Se Matteo Salvini fosse un giocatore di poker sarebbe nelle condizioni ideali per rilanciare. Dopo il trionfo alle Europee, tutti sono convinti che abbia in mano le carte migliori: la premessa perfetta per portare a casa il piatto. Dunque, perché non rilancia? Per quale ragione, cioè, non usa l’arma del voto anticipato per sbloccare lo stallo in cui è precipitato il governo e provare ad assicurarsene uno libero dai vincoli delle alleanze? Le risposte, al tavolo da gioco della politica, sono solo due. La prima: non è abbastanza sicuro delle sue carte. La seconda: ha in mano un bluff. Diciamo subito che ci sono ragioni per argomentare l’una e l’altra tesi ma che la seconda, a conti fatti, si fa preferire.
La prima risposta vede un Salvini frenato sul ritorno alle urne solo dalla valutazione di rischi collaterali. Il 34 per cento delle Europee, ammesso che sia replicato alle Politiche, non è sufficiente a garantire una maggioranza cer…
La prima risposta vede un Salvini frenato sul ritorno alle urne solo dalla valutazione di rischi collaterali. Il 34 per cento delle Europee, ammesso che sia replicato alle Politiche, non è sufficiente a garantire una maggioranza cer…
Se Matteo Salvini fosse un giocatore di poker sarebbe nelle condizioni ideali per rilanciare. Dopo il trionfo alle Europee, tutti sono convinti che abbia in mano le carte migliori: la premessa perfetta per portare a casa il piatto. Dunque, perché non rilancia? Per quale ragione, cioè, non usa l’arma del voto anticipato per sbloccare lo stallo in cui è precipitato il governo e provare ad assicurarsene uno libero dai vincoli delle alleanze? Le risposte, al tavolo da gioco della politica, sono solo due. La prima: non è abbastanza sicuro delle sue carte. La seconda: ha in mano un bluff. Diciamo subito che ci sono ragioni per argomentare l’una e l’altra tesi ma che la seconda, a conti fatti, si fa preferire.
La prima risposta vede un Salvini frenato sul ritorno alle urne solo dalla valutazione di rischi collaterali. Il 34 per cento delle Europee, ammesso che sia replicato alle Politiche, non è sufficiente a garantire una maggioranza certa in Parlamento. Servono alleanze. Quella con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni è nell’ordine naturale delle cose — sovranismo post-padano e sovranismo post-fascista sono fatti per stare insieme. Ma basterebbe? Potrebbero essere necessari i voti di Silvio Berlusconi, prima o dopo le elezioni, e questa di certo non è una prospettiva gradita al ministro dell’Interno. Salvini spera ancora di ereditare quei consensi grazie all’implosione di Forza Italia anziché tramite un accordo che, peraltro, considera veleno elettorale per la Lega. Va da sé che questi dubbi sono tutti superabili e la paura di affrontare il voto è ampiamente surclassata da quella che il morto afferri il vivo, ovvero che un Capitano pimpante e onusto di voti si lasci zavorrare da un governo esausto.
