Ai popoli che in questa lunga notte d'Europa vagano come sonnambuli in cerca di luce è data una sola possibilità. Andare a votare, domenica 26 maggio. Per cambiare l'Europa, come hanno insegnato i padri fondatori, da Spinelli a De Gasperi, da Monnet a Mitterrand, da Adenauer a Kohl. Non per sfasciarla, come oggi sognano i nipoti distruttori, da Orbán a Wilders, da Le Pen a Farage. La posta in gioco, a suo modo, l'ha indicata Salvini. In un comiziaccio a Fossano, a due passi da Cuneo, Capitan Mitraglia è salito a bordo della sua Ruspa dell'Apocalisse, e ha chiamato alle armi 60 milioni di baionette: "Il 26 maggio non sono elezioni europee, ma è un referendum tra la vita e la morte, tra passato e futuro, tra Europa libera e Stato Islamico basato sulla precarietà e la paura". Vita e morte, passato e futuro, Europa libera e Stato Islamico: una contrapposizione ideologica esasperata e dissennata, uno "scontro di civil…
Ai popoli che in questa lunga notte d'Europa vagano come sonnambuli in cerca di luce è data una sola possibilità. Andare a votare, domenica 26 maggio. Per cambiare l'Europa, come hanno insegnato i padri fondatori, da Spinelli a De Gasperi, da Monnet a Mitterrand, da Adenauer a Kohl. Non per sfasciarla, come oggi sognano i nipoti distruttori, da Orbán a Wilders, da Le Pen a Farage. La posta in gioco, a suo modo, l'ha indicata Salvini. In un comiziaccio a Fossano, a due passi da Cuneo, Capitan Mitraglia è salito a bordo della sua Ruspa dell'Apocalisse, e ha chiamato alle armi 60 milioni di baionette: "Il 26 maggio non sono elezioni europee, ma è un referendum tra la vita e la morte, tra passato e futuro, tra Europa libera e Stato Islamico basato sulla precarietà e la paura". Vita e morte, passato e futuro, Europa libera e Stato Islamico: una contrapposizione ideologica esasperata e dissennata, uno "scontro di civiltà" elevato al cubo, una guerra per la sopravvivenza tra un generico "vecchio" e un "nuovo" indistinto.
Ma questo è il grido di battaglia dell'ultradestra, che da Milano a Platì si ritrova nelle piazze italiane a fischiare papa Francesco e a invocare Maria, a inveire contro Mimmo Lucano e a insultare Merkel. E dunque questo è il tenore della sfida che ci aspetta. Salvini non usa a caso il linguaggio dell'Armageddon, anche a costo di trasformare un voto europeo in un'ordalia su se stesso, ricadendo così nel peccato di ubris che costò Palazzo Chigi all'altro Matteo, il Renzi sconfitto al referendum costituzionale del 2016 (come gli ha ricordato Luigi Di Maio in uno degli ormai innumerevoli duelli a distanza tra i due vicepremier del governo del nulla).
La drammatizzazione del voto nasce da una doppia esigenza. Scuotere dal torpore il forgotten man europeo: impoverito dalla crisi, dimenticato dal welfare, relegato nella marginalità sociale, incattivito dall'anti-politica. E mobilitare gli indecisi: un bacino enorme, come ha scritto Ilvo Diamanti due giorni fa. Alle europee l'affluenza alle urne è generalmente più bassa, nel 2014 si era fermata al 57 per cento. Tramontate le grandi famiglie politiche novecentesche, oggi il voto è più liquido: non è un atto di fede, ma un gesto emotivo o uno scambio di convenienze. A meno di una settimana dalle elezioni, due terzi dei cittadini sono tuttora indecisi. È un "bottino" importante, quello del voto last-minute: alle politiche del 2018 oltre 4 milioni di elettori decisero su quale simbolo mettere la x entrando nel seggio.
Con i suoi toni da ultima spiaggia, i suoi slogan fascistoidi, il mitra nella mano sinistra e il rosario nella mano destra, Salvini cerca di scuotere quel blocco sociale sospeso e smarrito, che non sa dove andare e comunque ci va. Gli promette ancora "protezione" da un nemico diffuso e proteiforme: il tecnocrate di Bruxelles che lo tartassa e il banchiere di Francoforte che lo affama, il "negro" che gli ruba il lavoro e il volontario della Ong che lo va a raccogliere in mare, lo straniero che gli ruba in casa e il magistrato inetto che lo scarcera. L'Europa è il simbolo perfetto di queste minacce da cui difendersi, perché le riassume tutte. Dunque è l'Europa, domenica, che va abbattuta. Ed è allo Stato Nazione che bisogna tornare, alle Piccole Patrie e alle "democrazie illiberali" fondate sul cristianesimo teorizzate da Orbán, il nuovo principe delle tenebre d'Europa, dove "i veri nemici della libertà sono i democratici liberali".
