rifugiatasi temporaneamente all’estero con suo Figlio e un marito che non ne era il padre). Il Segretario di Stato ha usato lo stile diplomatico non per cortesia, ma per obbligo. Salvini, piaccia o no, è uomo di Governo e dunque, quando schernisce il Papa che piange i morti nel Mediterraneo, fa un atto che interferisce nei rapporti fra Italia e Santa Sede.

Il cardinale s’&egr…
La Santa Sede per principio non interviene su temi solo perché altri li sollevano. Salvo eccezioni. E ieri il Segretario di Stato ne ha fatta una. Il cardinal Parolin ha rilasciato alcune dichiarazioni che sono una replica ovattata, ma netta, a Matteo Salvini: che sabato a Milano, indossando la divisa del teologo inquisitore, ha dato lezione al Papa, ha fornito indicazioni ai fedeli sui loro parroci, ha invocato i santi e ha perfino consacrato l’Italia al cuore di Maria (simpatica eccezione al “prima gli italiani”, dato che la Madre di Dio è pur sempre una ebrea rifugiatasi temporaneamente all’estero con suo Figlio e un marito che non ne era il padre). Il Segretario di Stato ha usato lo stile diplomatico non per cortesia, ma per obbligo. Salvini, piaccia o no, è uomo di Governo e dunque, quando schernisce il Papa che piange i morti nel Mediterraneo, fa un atto che interferisce nei rapporti fra Italia e Santa Sede.

Il cardinale s’è limitato a dire: «Credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso». E nella diplomazia vaticana “sempre” e “molto” non si dicono né sempre né molto. L’altolà arriva nel momento in cui, risentito per una udienza che non arriverà certo così, Salvini ha deciso di varcare la linea rossa. Mai nella storia italiana un uomo di Governo aveva attaccato il pontefice, aizzato i fedeli contro i parroci che “fanno politica dal pulpito” (accusa che ha sempre preceduto la violenza sui preti), dopo aver minimizzato un’azione fascista di disturbo dell’Angelus papale senza precedenti, compiuta a pochi passi dalla polizia (se sullo striscione ci fosse stato un messaggio dell’Isis, chi si sarebbe dovuto dimettere?). Con quel passo la Lega s’avventura in una terra incognita.

L’equilibrio fra l’anima del partito legata ai territori e dunque alle parrocchie, quella indulgente col tradizionalismo antisemita e quella che si fa voce dell’integrismo familista, non esiste più ora che il leader s’è allineato – davvero ascoltando il giovane Arata? – a Bannon che raccomanda a tutti di attaccare papa Francesco frontalmente. Il saldo elettorale di questa mossa è incerto: ma si tratta di una mossa più studiata e complessa di quella dello scorso anno quando in campagna elettorale agitò il rosario come un “amuleto religioso” (definizione del cardinal Bassetti) e sventolò un vangelo (apparentemente intonso).

Il discorso di Salvini a Milano aveva un solo aspetto goffo, ossia l’invocazione dei santi europei. Perché san Benedetto è quello che scrisse che tutti gli ospiti “siano ricevuti come Cristo”. Santa Brigida pregava per la liberazione “dalle dilettazioni perniciose”. Santa Caterina da Siena insegnava che solo “l’umile spegne la superbia”; Cirillo e Metodio, hanno inventato un alfabeto per parlare con altre culture ed Edith Stein aveva nella “solidarietà con tutta l’umanità” il suo faro. Per il resto, il discorso di Salvini era e voleva essere un contrappunto all’europeismo di papa Francesco enunciato a maggio del 2016.

Francesco aveva parlato delle molte radici dell’Europa e del bisogno che i cristiani le irrorino con il vangelo: Salvini, invece, ha rievocato la battaglia di Giovanni Paolo II sulla costituzione europea per la menzione di radici definite “giudaico-cristiane” con un trattino assimilazionista che non piace a chi, come ha fatto ieri la comunità ebraica di Roma, si interroga sui suprematismi e le loro coperture. Contro i passi compiuti da Francesco nel dialogo con l’Islam, il vicepremier ha evocato il predecessore e le profezie della Fallaci. E davanti al papa kerigmatico s’è appuntato al petto la medaglia di quello “spirito cristiano” che, se c’è, non si lascia sventolare. Cose che, nel silenzio della chiesa italiana, Parolin ha certificato come irricevibili.