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(ansa)

Pd, c'è vita sul pianeta rosso

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Zingaretti porta a casa un risultato non scontato. Ma ora arriva il tempo di ripartire
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Danzando ineffabile e indefinibile tra le inquietanti ombre nere dell’ultradestra salviniana, la sinistra ha fatto sua la lezione di Giorgio Gaber. Far finta di essere sani, sembra essere la tecnica di sopravvivenza adottata dal Partito democratico di Nicola Zingaretti. Il Pd esce da questa difficile tornata elettorale meglio di come ci era entrato. La campagna elettorale, onestamente, è stata un po’ fiacca nei toni e vaga nei contenuti. Di fronte al Capitano col mitra in mano e il rosario al collo, i porti chiusi e la castrazione chimica, la flat tax e la rottura dei vincoli di bilancio, l’idea della “forza tranquilla” e del sereno buon senso non è parsa del tutto all’altezza della sfida. Nonostante questo, alla fine, Zingaretti porta a casa un risultato non scontato. C’è ancora vita sul pianeta rosso, se solo si prova a viverla recuperando dignità e identità.

Ma diciamolo con franchezza. Non c’&egrav…
Danzando ineffabile e indefinibile tra le inquietanti ombre nere dell’ultradestra salviniana, la sinistra ha fatto sua la lezione di Giorgio Gaber. Far finta di essere sani, sembra essere la tecnica di sopravvivenza adottata dal Partito democratico di Nicola Zingaretti. Il Pd esce da questa difficile tornata elettorale meglio di come ci era entrato. La campagna elettorale, onestamente, è stata un po’ fiacca nei toni e vaga nei contenuti. Di fronte al Capitano col mitra in mano e il rosario al collo, i porti chiusi e la castrazione chimica, la flat tax e la rottura dei vincoli di bilancio, l’idea della “forza tranquilla” e del sereno buon senso non è parsa del tutto all’altezza della sfida. Nonostante questo, alla fine, Zingaretti porta a casa un risultato non scontato. C’è ancora vita sul pianeta rosso, se solo si prova a viverla recuperando dignità e identità.

Ma diciamolo con franchezza. Non c’è altro, oltre questo. Il malato ha preso un brodino, per rievocare la formula usata da Bertinotti poco prima dell’assassinio politico dell’Unione prodiana nel 2008. Il sorpasso dei Cinque Stelle non è cosa da poco, ma è avvenuto in retromarcia: dettato non tanto dalla buona performance elettorale dei democratici, quanto piuttosto dalla clamorosa eclissi politica del Movimento nei territori e dal fragoroso tracollo della leadership di Di Maio, ormai preda di un’inguaribile sindrome di Stoccolma nei confronti del suo carnefice-contraente dell’ormai esaurito patto gialloverde. Di questo collasso pentastellato il Pd non ha beneficiato: solo il 4% dei consensi in uscita da M5S sono tornati a casa, mentre alle politiche di un anno fa l’emorragia di flussi da Pd a M5S era stata di ben 2 milioni di voti. In valori assoluti, alle Europee il Pd ottiene quasi 100mila voti in meno rispetto alle politiche: è vero che stavolta l’affluenza è stata più bassa rispetto al 4 marzo 2018, ma questo significa che la grande mobilitazione democratica, tra cortei in piazza, striscioni alle finestre e selfie-trabocchetto, non c’è stata.

È vero, il Pd recupera terreno nelle grandi città. Alle amministrative vince a Firenze, Bergamo e Bari. Alle europee torna a essere primo partito a Milano, a Roma, a Torino, a Bologna. Ma la cocente sconfitta in Piemonte brucia più di ogni altra bandierina piazzata nei comuni. Intanto perché è la settima regione consecutiva conquistata dal centrodestra, dopo Friuli, Trentino, Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna. E poi perché annettendosi il Piemonte Salvini fa cappotto, e ormai governa tutto il Nord del Paese. Se consideriamo che la Lega è diventata già primo partito in Umbria e in Emilia Romagna (dove si vota in autunno), ed è a meno di 2 punti di distanza dal Pd in Toscana, allora non si vede davvero cosa ci sia da festeggiare, se non la pura e semplice sopravvivenza della “ditta”.

Il trionfalismo della notte elettorale appare malriposto. Parlare di “nuovo bipolarismo” sa di fuga in avanti. Un polo in campo c’è senz’altro: è quello di una destra insieme radicale e di governo, identitaria, xenofoba, che usa i serbatoi del rancore e abusa dei simboli religiosi, e può giovarsi in ogni momento di una punta di lancia ancora più estrema (Meloni) e di una stampella azzurra moderata (Berlusconi). Ma è un altro polo che ancora manca: quello di una sinistra forte e plurale, che tutela i diritti e protegge le minoranze, che si cura dei deboli e ha due proposte chiare e comprensibili per combattere le disuguaglianze sul terreno del fisco e del lavoro e per ricalibrare gli obiettivi dell’Unione europea sulle politiche sociali (oltre che quelle monetarie e di bilancio). Questo polo non c’è perché il Pd non sa ancora chi è e cosa vuole essere, non ha un programma conseguente, non sa se crogiolarsi ancora nel sogno di un’improbabile “vocazione maggioritaria” (impensabile con un 22%) o dedicarsi alla ricostruzione di un campo di forze alleate o “federate”. E non c’è perché queste forze (da piùEuropa a Sinistra Italiana) continuano dannunzianamente a giocare col frazionismo dei prefissi telefonici, in nome di una testimonianza “etica” che non sarà mai maggioranza politica.

In queste condizioni, evocare la crisi e le elezioni anticipate sa di salto nel buio. Per poter reggere credibilmente questa linea serve un’alternativa di governo pronta all’uso, a portata di urna. E questa alternativa, palesemente, ancora non c’è. A meno che non ci si illuda di riaprire un tavolo con i Cinque Stelle, che se poteva avere un senso subito dopo il 4 marzo 2018, di certo non ce l’ha più oggi, con un Movimento ridotto a fantoccio inservibile: non-partito esploso con il Vaffa, passato per il “governo del cambiamento” con Salvini, virato su una posticcia “responsabilità istituzionale” un mese prima del voto, e infine crollato per manifesta perdita di senso, con la bellezza di 6 milioni di voti bruciati in un solo anno. Per il principale partito della sinistra italiana, che insieme agli spagnoli ai portoghesi e agli olandesi resiste miracolosamente alla scomparsa delle socialdemocrazie europee, è tempo di costruire, non di autocompiacersi. Ieri, finalmente, Zingaretti sembra averlo capito, quando smorzando i toni tronfi della sera precedente ha detto «questo per noi non è un punto d’arrivo, ma è una ripartenza». Ben detto, vecchia talpa. Ora però comincia subito a scavare, se non vuoi che a farlo rimanga solo la ruspa sfascista di Capitan Mitraglia.