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I complici del manganello

La polizia di Genova che denuncia se stessa per le botte al nostro cronista ci conforta ma ancora non ci basta
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La polizia che denunzia se stessa ci conforta, ma ancora non ci basta. E diciamo subito che è a noi, a Repubblica, che giovedì scorso a Genova alcuni poliziotti (ma cos’è Genova per voi?) hanno frantumato le dita, fratturato una costola e coperto il corpo di lividi. Ancora: è per amore della polizia che Repubblica ha chiesto e ieri finalmente ha ottenuto dalla polizia l’autoaccusa dei picchiatori in divisa che si erano accaniti sul nostro giornalista Stefano Origone, il quale non era lì per caso, ma per dovere: venti secondi — provate a contare sino a venti — di «calci alla schiena, manganellate sulle braccia, sulle gambe, sugli stinchi... Sentivo dolore, pregavo che smettessero. Alla fine, per terra, non gridavo più “sono un giornalista”, ma supplicavo “basta basta”».

Ci ha commosso il racconto di Stefano Origone, che abbiamo pubblicato ieri. E ci ha spaventato, sin dal primo moment…
La polizia che denunzia se stessa ci conforta, ma ancora non ci basta. E diciamo subito che è a noi, a Repubblica, che giovedì scorso a Genova alcuni poliziotti (ma cos’è Genova per voi?) hanno frantumato le dita, fratturato una costola e coperto il corpo di lividi. Ancora: è per amore della polizia che Repubblica ha chiesto e ieri finalmente ha ottenuto dalla polizia l’autoaccusa dei picchiatori in divisa che si erano accaniti sul nostro giornalista Stefano Origone, il quale non era lì per caso, ma per dovere: venti secondi — provate a contare sino a venti — di «calci alla schiena, manganellate sulle braccia, sulle gambe, sugli stinchi... Sentivo dolore, pregavo che smettessero. Alla fine, per terra, non gridavo più “sono un giornalista”, ma supplicavo “basta basta”».

Ci ha commosso il racconto di Stefano Origone, che abbiamo pubblicato ieri. E ci ha spaventato, sin dal primo momento, che i poliziotti non abbiano ascoltato il grido con il quale si sgolava: «Sono un giornalista, sono un giornalista». È vero che le violenze di piazza sono spesso cieche, capiamo le difficoltà psicologiche e quelle professionali, il fumo, le fughe, le cariche improvvise dei violenti, gli uccellacci che si lanciano sui manifestanti uccellini, gli incappucciati che si autodefiniscono antagonisti, le pietre, le biglie e poi i fascisti, gli infiltrati in mezzo alla gente per bene... Senza alcun partito preso dunque, e anzi con un po’ di quella retorica contraria che racconterebbe sempre i poliziotti come “gli arrivano i nostri”, per noi solo ora i picchiatori, ora che non sono più protetti dal casco e dall’omertà dei loro colleghi, hanno smesso di rappresentare tutta intera la Polizia italiana.

E però sono sette giorni che tratteniamo il fiato: ci piacciono infatti i capi che proteggono i loro uomini, ma non quelli che li coprono e se ne fanno complici.

E il capo della polizia, Franco Gabrielli, che non è un uomo qualunque, ma è da molti anni un pezzo importante dello Stato italiano e ha alle spalle una carriera di poliziotto modello, a Stefano Origone non aveva mandato neppure un saluto.

Eppure sapeva bene che Stefano siamo noi, tutti noi di Repubblica. E questa non è nobiltà di retorica, non è la versione rimpicciolita del “siamo tutti americani” che diventa “siamo tutti Origone”. Non è, insomma, il tic linguistico della solidarietà che ci spinge a essere tutti qualcosa o tutti qualcuno a ogni prepotenza e a ogni violenza che avremmo potuto subire anche noi se fossimo stati al posto di quel qualcuno, di quel qualcosa. Stefano Origone non passava di lì durante una passeggiata e non gli è capitata una disgrazia. Ed è vero che lo avrebbero picchiato pure se fosse stato del Corriere della sera o della Gazzetta di Parma, ma è il nostro corpo che hanno picchiato, fratturato e coperto di contusioni ed ecchimosi, che giovedì scorso erano neri e ora sono giallo verdi.

