Zucconi, la magia in una risata
Eugenio Scalfari , di EUGENIO SCALFARIUomo sempre in movimento e dal sorriso contagioso. Interpretava il mondo e affrontava con ironia le tragedie della cronaca
Aveva 74 anni, Vittorio Zucconi che ieri ci ha abbandonato. Ha cominciato a lavorare per noi intorno ai quarant’anni d’età; aveva già un passato di giornalista in vari altri giornali ma il suo arrivo a Repubblica segnò per noi e per lui un forte mutamento positivo. Vittorio trovò un quotidiano in piena espansione che stava diventando come quantità di vendite il primo d’Italia e noi dal canto nostro trovammo un giornalista-scrittore che non si limitava a raccontare i fatti avvenuti ma dava a essi l’interpretazione politica e sociale, le motivazioni che avevano prodotto quel fatto e le conseguenze che ne sarebbero seguite. Ricordo molte cose di lui, ma voglio soprattutto menzionare quando si occupò, per parecchio tempo, della guerra in Iraq condotta dagli Stati Uniti. Una campagna che coinvolse l’intero assetto del Medio Oriente e i rapporti con gli americani, con gli inglesi e i francesi e soprattutto con Israele. …
Aveva 74 anni, Vittorio Zucconi che ieri ci ha abbandonato. Ha cominciato a lavorare per noi intorno ai quarant’anni d’età; aveva già un passato di giornalista in vari altri giornali ma il suo arrivo a Repubblica segnò per noi e per lui un forte mutamento positivo. Vittorio trovò un quotidiano in piena espansione che stava diventando come quantità di vendite il primo d’Italia e noi dal canto nostro trovammo un giornalista-scrittore che non si limitava a raccontare i fatti avvenuti ma dava a essi l’interpretazione politica e sociale, le motivazioni che avevano prodotto quel fatto e le conseguenze che ne sarebbero seguite. Ricordo molte cose di lui, ma voglio soprattutto menzionare quando si occupò, per parecchio tempo, della guerra in Iraq condotta dagli Stati Uniti. Una campagna che coinvolse l’intero assetto del Medio Oriente e i rapporti con gli americani, con gli inglesi e i francesi e soprattutto con Israele. Zucconi raccontò la lunga guerra con intelligenza e vivacità, e studiò a fondo le conseguenze che essa avrebbe creato specialmente con l’Iran e le minoranze palestinesi.
È inutile dire che, vivendo a Washington, Vittorio ha coperto da inviato soprattutto la politica americana e le tante presidenze che si sono succedute durante gli anni del suo lavoro. L’America era il centro del mondo e l’unico vero impero occidentale e Zucconi per oltre trent’anni ce lo ha raccontato. Dalla politica allo sport, dalla cronaca nera a quella del costume. Noi avevamo più di una persona negli Stati Uniti. A Washington c’era Vittorio e altri due corrispondenti avevano come sede New York e coprivano anche Boston e Chicago, ma Vittorio non raccontava solo le mosse del governo domiciliato a Washington: viaggiava per tutto il continente dove era necessario, dove c’era una crisi economica che colpiva qualcuno degli Stati federati, soprattutto quelli del Centro e dell’Ovest e quelli del Sud. Senza dimenticare le puntate a Cuba per le corrispondenze su Fidel Castro.
A un certo punto s’innamorò della radio alla quale ha dedicato un pezzo di vita professionale e un entusiasmo non scontato. Vittorio, uomo sempre in movimento, cominciò a venire più spesso in Italia e ad allungare i suoi periodi di permanenza in qualità di direttore di Radio Capital. Ogni volta si fermava almeno un paio di settimane e avevamo la fortuna di vederlo quasi ogni giorno in redazione con il suo sorriso contagioso e l’ironia con la quale affrontava le tragedie della cronaca.
