Europa. il Conte solitario
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNISalvini sta lanciando il nostro Titanic a tutta velocità contro l’iceberg di Bruxelles. E il premier non sta più al tavolo dei grandi
Lanciato alla conquista del suo Nastro Azzurro, che lo consacri “enfant prodige” dell’estrema destra europea, il Capitano Matteo Salvini sta mandando il Titanic Italia a tutto vapore contro l’iceberg europeo. Prima delle elezioni prometteva che l’iceberg si sarebbe sciolto. Ma così non è stato, anzi. Ora spera che il ghiaccio si scosti dalla sua rotta per evitare la collisione. Ma così non sarà. Il totale isolamento del premier Conte, ieri al vertice di Bruxelles sulle nomine europee, dà la misura di quanto l’anomalia italiana sia sempre più un elemento penalizzante per il Paese e per le sue ambizioni.
Il summit Ue è stato preceduto, come sempre, dai pre-vertici dei popolari, dei liberali e dei socialisti, i partiti che formeranno la prossima maggioranza in Parlamento e che si contendono le massime cariche europee. Il governo italiano era assente da tutti e tre. Giuseppe Conte è arrivato al pa…
Il summit Ue è stato preceduto, come sempre, dai pre-vertici dei popolari, dei liberali e dei socialisti, i partiti che formeranno la prossima maggioranza in Parlamento e che si contendono le massime cariche europee. Il governo italiano era assente da tutti e tre. Giuseppe Conte è arrivato al pa…
Lanciato alla conquista del suo Nastro Azzurro, che lo consacri “enfant prodige” dell’estrema destra europea, il Capitano Matteo Salvini sta mandando il Titanic Italia a tutto vapore contro l’iceberg europeo. Prima delle elezioni prometteva che l’iceberg si sarebbe sciolto. Ma così non è stato, anzi. Ora spera che il ghiaccio si scosti dalla sua rotta per evitare la collisione. Ma così non sarà. Il totale isolamento del premier Conte, ieri al vertice di Bruxelles sulle nomine europee, dà la misura di quanto l’anomalia italiana sia sempre più un elemento penalizzante per il Paese e per le sue ambizioni.
Il summit Ue è stato preceduto, come sempre, dai pre-vertici dei popolari, dei liberali e dei socialisti, i partiti che formeranno la prossima maggioranza in Parlamento e che si contendono le massime cariche europee. Il governo italiano era assente da tutti e tre. Giuseppe Conte è arrivato al palazzo del Consiglio quando ormai i conciliaboli per decidere i giochi erano conclusi e il presidente francese Macron aveva visto tutti, perfino i quattro sovranisti del gruppo di Visegrad.
Il premier assicura di voler «rivendicare per l’Italia le posizioni che merita», però nessuno tra gli altri capi di governo gli dà credito. E lui non dice quale siano queste posizioni che vorrebbe conquistare per un governo gialloverde che appare sempre più in bilico, con un futuro incerto.
E infatti, dopo le elezioni, non è quello di Conte il volto dell’Italia in Europa. Mentre lui arriva a Bruxelles per sedersi al tavolo dei leader, mentre la Commissione sta mettendo a punto la lettera che oggi invierà all’Italia per innescare la procedura di infrazione sul debito, da Roma arrivano le bordate del vincitore delle elezioni. E fanno, se non altro, molto rumore nei corridoi europei.
Matteo Salvini, parlando da vero capo del governo, annuncia che il Paese a cui Bruxelles sta per chiedere una manovra da oltre trenta miliardi ne spenderà altri trenta per la flat tax. Dichiara che «il tempo delle letterine europee è finito». Pretende una ridiscussione del mandato della Bce, per far sì che la Banca centrale possa comprare il debito italiano con i soldi degli altri europei. E annuncia una «conferenza sulla crescita» che rivedrà i parametri di Maastricht.