"Votatemi, datemi più forza, per contare di più", grida Salvini dai pulpiti reali e virtuali che occupa stabilmente ogni giorno. Ma per fare che cosa, al di là della distruzione dell'Unione come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi? E per portare dove la povera Italia, già disperatamente "triste, solitaria y final", dopo la rovinosa cura gialloverde di quest'ultimo anno? Qui, davvero, si nasconde "l'inganno dei sovranisti e degli anti-europeisti", come l'ha definito Giorgio Napolitano nell'intervista a Repubblica di domenica scorsa. Quel morbo sparso a piene mani tra i popoli. Da un lato (quello leghista) fatto di sfiducia diffusa nel multilateralismo e di fede cieca nel nazionalismo divisivo, di esaltazione dell'autarchia economica e dell'avventurismo finanziario. Dall'altro lato (quello grillino) fatto dall'ipocrisia e la mistificazione di chi si professa europeista a parole ma poi nei fatti nega i valori dell'Ue.
L'Europa federale di Ventotene è rimasta un sogno, il disegno di integrazione è in crisi, la Ue non dà risposte alle tante domande che crescono tra i popoli, di giustizia sociale e di equità economica, di efficienza amministrativa e di legittimazione democratica. Ma senza Europa, senza istituzioni comuni più forti e rappresentative, ognuno sarà più solo e più debole. "L'Unione europea è nata dalle tragedie della guerra mondiale e del nazifascismo: questo patrimonio non va disperso", ricorda giustamente Napolitano. E c'è un solo modo per salvarlo, sbarrando il cammino ai pifferai magici della disintegrazione che cercano proseliti tra le periferie del continente: andare a votare, fare argine alla marea nera, perché solo un'ampia partecipazione alle urne può rafforzare la legittimazione democratica e la capacità di incidere sui processi decisionali delle future istituzioni europee.
È vero. L'offerta politica è tutt'altro che esaltante. Le élite restano lontane e spesso sorde ai lamenti di chi soffre i morsi della globalizzazione diseguale, della sanità senza risorse, del lavoro svilito o finito, dell'ascensore sociale fermo. L'alternativa a sinistra è ancora una chimera, probabilmente da reinventare e sicuramente da ricostruire, tra le miserie di Casal Bruciato e le macerie di Mirafiori. Ma non è tempo di snobismi né di cinismi.
È tempo di testimoniare che un'altra Italia e un'altra Europa sono ancora possibili. E che non c'è strumento più prezioso del voto, né sistema più efficiente della democrazia rappresentativa, per poterlo dimostrare. Come ha detto Sergio Mattarella, insieme ad altri 20 capi di Stato dell'Unione, l'Europa è davvero "l'idea migliore che abbiamo avuto in questo secolo". Ricordiamocelo, domenica prossima. "Odio gli indifferenti", diceva Gramsci. L'unico odio consentito, in quest'epoca avvelenata dal rancore.
Ma questo è il grido di battaglia dell'ultradestra, che da Milano a Platì si ritrova nelle piazze italiane a fischiare papa Francesco e a invocare Maria, a inveire contro Mimmo Lucano e a insultare Merkel. E dunque questo è il tenore della sfida che ci aspetta. Salvini non usa a caso il linguaggio dell'Armageddon, anche a costo di trasformare un voto europeo in un'ordalia su se stesso, ricadendo così nel peccato di ubris che costò Palazzo Chigi all'altro Matteo, il Renzi sconfitto al referendum costituzionale del 2016 (come gli ha ricordato Luigi Di Maio in uno degli ormai innumerevoli duelli a distanza tra i due vicepremier del governo del nulla).
