Il rosario della Lega
Renzo Guolo , di RENZO GUOLOL’obiettivo è conquistare il consenso di quella parte del mondo cattolico che non si riconosce nelle posizioni del Papa
La trasformazione della Lega da partito territoriale a partito nazionale non ha mutato la sua intenzione di presentarsi come "partito cristiano". Anzi, come dimostrano i comizi milanesi di Salvini, con tanto di Vangelo e rosario, quella rivendicata identità assume sempre maggiore rilevanza. L'obiettivo: conquistare il consenso di quella parte del mondo cattolico che non si riconosce nelle posizioni della Chiesa di Francesco. Una Chiesa che, contrariamente a quella di Ratzinger e Wojtyla, i leghisti ritengono troppo sbilanciata su immigrazione e dialogo religioso.
Abbandonato il paganesimo degli albori e il collateralismo con gli ex-scismatici lefebvriani, la Lega ha superato da tempo la tentazione di una religione senza Chiesa. Modello che presupponeva una chiesa locale autocefala, funzionale al sogno, ormai svanito, della Padania indipendente. Un duplice tramonto che l'ha indotta a una strategia entrista nella Chiesa, a incoraggiare i militanti a presidiare …
Abbandonato il paganesimo degli albori e il collateralismo con gli ex-scismatici lefebvriani, la Lega ha superato da tempo la tentazione di una religione senza Chiesa. Modello che presupponeva una chiesa locale autocefala, funzionale al sogno, ormai svanito, della Padania indipendente. Un duplice tramonto che l'ha indotta a una strategia entrista nella Chiesa, a incoraggiare i militanti a presidiare …
La trasformazione della Lega da partito territoriale a partito nazionale non ha mutato la sua intenzione di presentarsi come "partito cristiano". Anzi, come dimostrano i comizi milanesi di Salvini, con tanto di Vangelo e rosario, quella rivendicata identità assume sempre maggiore rilevanza. L'obiettivo: conquistare il consenso di quella parte del mondo cattolico che non si riconosce nelle posizioni della Chiesa di Francesco. Una Chiesa che, contrariamente a quella di Ratzinger e Wojtyla, i leghisti ritengono troppo sbilanciata su immigrazione e dialogo religioso.
Abbandonato il paganesimo degli albori e il collateralismo con gli ex-scismatici lefebvriani, la Lega ha superato da tempo la tentazione di una religione senza Chiesa. Modello che presupponeva una chiesa locale autocefala, funzionale al sogno, ormai svanito, della Padania indipendente. Un duplice tramonto che l'ha indotta a una strategia entrista nella Chiesa, a incoraggiare i militanti a presidiare i consigli pastorali e, in una sorta di cesaropapismo in salsa verde, ad appoggiare vescovi e parroci ritenuti vicini; e a stigmatizzare, e boicottare, quelli considerati nemici. Un neoconfessionalismo alla rovescia, fondato sulle ingerenze di un partito nelle vicende ecclesiali che non ha precedenti nella storia italiana.
La Lega non ha abbandonato nemmeno l'idea di un cristianesimo etnico: se ai tempi della Padania serviva da marcatore nei confronti degli stranieri e degli italiani sotto il Po, dopo la svolta nazionalista, viene agitato solo contro i primi. In particolare se provengono dal Sud del mondo e sono musulmani. Che una religione su basi etniche e ostile alla solidarietà neghi a priori la natura universale del cristianesimo e il senso del messaggio evangelico, poco importa a chi fa di questo cristianesimo senza Cristo la propria dottrina identitaria.
Ma la Lega non è più un partito locale di minoranza, bensì il primo partito nazionale. E la Chiesa non può restare passiva di fronte all'idea che le sue posizioni divengano egemoni: pena l'impossibilità di orientare il proprio gregge su valori che questo papato ritiene fondamentali. Il rischio è il rancore generalizzato contro ogni forma di umanità, i cui simboli sono i muri, i porti chiusi, il filo spinato. E l'unico filo spinato al quale la Chiesa può guardare è quello che cinge il capo di Cristo in Croce.