Diversa appare invece la paura del voto, da parte di Salvini, se fosse vera la seconda tesi: il bluff. In questo caso il punto non è il timore di non riuscire a ripetere l’exploit elettorale, bensì uno molto peggiore: ripeterlo e non poterne trarre alcun vantaggio. Anzi, trovarsi peggio di adesso. Ora Salvini è il dominus politico di un governo del quale è il presidente del Consiglio di fatto. Sui provvedimenti cari alla Lega c’è da discutere con il M5S, certo. Ma la trattativa è in discesa. Il ministro dell’Interno non avrà difficoltà a dettare la sua agenda, anche perché Luigi Di Maio è così terrorizzato all’idea di tornare subito al voto che si presterà a trovare un accordo su tutto: flat tax, autonomia e tutto ciò che il Capitano desidera per sé e per i suoi. Non è Di Maio il problema di Salvini. Non lo è mai stato, del resto. Il problema di Salvini si chiama Europa e non è aggirabile tornando al voto. Bruxelles sta chiedendo conto al governo di scelte compiute in nome di una crescita che non c’è stata, con impegni di bilancio che l’esecutivo minaccia di non onorare. Il conto è salato. Ma, purtroppo per Salvini e per tutti noi, non è sciogliendo l’attuale governo e insediandone un altro che la cartella di Bruxelles cadrà in prescrizione. Il conto si ripresenterà anche al tavolo di un eventuale esecutivo iper-sovranista a guida salviniana e sarà una ragione ben più stringente dei mal di pancia grillini per stroncare le allegre riforme (in deficit, si immagina, nonostante le assicurazioni contrarie) che la Lega continua a promettere al Paese. Ecco perché Salvini ha in mano un bluff. Le elezioni lo metterebbero nella spiacevole condizione di ricevere quel conto, che ha contribuito a far lievitare, da presidente del Consiglio. Meglio sperare, non si sa come, che finisca sulla scrivania di qualcun altro. Al Capitano piace vincere facile, mica rispondere delle sue azioni.
La prima risposta vede un Salvini frenato sul ritorno alle urne solo dalla valutazione di rischi collaterali. Il 34 per cento delle Europee, ammesso che sia replicato alle Politiche, non è sufficiente a garantire una maggioranza certa in Parlamento. Servono alleanze. Quella con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni è nell’ordine naturale delle cose — sovranismo post-padano e sovranismo post-fascista sono fatti per stare insieme. Ma basterebbe? Potrebbero essere necessari i voti di Silvio Berlusconi, prima o dopo le elezioni, e questa di certo non è una prospettiva gradita al ministro dell’Interno. Salvini spera ancora di ereditare quei consensi grazie all’implosione di Forza Italia anziché tramite un accordo che, peraltro, considera veleno elettorale per la Lega. Va da sé che questi dubbi sono tutti superabili e la paura di affrontare il voto è ampiamente surclassata da quella che il morto afferri il vivo, ovvero che un Capitano pimpante e onusto di voti si lasci zavorrare da un governo esausto.
Diversa appare invece la paura del voto, da parte di Salvini, se fosse vera la seconda tesi: il bluff. In questo caso il punto non è il timore di non riuscire a ripetere l’exploit elettorale, bensì uno molto peggiore: ripeterlo e non poterne trarre alcun vantaggio. Anzi, trovarsi peggio di adesso. Ora Salvini è il dominus politico di un governo del quale è il presidente del Consiglio di fatto. Sui provvedimenti cari alla Lega c’è da discutere con il M5S, certo. Ma la trattativa è in discesa. Il ministro dell’Interno non avrà difficoltà a dettare la sua agenda, anche perché Luigi Di Maio è così terrorizzato all’idea di tornare subito al voto che si presterà a trovare un accordo su tutto: flat tax, autonomia e tutto ciò che il Capitano desidera per sé e per i suoi. Non è Di Maio il problema di Salvini. Non lo è mai stato, del resto. Il problema di Salvini si chiama Europa e non è aggirabile tornando al voto. Bruxelles sta chiedendo conto al governo di scelte compiute in nome di una crescita che non c’è stata, con impegni di bilancio che l’esecutivo minaccia di non onorare. Il conto è salato. Ma, purtroppo per Salvini e per tutti noi, non è sciogliendo l’attuale governo e insediandone un altro che la cartella di Bruxelles cadrà in prescrizione. Il conto si ripresenterà anche al tavolo di un eventuale esecutivo iper-sovranista a guida salviniana e sarà una ragione ben più stringente dei mal di pancia grillini per stroncare le allegre riforme (in deficit, si immagina, nonostante le assicurazioni contrarie) che la Lega continua a promettere al Paese. Ecco perché Salvini ha in mano un bluff. Le elezioni lo metterebbero nella spiacevole condizione di ricevere quel conto, che ha contribuito a far lievitare, da presidente del Consiglio. Meglio sperare, non si sa come, che finisca sulla scrivania di qualcun altro. Al Capitano piace vincere facile, mica rispondere delle sue azioni.