L’esordio della partita complicata sulle poltrone europee sembra già l’epilogo delle Iene di Tarantino. Quello stallo alla messicana in cui tutti si puntano la pistola contro, nessuno spara e nessuno si muove. In realtà il duello Merkel-Macron, che apparentemente segna l’apice di un crescendo di divisioni e incomprensioni che si sono accumulate nei mesi, è anche un sottile gioco delle parti. È vero che soprattutto il presidente francese ha accumulato una serie di frustrazioni nei confronti di Berlino che vanno dalle riforme dell’eurozona strozzate in culla alle tensioni su Nordstream, alle esportazioni bloccate delle armi verso l’Arabia saudita. Ma nella partita a scacchi per conquistare le principali poltrone europee, Macron e Merkel hanno interessi molto più convergenti di quanto non sembri. Anzitutto, perché entrambi non vogliono Manfred Weber alla presidenza della Commissione europea. E poi perché Macro…
L’esordio della partita complicata sulle poltrone europee sembra già l’epilogo delle Iene di Tarantino. Quello stallo alla messicana in cui tutti si puntano la pistola contro, nessuno spara e nessuno si muove. In realtà il duello Merkel-Macron, che apparentemente segna l’apice di un crescendo di divisioni e incomprensioni che si sono accumulate nei mesi, è anche un sottile gioco delle parti. È vero che soprattutto il presidente francese ha accumulato una serie di frustrazioni nei confronti di Berlino che vanno dalle riforme dell’eurozona strozzate in culla alle tensioni su Nordstream, alle esportazioni bloccate delle armi verso l’Arabia saudita. Ma nella partita a scacchi per conquistare le principali poltrone europee, Macron e Merkel hanno interessi molto più convergenti di quanto non sembri. Anzitutto, perché entrambi non vogliono Manfred Weber alla presidenza della Commissione europea. E poi perché Macron punta, al suo esordio europeo, a conquistare il re o la regina dell’affollato scacchiere; Merkel preferisce, nella migliore tradizione tedesca, il cavallo e l’alfiere.
Macron osteggia apertamente il sistema degli Spitzenkandidaten introdotto nel 2014. Merkel, segretamente, anche. Ma quel Manfred Weber che si è sostanzialmente autocandidato quando la cancelliera aveva appena chiuso una feroce guerra con il suo partito, la Csu, continua a essere una scelta obbligata. Lo scontro sui profughi che ha dilaniato per tutto il 2018 i due tradizionali alleati, Cdu e Csu, è stato uno dei motivi delle loro débacle in Baviera e in Assia — e dunque delle dimissioni di Merkel da presidente della Cdu. La cancelliera non può assolutamente permettersi di riaprire quella ferita.
Ma nell’attuale divisione dei compiti, se Macron affossa Weber, Merkel non si spenderà oltre il dovuto per fargli da scudo. Si mormora che per lui sia già pronto un posto da ministro a Berlino. O da Commissario Ue. Anche perché sui due candidati di Parigi, sia Margrethe Vestager, sia Michel Barnier, la cancelliera non avrebbe nulla da obiettare. Nel primo caso, perché è una donna, anche molto stimata dopo le sue coraggiose battaglie da presidente dell’Antitrust. Nel secondo perché Barnier, oltre a essere stato un abile negoziatore sulla Brexit, fa parte della stessa famiglia politica di Merkel, il Ppe.
E poi c’è la compatibilità nelle ambizioni di fondo. Per la Germania hanno contato sempre più le posizioni chiave delle presidenze. Anche questa volta punta a un Commissario di peso, magari anche quello degli Affari economici, mentre non si straccerà le vesti per avere qualcuno con il passaporto tedesco alla presidenza della Commissione, del Consiglio o della Bce. La Germania, del resto, ha avuto un solo presidente della Commissione e mai un presidente della Bce, anche se le spettava di diritto dopo il francese Jean-Claude Trichet. Eppure, nessuno metterebbe in dubbio il suo potere in Europa. Berlino preferisce far sentire il suo peso come azionista di maggioranza nei consessi intergovernativi ed esercitare il suo potere dall’interno che sedersi per forza sulla poltrona più alta. Per la Bce, dove la partita è apertissima e si contano una decina di nomi che ricorrono nei retroscena — quattro dei quali francesi — c’è la consapevolezza che Jens Weidmann è un boccone difficile da digerire, nel resto del continente. E da mesi dagli ambienti vicini alla cancelliera trapela lo scarso interesse a insistere. Anche perché è un ruolo per definizione di mediazione. E sulla politica monetaria la severa ortodossìa tedesca concede scarsi margini di mediazione. Più comodo puntare il dito da fuori che doversi piegare da dentro.
Macron osteggia apertamente il sistema degli Spitzenkandidaten introdotto nel 2014. Merkel, segretamente, anche. Ma quel Manfred Weber che si è sostanzialmente autocandidato quando la cancelliera aveva appena chiuso una feroce guerra con il suo partito, la Csu, continua a essere una scelta obbligata. Lo scontro sui profughi che ha dilaniato per tutto il 2018 i due tradizionali alleati, Cdu e Csu, è stato uno dei motivi delle loro débacle in Baviera e in Assia — e dunque delle dimissioni di Merkel da presidente della Cdu. La cancelliera non può assolutamente permettersi di riaprire quella ferita.
Ma nell’attuale divisione dei compiti, se Macron affossa Weber, Merkel non si spenderà oltre il dovuto per fargli da scudo. Si mormora che per lui sia già pronto un posto da ministro a Berlino. O da Commissario Ue. Anche perché sui due candidati di Parigi, sia Margrethe Vestager, sia Michel Barnier, la cancelliera non avrebbe nulla da obiettare. Nel primo caso, perché è una donna, anche molto stimata dopo le sue coraggiose battaglie da presidente dell’Antitrust. Nel secondo perché Barnier, oltre a essere stato un abile negoziatore sulla Brexit, fa parte della stessa famiglia politica di Merkel, il Ppe.
E poi c’è la compatibilità nelle ambizioni di fondo. Per la Germania hanno contato sempre più le posizioni chiave delle presidenze. Anche questa volta punta a un Commissario di peso, magari anche quello degli Affari economici, mentre non si straccerà le vesti per avere qualcuno con il passaporto tedesco alla presidenza della Commissione, del Consiglio o della Bce. La Germania, del resto, ha avuto un solo presidente della Commissione e mai un presidente della Bce, anche se le spettava di diritto dopo il francese Jean-Claude Trichet. Eppure, nessuno metterebbe in dubbio il suo potere in Europa. Berlino preferisce far sentire il suo peso come azionista di maggioranza nei consessi intergovernativi ed esercitare il suo potere dall’interno che sedersi per forza sulla poltrona più alta. Per la Bce, dove la partita è apertissima e si contano una decina di nomi che ricorrono nei retroscena — quattro dei quali francesi — c’è la consapevolezza che Jens Weidmann è un boccone difficile da digerire, nel resto del continente. E da mesi dagli ambienti vicini alla cancelliera trapela lo scarso interesse a insistere. Anche perché è un ruolo per definizione di mediazione. E sulla politica monetaria la severa ortodossìa tedesca concede scarsi margini di mediazione. Più comodo puntare il dito da fuori che doversi piegare da dentro.