Da qui la mobilitazione di quanti, nel mondo cattolico, ritengono giunto il tempo di opporsi apertamente alla deriva leghista. Sottolineando, e questa è la novità a livello di vertici ecclesiali, la natura anticristiana del suo messaggio. Così il quotidiano dei vescovi definisce Salvini "alfiere di un cattolicesimo tutto suo, distante dal magistero del Papa e della Chiesa"; e un vescovo come Mogavero ne denuncia le posizioni "diametralmente opposte al messaggio evangelico. Chi è con lui non può dirsi cristiano".
Segnali che la sfida è aperta. Anche perché i leghisti sono ormai parte di quel fronte, ostile a Bergoglio, che comprende le gerarchie ecclesiali che non si riconoscono nella linea del Papa. E alleati dei movimenti politici, come quelli guidati da Le Pen e Orbán, che prefigurano un mondo cattolico europeo schierato su posizioni diverse da quelle della Chiesa bergogliana. Un'Europa preoccupata, più che delle sorti dei "cristi" spesso evocati da Francesco, soprattutto di chiudere i confini e di rinchiudere chi li oltrepassa.
Abbandonato il paganesimo degli albori e il collateralismo con gli ex-scismatici lefebvriani, la Lega ha superato da tempo la tentazione di una religione senza Chiesa. Modello che presupponeva una chiesa locale autocefala, funzionale al sogno, ormai svanito, della Padania indipendente. Un duplice tramonto che l'ha indotta a una strategia entrista nella Chiesa, a incoraggiare i militanti a presidiare i consigli pastorali e, in una sorta di cesaropapismo in salsa verde, ad appoggiare vescovi e parroci ritenuti vicini; e a stigmatizzare, e boicottare, quelli considerati nemici. Un neoconfessionalismo alla rovescia, fondato sulle ingerenze di un partito nelle vicende ecclesiali che non ha precedenti nella storia italiana.
La Lega non ha abbandonato nemmeno l'idea di un cristianesimo etnico: se ai tempi della Padania serviva da marcatore nei confronti degli stranieri e degli italiani sotto il Po, dopo la svolta nazionalista, viene agitato solo contro i primi. In particolare se provengono dal Sud del mondo e sono musulmani. Che una religione su basi etniche e ostile alla solidarietà neghi a priori la natura universale del cristianesimo e il senso del messaggio evangelico, poco importa a chi fa di questo cristianesimo senza Cristo la propria dottrina identitaria.
Ma la Lega non è più un partito locale di minoranza, bensì il primo partito nazionale. E la Chiesa non può restare passiva di fronte all'idea che le sue posizioni divengano egemoni: pena l'impossibilità di orientare il proprio gregge su valori che questo papato ritiene fondamentali. Il rischio è il rancore generalizzato contro ogni forma di umanità, i cui simboli sono i muri, i porti chiusi, il filo spinato. E l'unico filo spinato al quale la Chiesa può guardare è quello che cinge il capo di Cristo in Croce.
Da qui la mobilitazione di quanti, nel mondo cattolico, ritengono giunto il tempo di opporsi apertamente alla deriva leghista. Sottolineando, e questa è la novità a livello di vertici ecclesiali, la natura anticristiana del suo messaggio. Così il quotidiano dei vescovi definisce Salvini "alfiere di un cattolicesimo tutto suo, distante dal magistero del Papa e della Chiesa"; e un vescovo come Mogavero ne denuncia le posizioni "diametralmente opposte al messaggio evangelico. Chi è con lui non può dirsi cristiano".
Segnali che la sfida è aperta. Anche perché i leghisti sono ormai parte di quel fronte, ostile a Bergoglio, che comprende le gerarchie ecclesiali che non si riconoscono nella linea del Papa. E alleati dei movimenti politici, come quelli guidati da Le Pen e Orbán, che prefigurano un mondo cattolico europeo schierato su posizioni diverse da quelle della Chiesa bergogliana. Un'Europa preoccupata, più che delle sorti dei "cristi" spesso evocati da Francesco, soprattutto di chiudere i confini e di rinchiudere chi li oltrepassa.