Repubblica ha la sua forza e la sua fragilità, i suoi troppi giornalisti sotto scorta, e qui voglio ricordarne solo uno di cui si parla poco, Paolo Berizzi, che all’inizio pareva esagerato pure a qualcuno di noi, con quel suo cercare “i fascisti” dovunque, pure sotto il letto. Il punto è che Paolo Berizzi li ha trovati, e forse non bisognerebbe chiamarli fascisti, forse è vero o forse no che il binomio fascismo-antifascismo appartiene alla storia, come Orazi e Curiazi, Achei e Troiani... forse è vero che come tutti gli altri popoli occidentali anche noi italiani abbiamo per valore fondante la libertà e dunque la democrazia e non la dittatura. Ma, come ha scritto Ezio Mauro, «la novità dell’Italia di oggi è l’emergere di una cosa che chiama se stessa fascista, rivendica quell’identità e agisce di conseguenza, con incursioni e intimidazioni». Comunque li si voglia chiamare, questi movimenti, che pure elettoralmente sono insignificanti, sono invece attivi e forti nelle piazze e nelle periferie. Per averli visti prima di tutti, Paolo Berizzi è minacciato di morte e vive sotto scorta. Di sicuro poteva accadere anche ad altri cronisti di altri giornali, ma è a lui, è a noi che è accaduto.

Anche Stefano Origone è un cronista veloce, a 50 anni sa spostarsi come un ragazzo, inseguire il fatto mentre accade, sa essere testimone invisibile come un fotografo che mai deve essere trascinato sulla scena che sta fotografando. Ecco, nella sera di giovedì della settimana scorsa, non c’era in tutta Genova nessun altro posto dove il cronista dovesse stare. Il giornalista di Repubblica era dunque nel posto giusto e nel momento giusto.

E ancora: “largo, c’è il giornalista” è, pronunziata in tante lingue, la piccola frase — la password — usata sia da Tiziano Terzani sia da Oriana Fallaci, lei che non voleva “mischiarsi alle cicale” e lui che non voleva “cadere nel baratro delle emozioni”, due grandi inviati di guerra che litigarono su tutto ma non sull’importanza di gridare quella piccola frase, “sono un giornalista”, che infatti funzionò sempre, dal Vietnam a Kabul. Ma non ha funzionato a Genova, nella pacifica e dolce Italia che non è certo neppure lontanamente paragonabile a uno di quei territori di guerra.
Eppure qualcuno l’ha sentito: «A un certo punto è arrivato un poliziotto, Giampiero Bove, che conosco da molto tempo; dice di avere riconosciuto la mia voce, proprio quella che gli altri, molti più vicini, non sentivano. E si è buttato sul mio corpo per proteggermi: “Fermatevi, fermatevi, cosa state facendo, è un giornalista, fermatevi”, ha gridato pure lui. Gli ho poi chiesto se aveva preso qualche calcio e mi ha risposto con un grande sorriso. Lo domando a voi: Giampiero mi ha salvato? Di sicuro, quegli altri hanno smesso e se ne sono andati”. Chiediamo: in quel momento erano ancora poliziotti o solo dei vigliacchi?

Comunque infatti sia andata quella giornata di violenza, a un certo momento in piazza Corvetto c’era Stefano Origone che esibiva la sua identità neutrale di giornalista e dunque si consegnava a loro con la stessa fiducia con cui Lucia si consegna alla monaca di Monza: pensava che lo avrebbero protetto e invece lo hanno pestato. E peggio ancora, una volta a terra, era solo una persona, un uomo e basta, inerme e fragilissimo, che poteva essere un pasticciere o un tranviere, e magari pure un fascista, ma era lì a contorcersi, ridotto a scarafaggio, umiliato e impaurito.

Che a terra con lui ci fosse finita Repubblica lo ha capito il capo dello Stato, che ci ha subito detto le parole giuste. E il questore di Genova ha chiesto scusa. E ancora il presidente della regione Toti, il sindaco di Genova e, nel suo modo evasivo anche il presidente della Camera Fico. Tutti, e soprattutto quelli che hanno taciuto, sanno che il nome di un giornalista, mentre lavora, è quello del suo giornale. Prima di tutto c’è la professione, senza altre precisazioni: giornalista è la sua identità principale, non embedded neppure tra i poliziotti. Poi c’è il nome del giornale. E infine la firma che viene sempre dopo e sta comunque sotto il nome del giornale. Stefano era lì per noi e dunque noi eravamo lì con lui — lo ripetiamo — non per incidente e neppure per sfortuna, ma per lavoro, per “dovere” si dice, lo stesso dovere dei poliziotti in divisa che ancora non sanno fermarsi, non sanno distinguere, non sanno ascoltare prima di picchiare. E infatti capita che picchino gli innocenti.