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Polizia, la riforma che manca

Sarebbe semplice stemperare il clima velenoso delle piazze, basterebbe una breve norma per introdurre un numero identificativo sul casco degli agenti
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C’è una riforma semplice che potrebbe contribuire a diminuire la tensione crescente tra manifestanti e forze dell’ordine, lanciando un segnale netto per stemperare il clima velenoso che si ricomincia a respirare nelle piazze. Una norma di poche righe, che introduca un numero identificativo sui caschi degli agenti. Non come misura punitiva, perché la difficoltà dei servizi di “ordine pubblico” è indubbia, ma come segnale di apertura democratica. Rendere riconoscibili gli uomini e le donne in divisa non significa esporli a ritorsioni, si tratta solo di un numero, ma testimonierebbe una disponibilità concreta verso i cittadini. E offrirebbe un incentivo all’autocontrollo in situazioni come quella che ha coinvolto a Genova il nostro collega Stefano Origone, manganellato e preso a calci nonostante si fosse qualificato come giornalista e non avesse un atteggiamento offensivo. Nel momento in cui tanti in Italia, anche giovaniss…
C’è una riforma semplice che potrebbe contribuire a diminuire la tensione crescente tra manifestanti e forze dell’ordine, lanciando un segnale netto per stemperare il clima velenoso che si ricomincia a respirare nelle piazze. Una norma di poche righe, che introduca un numero identificativo sui caschi degli agenti. Non come misura punitiva, perché la difficoltà dei servizi di “ordine pubblico” è indubbia, ma come segnale di apertura democratica. Rendere riconoscibili gli uomini e le donne in divisa non significa esporli a ritorsioni, si tratta solo di un numero, ma testimonierebbe una disponibilità concreta verso i cittadini. E offrirebbe un incentivo all’autocontrollo in situazioni come quella che ha coinvolto a Genova il nostro collega Stefano Origone, manganellato e preso a calci nonostante si fosse qualificato come giornalista e non avesse un atteggiamento offensivo. Nel momento in cui tanti in Italia, anche giovanissimi, riscoprono le marce per i diritti e per l’ambiente, quante persone corrono il rischio di venire travolte da una carica indiscriminata?
Proprio i fatti di Genova del luglio 2001 hanno aperto in tutta Europa il dibattito sulle misure per evitare altre «macellerie messicane», termine usato da uno dei funzionari protagonisti della terribile irruzione nella scuola Diaz: scene che durante quel G-8 si sono ripetute spesso nelle strade della città. Pochi mesi dopo, il Consiglio dei ministri della Ue raccomandò l’adozione di «codici identificativi», provvedimento ribadito poi in altre delibere del Parlamento europeo. Adesso i reparti di diverse metropoli britanniche e land tedeschi hanno numeri ben visibili su caschi o giubbotti: persino la polizia turca fedelissima a Erdogan li usa.
In Italia petizioni e disegni di legge si sono sempre scontrati con un muro. Ai tempi del governo Renzi, con la maggioranza di centrosinistra, sembrava quasi fatta. Ma l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano si disse «contrarissimo» e riuscì ad affondare la riforma. Dietro di lui, i sindacati degli agenti determinati nel sostenere che «sarebbe solo un ulteriore attacco alle donne e agli uomini della Polizia che continuano a sacrificarsi a difesa delle istituzioni e per la sicurezza del Paese». Un fronte compatto, con l’eccezione del Silp-Cgil convinto invece che «il casco identificativo alfanumerico ha un duplice effetto trasparenza: verso l’opinione pubblica, che sa chi ha di fronte, e a garanzia di tutti i poliziotti che svolgono correttamente il loro servizio».
Appena insediato al Viminale, Matteo Salvini si è espresso con chiarezza: «Il mio obiettivo è non mettere il numero sui caschi dei poliziotti, che sono già abbastanza facilmente bersagli dei delinquenti». E poi ha aggiunto: «Da bambino giocavo sempre a guardie e ladri, a volte vincevo, a volte perdevo, ma sapevo sempre da che parte stare». Una frase che dimostra la scarsa conoscenza dei problemi del suo dicastero, perché durante le dimostrazioni di piazza la difficoltà è proprio quella di distinguere tra buoni e cattivi, tra agitatori e manifestanti pacifici, evitando di manganellare a caso.
L’uso legittimo della forza da parte dello Stato deve essere sempre proporzionale e mirato. E dal 2001 la Polizia ha fatto molto per migliorare la preparazione del personale destinato ai servizi di “ordine pubblico”, quelli in cui lo stress raggiunge livelli altissimi, creando corsi specializzati. Gli episodi avvenuti in questi giorni a Genova, a Firenze e a Bologna – spesso per tutelare comizi di movimenti dichiaratamente neofascisti –, così come la rimozione spesso arbitraria di striscioni contro il ministro Salvini, dimostrano che c’è ancora tanto da fare. Per questo il codice identificativo sarebbe una risposta concreta e rapida, per ribadire a tutti che la Polizia è sempre e solo al servizio dei cittadini.