Queste dichiarazioni allargano ulteriormente lo spread tra il governo italiano e la realtà, prima ancora che quello tra i nostri titoli di debito e quelli tedeschi. Dopo aveva annunciato una rivoluzione sovranista nelle urne che non c’è stata, dopo aver previsto un crollo del partito del rigore, che esce invece rafforzato dal voto, ora Salvini mette il timone della nave italiana in piena rotta di collisione con le regole europee, con la posizione della Commissione e con la determinazione degli altri 27 governi della Ue.
Può darsi che il leader della Lega, come spiegano gli osservatori che conoscono le motivazioni del Capitano, alzi la voce e minacci lo scontro frontale con Bruxelles nella convinzione che l’Europa non abbia il coraggio di lasciar esplodere una crisi italiana che danneggerebbe tutti. In fondo, anche Renzi sbraitava contro «i burocrati dello zerovirgola» e poi mandava Padoan a trattare proprio sui decimali del deficit.
Ma i tempi, a Bruxelles, sono cambiati. I margini di flessibilità e di tolleranza concessi a Renzi prima, a Gentiloni poi, e infine a Conte sull’ultima finanziaria si sono rivelati controproducenti. Il debito italiano ha continuato ad aumentare. La crescita economica si è prosciugata fino a diventare recessione. La produttività del Paese non migliora. Gli obiettivi di bilancio concordati con Roma per il 2019 sono risultati del tutto fasulli. Più in generale, l’Europa ha ritrovato da anni la via della crescita e ha ormai ampiamente recuperato le perdite della grande crisi economica di inizio secolo, mentre l’Italia di oggi è nettamente più povera, più indebitata e più instabile di quella pre-crisi.
In questo quadro, se anche l’iceberg europeo volesse spostarsi per evitare la collisione con l’Italia di Salvini, non potrebbe farlo. Bruxelles aprirà la procedura per debito eccessivo non perché vuole lo scontro ma perché le regole sono già state forzate oltre i limiti e non possone essere ignorate ancora. La «letterina» arriverà nella speranza che, come accaduto a dicembre, alla fine il governo populista si ravveda e vari la manovra che ha promesso di fare. Se questo non succederà, pensano a Bruxelles, non saranno le «sanzioni» europee a mettere in ginocchio l’Italia. Saranno i mercati finanziari a decidere che i deliri di onnipotenza del Capitano non sono più compatibili con la sostenibilità del debito italiano.
Nei dodici mesi di vita di questo governo, mentre Salvini e Di Maio erano impegnati nel valzer di dispetti e delegittimazioni di una campagna elettorale che non si è mai fermata, in Europa si pensava a come contenere i danni del naufragio annunciato della terza economia dell’eurozona. L’idea di una possibile ristrutturazione del debito pubblico italiano è passata dai centri studi ai tavoli delle cancellerie e delle grandi banche. È ancora solo una ipotesi, che ovviamente spaventa tutti. Ma i muscoli del Capitano, al timone di un Paese sempre più staccato dalla realtà, potrebbero renderla inevitabile.
Il summit Ue è stato preceduto, come sempre, dai pre-vertici dei popolari, dei liberali e dei socialisti, i partiti che formeranno la prossima maggioranza in Parlamento e che si contendono le massime cariche europee. Il governo italiano era assente da tutti e tre. Giuseppe Conte è arrivato al palazzo del Consiglio quando ormai i conciliaboli per decidere i giochi erano conclusi e il presidente francese Macron aveva visto tutti, perfino i quattro sovranisti del gruppo di Visegrad.
Il premier assicura di voler «rivendicare per l’Italia le posizioni che merita», però nessuno tra gli altri capi di governo gli dà credito. E lui non dice quale siano queste posizioni che vorrebbe conquistare per un governo gialloverde che appare sempre più in bilico, con un futuro incerto.
