È il momento di uno scatto di responsabilità, di tornare a governare un Paese sfibrato non solo dalla coda lunga della crisi economica, ma anche da una continua campagna elettorale fatta di promesse irresponsabili, improduttive, costose e che rischiano di avere effetti negativi più che positivi. Non avrebbe potuto essere più chiaro il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, leggendo ieri mattina le sue "Considerazioni finali". Ha avvertito il governo che qualsiasi manovra di bilancio fatta aumentando il deficit rischia di costarci in interessi sul debito assai più di quanto speri di far guadagnare all'economia; ha dato ricette precise - "misure a sostegno del lavoro e dell'attività produttiva", una strategia rigorosa e credibile per la riduzione dell'incidenza del debito pubblico..." - per evitare un declino che pare altrimenti scritto.
E non avrebbe potuto essere più chiara - purtroppo …
E non avrebbe potuto essere più chiara - purtroppo …
È il momento di uno scatto di responsabilità, di tornare a governare un Paese sfibrato non solo dalla coda lunga della crisi economica, ma anche da una continua campagna elettorale fatta di promesse irresponsabili, improduttive, costose e che rischiano di avere effetti negativi più che positivi. Non avrebbe potuto essere più chiaro il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, leggendo ieri mattina le sue "Considerazioni finali". Ha avvertito il governo che qualsiasi manovra di bilancio fatta aumentando il deficit rischia di costarci in interessi sul debito assai più di quanto speri di far guadagnare all'economia; ha dato ricette precise - "misure a sostegno del lavoro e dell'attività produttiva", una strategia rigorosa e credibile per la riduzione dell'incidenza del debito pubblico..." - per evitare un declino che pare altrimenti scritto.
E non avrebbe potuto essere più chiara - purtroppo - neanche la risposta arrivata poche ore dopo. Non con le solite dichiarazioni vuote e roboanti dei due leader, sempre più a disagio nel travestimento da alleati di maggioranza, ma con le mosse convulse e per questo davvero eloquenti di un governo che da un anno esatto corre freneticamente sulla strada della propaganda per cozzare adesso in modo fragoroso contro il muro dei fatti. La lettera di risposta dell'esecutivo ai rilievi della Commissione europea che contesta i nostri conti pubblici è diventata infatti l'ennesima occasione di un sanguinoso regolamento di conti interno e si è trasformata in una plateale prova di inaffidabilità sul piano internazionale.
La rotta di collisione dell'Italia con la Commissione europea - vecchia o nuova che sia - è assicurata dalla politica economica irresponsabile di questi ultimi dodici mesi e alimentata con solerzia ogni giorno dalla polemica antieuropea di Salvini.
Non saranno certo i suoi presunti amici sovranisti del Nord Europa, peraltro esclusi da un futuro esecutivo, a offrirgli sconti per un'Italia che ancora una volta non rispetta i patti. E nessuno vorrà mai avere accanto come alleato la Grande Malata d'Europa, che per di più rifiuta ostinatamente di curarsi e anzi minaccia di contagiare i suoi compagni, nell'unica battaglia che oggi avrebbe un senso: quella di cambiare le regole di bilancio dell'Unione per fare in modo che non si reagisca a una recessione solo stringendo i cordoni della borsa.
Ma la preoccupazione - anzi, chiamiamola con il suo nome, la paura - che ormai si va facendo strada dal Quirinale alle maggiori banche del Paese e più in generale laddove si alza lo sguardo dalle beghe interne per cercare di capire come si muove il quadro globale attorno all'Italia - non riguarda solo e tanto l'Europa, quanto una sfiducia più generalizzata. Una sfiducia che potrebbe tradursi non solo in atti istituzionali come quelli previsti dal Trattato di Maastricht, ma da un più semplice e micidiale deflusso di capitali dai nostri titoli di Stato ogni giorno considerati più rischiosi (ieri lo spread con il Bund tedesco fino a 294 punti, sui massimi da inizio anno) e dalla nostra economia.
Non possiamo essere schiavi dei mercati, dicono - per una volta d'accordo - Salvini e Di Maio a chi indica loro lo spread. Nessuno immagina o spera che lo debbano mai essere; ma un Paese che ha un debito sopra il 132% del suo Prodotto interno lordo, 2.358 miliardi di euro, non può nemmeno permettersi di essere nemico dei mercati che quel debito devono comprarlo ogni giorno; non può minare ogni giorno con atti e parole la sicurezza che le scadenze e i pagamenti di quell'immane fardello saranno onorati.
Quasi metà 2019 è già passato, e l'autunno che si avvicina vedrà arrivare scadenze tutt'altro che formali. Quale ministro dell'Economia e quale governo firmeranno la legge di Bilancio per il prossimo anno? E quanto ci sarà in quel testo che vada nella direzione chiesta dall'Europa? Due delle tre grandi agenzie di rating, Standard & Poor's e Fitch, assegnano al nostro debito sovrano un giudizio di appena due gradini sopra il cosiddetto non investment grade, quello in cui un investimento è considerato troppo rischioso per molti grandi gestori di capitali. La terza, Moody's, è appena un gradino sopra.