Ricordo ancora la scena che chiamerei scenetta di quando, appena arrivato a Roma, Vittorio mi cercava. Quando mi vedeva nel corridoio che porta dalla stanza del direttore a quella dell’ufficio centrale, imboccava il corridoio verso di me e arrivato a due metri di distanza si metteva in ginocchio e mi baciava la mano. Naturalmente io facevo altrettanto ed eravamo inginocchiati entrambi, accompagnati dalle risate di tutti i capiservizio già riuniti per preparare il giornale dell’indomani.
Infine voglio ricordare d’aver dato a Zucconi un compito molto singolare per un corrispondente da Washington: lo incaricai di fare un viaggio in Italia, cominciando dal Sud e cioè dalla Sicilia e dedicando un articolo a ogni regione alternando la risalita dal Sud al Nord con la visita delle città adriatiche e quella delle città tirreniche per chiudere con il gran finale a Roma. Il suo viaggio durò un paio di mesi e superò a mio giudizio quello che qualche anno prima aveva fatto Piovene.
Potrei raccontare molti altri episodi su di lui, ma alcuni mi sfuggono poiché ormai ho la memoria un po’ fragile. Il personaggio di Vittorio però non mi sfugge affatto e proprio in queste ore per tutti noi molto tristi ne rimembro il volto che vidi ancora in perfetta forma soltanto un anno fa.
È inutile dire che, vivendo a Washington, Vittorio ha coperto da inviato soprattutto la politica americana e le tante presidenze che si sono succedute durante gli anni del suo lavoro. L’America era il centro del mondo e l’unico vero impero occidentale e Zucconi per oltre trent’anni ce lo ha raccontato. Dalla politica allo sport, dalla cronaca nera a quella del costume. Noi avevamo più di una persona negli Stati Uniti. A Washington c’era Vittorio e altri due corrispondenti avevano come sede New York e coprivano anche Boston e Chicago, ma Vittorio non raccontava solo le mosse del governo domiciliato a Washington: viaggiava per tutto il continente dove era necessario, dove c’era una crisi economica che colpiva qualcuno degli Stati federati, soprattutto quelli del Centro e dell’Ovest e quelli del Sud. Senza dimenticare le puntate a Cuba per le corrispondenze su Fidel Castro.
A un certo punto s’innamorò della radio alla quale ha dedicato un pezzo di vita professionale e un entusiasmo non scontato. Vittorio, uomo sempre in movimento, cominciò a venire più spesso in Italia e ad allungare i suoi periodi di permanenza in qualità di direttore di Radio Capital. Ogni volta si fermava almeno un paio di settimane e avevamo la fortuna di vederlo quasi ogni giorno in redazione con il suo sorriso contagioso e l’ironia con la quale affrontava le tragedie della cronaca.
Ricordo ancora la scena che chiamerei scenetta di quando, appena arrivato a Roma, Vittorio mi cercava. Quando mi vedeva nel corridoio che porta dalla stanza del direttore a quella dell’ufficio centrale, imboccava il corridoio verso di me e arrivato a due metri di distanza si metteva in ginocchio e mi baciava la mano. Naturalmente io facevo altrettanto ed eravamo inginocchiati entrambi, accompagnati dalle risate di tutti i capiservizio già riuniti per preparare il giornale dell’indomani.
Infine voglio ricordare d’aver dato a Zucconi un compito molto singolare per un corrispondente da Washington: lo incaricai di fare un viaggio in Italia, cominciando dal Sud e cioè dalla Sicilia e dedicando un articolo a ogni regione alternando la risalita dal Sud al Nord con la visita delle città adriatiche e quella delle città tirreniche per chiudere con il gran finale a Roma. Il suo viaggio durò un paio di mesi e superò a mio giudizio quello che qualche anno prima aveva fatto Piovene.
Potrei raccontare molti altri episodi su di lui, ma alcuni mi sfuggono poiché ormai ho la memoria un po’ fragile. Il personaggio di Vittorio però non mi sfugge affatto e proprio in queste ore per tutti noi molto tristi ne rimembro il volto che vidi ancora in perfetta forma soltanto un anno fa.