La drammatizzazione del voto nasce da una doppia esigenza. Scuotere dal torpore il forgotten man europeo: impoverito dalla crisi, dimenticato dal welfare, relegato nella marginalità sociale, incattivito dall'anti-politica. E mobilitare gli indecisi: un bacino enorme, come ha scritto Ilvo Diamanti due giorni fa. Alle europee l'affluenza alle urne è generalmente più bassa, nel 2014 si era fermata al 57 per cento. Tramontate le grandi famiglie politiche novecentesche, oggi il voto è più liquido: non è un atto di fede, ma un gesto emotivo o uno scambio di convenienze. A meno di una settimana dalle elezioni, due terzi dei cittadini sono tuttora indecisi. È un "bottino" importante, quello del voto last-minute: alle politiche del 2018 oltre 4 milioni di elettori decisero su quale simbolo mettere la x entrando nel seggio.
Con i suoi toni da ultima spiaggia, i suoi slogan fascistoidi, il mitra nella mano sinistra e il rosario nella mano destra, Salvini cerca di scuotere quel blocco sociale sospeso e smarrito, che non sa dove andare e comunque ci va. Gli promette ancora "protezione" da un nemico diffuso e proteiforme: il tecnocrate di Bruxelles che lo tartassa e il banchiere di Francoforte che lo affama, il "negro" che gli ruba il lavoro e il volontario della Ong che lo va a raccogliere in mare, lo straniero che gli ruba in casa e il magistrato inetto che lo scarcera. L'Europa è il simbolo perfetto di queste minacce da cui difendersi, perché le riassume tutte. Dunque è l'Europa, domenica, che va abbattuta. Ed è allo Stato Nazione che bisogna tornare, alle Piccole Patrie e alle "democrazie illiberali" fondate sul cristianesimo teorizzate da Orbán, il nuovo principe delle tenebre d'Europa, dove "i veri nemici della libertà sono i democratici liberali".
"Votatemi, datemi più forza, per contare di più", grida Salvini dai pulpiti reali e virtuali che occupa stabilmente ogni giorno. Ma per fare che cosa, al di là della distruzione dell'Unione come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi? E per portare dove la povera Italia, già disperatamente "triste, solitaria y final", dopo la rovinosa cura gialloverde di quest'ultimo anno? Qui, davvero, si nasconde "l'inganno dei sovranisti e degli anti-europeisti", come l'ha definito Giorgio Napolitano nell'intervista a Repubblica di domenica scorsa. Quel morbo sparso a piene mani tra i popoli. Da un lato (quello leghista) fatto di sfiducia diffusa nel multilateralismo e di fede cieca nel nazionalismo divisivo, di esaltazione dell'autarchia economica e dell'avventurismo finanziario. Dall'altro lato (quello grillino) fatto dall'ipocrisia e la mistificazione di chi si professa europeista a parole ma poi nei fatti nega i valori dell'Ue.
L'Europa federale di Ventotene è rimasta un sogno, il disegno di integrazione è in crisi, la Ue non dà risposte alle tante domande che crescono tra i popoli, di giustizia sociale e di equità economica, di efficienza amministrativa e di legittimazione democratica. Ma senza Europa, senza istituzioni comuni più forti e rappresentative, ognuno sarà più solo e più debole. "L'Unione europea è nata dalle tragedie della guerra mondiale e del nazifascismo: questo patrimonio non va disperso", ricorda giustamente Napolitano. E c'è un solo modo per salvarlo, sbarrando il cammino ai pifferai magici della disintegrazione che cercano proseliti tra le periferie del continente: andare a votare, fare argine alla marea nera, perché solo un'ampia partecipazione alle urne può rafforzare la legittimazione democratica e la capacità di incidere sui processi decisionali delle future istituzioni europee.
È vero. L'offerta politica è tutt'altro che esaltante. Le élite restano lontane e spesso sorde ai lamenti di chi soffre i morsi della globalizzazione diseguale, della sanità senza risorse, del lavoro svilito o finito, dell'ascensore sociale fermo. L'alternativa a sinistra è ancora una chimera, probabilmente da reinventare e sicuramente da ricostruire, tra le miserie di Casal Bruciato e le macerie di Mirafiori. Ma non è tempo di snobismi né di cinismi.
È tempo di testimoniare che un'altra Italia e un'altra Europa sono ancora possibili. E che non c'è strumento più prezioso del voto, né sistema più efficiente della democrazia rappresentativa, per poterlo dimostrare. Come ha detto Sergio Mattarella, insieme ad altri 20 capi di Stato dell'Unione, l'Europa è davvero "l'idea migliore che abbiamo avuto in questo secolo". Ricordiamocelo, domenica prossima. "Odio gli indifferenti", diceva Gramsci. L'unico odio consentito, in quest'epoca avvelenata dal rancore.