E infatti, dopo le elezioni, non è quello di Conte il volto dell’Italia in Europa. Mentre lui arriva a Bruxelles per sedersi al tavolo dei leader, mentre la Commissione sta mettendo a punto la lettera che oggi invierà all’Italia per innescare la procedura di infrazione sul debito, da Roma arrivano le bordate del vincitore delle elezioni. E fanno, se non altro, molto rumore nei corridoi europei.
Matteo Salvini, parlando da vero capo del governo, annuncia che il Paese a cui Bruxelles sta per chiedere una manovra da oltre trenta miliardi ne spenderà altri trenta per la flat tax. Dichiara che «il tempo delle letterine europee è finito». Pretende una ridiscussione del mandato della Bce, per far sì che la Banca centrale possa comprare il debito italiano con i soldi degli altri europei. E annuncia una «conferenza sulla crescita» che rivedrà i parametri di Maastricht.
Queste dichiarazioni allargano ulteriormente lo spread tra il governo italiano e la realtà, prima ancora che quello tra i nostri titoli di debito e quelli tedeschi. Dopo aveva annunciato una rivoluzione sovranista nelle urne che non c’è stata, dopo aver previsto un crollo del partito del rigore, che esce invece rafforzato dal voto, ora Salvini mette il timone della nave italiana in piena rotta di collisione con le regole europee, con la posizione della Commissione e con la determinazione degli altri 27 governi della Ue.
Può darsi che il leader della Lega, come spiegano gli osservatori che conoscono le motivazioni del Capitano, alzi la voce e minacci lo scontro frontale con Bruxelles nella convinzione che l’Europa non abbia il coraggio di lasciar esplodere una crisi italiana che danneggerebbe tutti. In fondo, anche Renzi sbraitava contro «i burocrati dello zerovirgola» e poi mandava Padoan a trattare proprio sui decimali del deficit.
Ma i tempi, a Bruxelles, sono cambiati. I margini di flessibilità e di tolleranza concessi a Renzi prima, a Gentiloni poi, e infine a Conte sull’ultima finanziaria si sono rivelati controproducenti. Il debito italiano ha continuato ad aumentare. La crescita economica si è prosciugata fino a diventare recessione. La produttività del Paese non migliora. Gli obiettivi di bilancio concordati con Roma per il 2019 sono risultati del tutto fasulli. Più in generale, l’Europa ha ritrovato da anni la via della crescita e ha ormai ampiamente recuperato le perdite della grande crisi economica di inizio secolo, mentre l’Italia di oggi è nettamente più povera, più indebitata e più instabile di quella pre-crisi.
In questo quadro, se anche l’iceberg europeo volesse spostarsi per evitare la collisione con l’Italia di Salvini, non potrebbe farlo. Bruxelles aprirà la procedura per debito eccessivo non perché vuole lo scontro ma perché le regole sono già state forzate oltre i limiti e non possone essere ignorate ancora. La «letterina» arriverà nella speranza che, come accaduto a dicembre, alla fine il governo populista si ravveda e vari la manovra che ha promesso di fare. Se questo non succederà, pensano a Bruxelles, non saranno le «sanzioni» europee a mettere in ginocchio l’Italia. Saranno i mercati finanziari a decidere che i deliri di onnipotenza del Capitano non sono più compatibili con la sostenibilità del debito italiano.
Nei dodici mesi di vita di questo governo, mentre Salvini e Di Maio erano impegnati nel valzer di dispetti e delegittimazioni di una campagna elettorale che non si è mai fermata, in Europa si pensava a come contenere i danni del naufragio annunciato della terza economia dell’eurozona. L’idea di una possibile ristrutturazione del debito pubblico italiano è passata dai centri studi ai tavoli delle cancellerie e delle grandi banche. È ancora solo una ipotesi, che ovviamente spaventa tutti. Ma i muscoli del Capitano, al timone di un Paese sempre più staccato dalla realtà, potrebbero renderla inevitabile.