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(reuters)

La gran festa che non parla al pubblico

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Quale incantamento o sortilegio o semplice terrore, avrà spinto una giuria di massima elite cinematografica a premiare film che, per essere sinceri, avevano lasciato nella massima mestizia critici di fama per non parlare del lussuoso pubblico? Un modo per dar loro un bonario schiaffetto, per indicare ai festival il Golgota da seguire, per far vincere eroi così sconosciuti che neppure il web ne sa qualcosa? O addirittura per svuotare definitivamente le sale e non pensarci più? Il Leone d'oro al coreano "Parasite", giovane povero accolto in casa ricca coreana, e tutti gli altri prescelti forse con l'imperio del presidente messicano Iñárritu, sono certamente politici, ognuno a suo modo. Il brasiliano "Bacurau" è appunto un apologo politico, "Atlantique", con cui si divide il Gran Premio,è la storia di un barcone di migranti, la miglior regia va al ragazzino radicalizzato in Belgio, a due gentili dame s…
Quale incantamento o sortilegio o semplice terrore, avrà spinto una giuria di massima elite cinematografica a premiare film che, per essere sinceri, avevano lasciato nella massima mestizia critici di fama per non parlare del lussuoso pubblico? Un modo per dar loro un bonario schiaffetto, per indicare ai festival il Golgota da seguire, per far vincere eroi così sconosciuti che neppure il web ne sa qualcosa? O addirittura per svuotare definitivamente le sale e non pensarci più? Il Leone d'oro al coreano "Parasite", giovane povero accolto in casa ricca coreana, e tutti gli altri prescelti forse con l'imperio del presidente messicano Iñárritu, sono certamente politici, ognuno a suo modo. Il brasiliano "Bacurau" è appunto un apologo politico, "Atlantique", con cui si divide il Gran Premio,è la storia di un barcone di migranti, la miglior regia va al ragazzino radicalizzato in Belgio, a due gentili dame settecentesche un po' lesbiche francesi la sceneggiatura. Miglior attrice una che non era venuta in mente a nessuno, e forse in quanto genetista. È stato quasi un dispetto, un contentino sia alla critica bonacciona che a un eventuale pubblico di gusti antichi, il premio a Banderas per il miglior attore. Il tutto visto da lontano, cioè non visto.

Cosa vedremo quando i film ci raggiungeranno ma forse anche no perché ormai i distributori sono molto cauti, e in ogni caso per pochi giorni di programmazione?
Si sentiva, da qui, e quindi non sul campo, un senso generale quasi di imbalsamazione, e non solo per le sconosciute che da decenni tentennano su per il tappeto rosso con bruttissime toilettes. È come se il Festival, i premi, i film, gli autori, gli interpreti, si fossero fermati sull'orlo di un abisso: senza chiedersi, o non trovando risposte, come da questa faticosa gran festa il cinema possa poi raggiungere il distratto pubblico di oggi e farlo contento; in un mondo, con una cultura
o incultura, e una situazione politica, economica e tecnologica in continuo mutamento.

Da là cronache entusiaste e cronache mogie e pare, mistero, una specie di organizzata persecuzione dell'informazione come un fastidio e un ostacolo, del resto ormai diffusa pure qui, e in ben più essenziali contesti. La crudele sbandata di questa giuria quasi bolscevica, magari darà uno scossone non solo al cinema, ma anche al sovranismo: e proprio oggi che andiamo a votare.