I rischi di una bocciatura ci sono tutti, anche per l'economia immobile: l'Istat ha appena rettificato le sue stime precedenti, dicendo che nel primo trimestre dell'anno il Pil è cresciuto non dello 0,2% ma solo dello 0,1.
Ieri le parole di Visco sono suonate a tratti quasi sconsolate, come quando ha trattato dei ritardi decennali dell'Italia nella produttività o del Paese che invecchia rapidamente. Ma non è certo lo scoramento la chiave del suo messaggio, quanto la necessità di agire presto e subito - in Europa e non contro l'Europa - prima che il ballo sovranista sull'orlo del baratro si trasformi in una caduta rovinosa in nome dell'autarchia. Il tempo per farlo non è moltissimo, anzi non è detto che basti.
E non avrebbe potuto essere più chiara - purtroppo - neanche la risposta arrivata poche ore dopo. Non con le solite dichiarazioni vuote e roboanti dei due leader, sempre più a disagio nel travestimento da alleati di maggioranza, ma con le mosse convulse e per questo davvero eloquenti di un governo che da un anno esatto corre freneticamente sulla strada della propaganda per cozzare adesso in modo fragoroso contro il muro dei fatti. La lettera di risposta dell'esecutivo ai rilievi della Commissione europea che contesta i nostri conti pubblici è diventata infatti l'ennesima occasione di un sanguinoso regolamento di conti interno e si è trasformata in una plateale prova di inaffidabilità sul piano internazionale.
La rotta di collisione dell'Italia con la Commissione europea - vecchia o nuova che sia - è assicurata dalla politica economica irresponsabile di questi ultimi dodici mesi e alimentata con solerzia ogni giorno dalla polemica antieuropea di Salvini.
Non saranno certo i suoi presunti amici sovranisti del Nord Europa, peraltro esclusi da un futuro esecutivo, a offrirgli sconti per un'Italia che ancora una volta non rispetta i patti. E nessuno vorrà mai avere accanto come alleato la Grande Malata d'Europa, che per di più rifiuta ostinatamente di curarsi e anzi minaccia di contagiare i suoi compagni, nell'unica battaglia che oggi avrebbe un senso: quella di cambiare le regole di bilancio dell'Unione per fare in modo che non si reagisca a una recessione solo stringendo i cordoni della borsa.
Ma la preoccupazione - anzi, chiamiamola con il suo nome, la paura - che ormai si va facendo strada dal Quirinale alle maggiori banche del Paese e più in generale laddove si alza lo sguardo dalle beghe interne per cercare di capire come si muove il quadro globale attorno all'Italia - non riguarda solo e tanto l'Europa, quanto una sfiducia più generalizzata. Una sfiducia che potrebbe tradursi non solo in atti istituzionali come quelli previsti dal Trattato di Maastricht, ma da un più semplice e micidiale deflusso di capitali dai nostri titoli di Stato ogni giorno considerati più rischiosi (ieri lo spread con il Bund tedesco fino a 294 punti, sui massimi da inizio anno) e dalla nostra economia.
Non possiamo essere schiavi dei mercati, dicono - per una volta d'accordo - Salvini e Di Maio a chi indica loro lo spread. Nessuno immagina o spera che lo debbano mai essere; ma un Paese che ha un debito sopra il 132% del suo Prodotto interno lordo, 2.358 miliardi di euro, non può nemmeno permettersi di essere nemico dei mercati che quel debito devono comprarlo ogni giorno; non può minare ogni giorno con atti e parole la sicurezza che le scadenze e i pagamenti di quell'immane fardello saranno onorati.
Quasi metà 2019 è già passato, e l'autunno che si avvicina vedrà arrivare scadenze tutt'altro che formali. Quale ministro dell'Economia e quale governo firmeranno la legge di Bilancio per il prossimo anno? E quanto ci sarà in quel testo che vada nella direzione chiesta dall'Europa? Due delle tre grandi agenzie di rating, Standard & Poor's e Fitch, assegnano al nostro debito sovrano un giudizio di appena due gradini sopra il cosiddetto non investment grade, quello in cui un investimento è considerato troppo rischioso per molti grandi gestori di capitali. La terza, Moody's, è appena un gradino sopra.
I rischi di una bocciatura ci sono tutti, anche per l'economia immobile: l'Istat ha appena rettificato le sue stime precedenti, dicendo che nel primo trimestre dell'anno il Pil è cresciuto non dello 0,2% ma solo dello 0,1.
Ieri le parole di Visco sono suonate a tratti quasi sconsolate, come quando ha trattato dei ritardi decennali dell'Italia nella produttività o del Paese che invecchia rapidamente. Ma non è certo lo scoramento la chiave del suo messaggio, quanto la necessità di agire presto e subito - in Europa e non contro l'Europa - prima che il ballo sovranista sull'orlo del baratro si trasformi in una caduta rovinosa in nome dell'autarchia. Il tempo per farlo non è moltissimo, anzi non è detto che basti.