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Il silenzio dei perdenti

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Stupisce che proprio le forze arrembanti del neo-nazionalismo autarchico e sciovinista, sempre pronte a urlare “prima l’Italia”, non abbiano detto ciò che andava detto sulle nozze mancate tra Fca e Renault
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Nell’intrigo internazionale Fca-Renault, ormai diventato un caso non solo industrial-finanziario ma anche politico-diplomatico, c’è un solo assente ingiustificato: il governo italiano. Non pervenuto. Sia all’annuncio del matrimonio una settimana fa, sia al contro-annuncio del divorzio giovedì notte. Conte perduto in un altro Vietnam, per sfuggire alla sua quotidiana Saigon gialloverde. Salvini spalmato sulle piazze di tutti i comuni della Penisola in vista dei ballottaggi. Di Maio sparito dai radar dopo l’eclissi grillina alle elezioni europee. Nessuno della Trimurti Sovranista che abbia trovato il modo di spendere una parola su quello che sarebbe potuto succedere con la fusione del secolo nell’industria dell’auto, e forse ormai non succederà più. Va in fumo un affare da 33 miliardi di euro, e le (Cinque) Stelle stanno a guardare.

Per carità: poco o nulla di nuovo sotto l’italico sole. Questo Paese non ha un…
Nell’intrigo internazionale Fca-Renault, ormai diventato un caso non solo industrial-finanziario ma anche politico-diplomatico, c’è un solo assente ingiustificato: il governo italiano. Non pervenuto. Sia all’annuncio del matrimonio una settimana fa, sia al contro-annuncio del divorzio giovedì notte. Conte perduto in un altro Vietnam, per sfuggire alla sua quotidiana Saigon gialloverde. Salvini spalmato sulle piazze di tutti i comuni della Penisola in vista dei ballottaggi. Di Maio sparito dai radar dopo l’eclissi grillina alle elezioni europee. Nessuno della Trimurti Sovranista che abbia trovato il modo di spendere una parola su quello che sarebbe potuto succedere con la fusione del secolo nell’industria dell’auto, e forse ormai non succederà più. Va in fumo un affare da 33 miliardi di euro, e le (Cinque) Stelle stanno a guardare.

Per carità: poco o nulla di nuovo sotto l’italico sole. Questo Paese non ha una politica industriale dai tempi dell’economia “mista”, quando un capitalismo privato già allora arraffone ma solido e uno Stato Imprenditore pervasivo ma non ancora ammorbato da Tangentopoli si spartivano la torta della ricostruzione. Ma stupisce che proprio le forze arrembanti del neo-nazionalismo autarchico e sciovinista, sempre pronte a urlare “prima l’Italia” e a schierarsi comunque “a difesa” (dei confini e della razza, dell’identità e della proprietà) non abbiano trovato le parole per dire ciò che andava detto. E cioè che le nozze tra Fca e Renault sono un passo decisivo e positivo per l’industria automobilistica, che porta la ex Fiat in un’altra dimensione, con oltre 10 milioni di auto prodotte, 600 mila dipendenti, un’apertura sui mercati asiatici. E sono certo un’operazione di mercato, che dunque risponde a logiche di business, ma in un quadro di vincoli e di garanzie che riguardano anche gli Stati, almeno dal punto di vista delle localizzazioni produttive e delle implicazioni occupazionali.

E invece niente. Solo il consueto, assordante silenzio di una classe dirigente che ormai governa a colpi di selfie, di talk show e di dirette Facebook, e che fa adesso notizia perché ogni tanto si telefona, o addirittura “si incontra” a Palazzo Chigi. In questo vuoto dei nostri Sovranisti alle vongole, dunque, la scena l’hanno inevitabilmente conquistata i Sovranisti allo champagne, quelli che l’interesse nazionale lo difendono sul serio e a brutto muso, senza se e senza ma, dal generale De Gaulle in poi. Ma anche qui, poco o nulla di nuovo sotto il sole francese. A Parigi tutti i governi, gollisti o socialisti, hanno introiettato da un paio di secoli il modello Colbert: lo Stato dirigista e azionista è sempre in campo, e non detta solo le regole del gioco, ma gioca in prima squadra, spesso da capitano.

Se l’accordo Fca-Renault salta la responsabilità principale è senz’altro dell’establishment politico transalpino, che probabilmente usa in modo strumentale il dissenso dei giapponesi di Nissan. La verità è che il governo francese, forte del suo 15 per cento nel capitale Renault, dopo gli scontri con Salvini sui migranti e con Di Maio sui gilet gialli guarda con sicuro sospetto al socio italiano. Diffida di un’intesa paritaria al 50 per cento. Non vuole cedere sulla sede e sul “ceo” del nuovo gigante dell’auto. Pretende un posto nel futuro cda. Mal sopporta un concambio azionario che porterebbe a una sottovalutazione di 300 milioni della quota netta Renault e all’attribuzione di un extradividendo di 3 miliardi a vantaggio di Exor. In una perfetta logica da Sistema-Paese (che piaccia o no a Parigi funziona in tutti i settori, dalle banche all’alimentare) Palais Matignon ha messo tutti questi “caveat” sul tavolo della trattativa. Come ha sempre fatto e come fa sempre. E a Torino avrebbero dovuto metterlo in conto, sulla base dei tanti affari comuni perfezionati o falliti in passato: da Perrier a Danone, da Auchan ad Accor.

E allora, davvero non si capisce quali siano le “mutate condizioni politiche” cui Exor fa cenno per spiegare le ragioni della rottura. Oltralpe non è cambiato niente. I francesi colonizzano volentieri, come hanno fatto con Parmalat e con l’alta moda tricolore, ma non si lasciano colonizzare con la stessa disinvoltura. Per questo, in alleanze industrial-finanziarie di portata globale come Fca-Renault, conta comunque avere un governo alle spalle, che conosce i dossier e sa maneggiarli, senza farsi prendere da tardive e improbabili voglie di nazionalizzazione (magari attraverso la solita, salvifica coperta di Linus della Cassa depositi e prestiti). In questa solitudine tutt’altro che splendida, il Lingotto paga senz’altro alcune scelte discutibili di questi ultimi anni, che hanno trasformato l’ex gruppo Fiat, nella percezione ma anche nella realtà, in un marchio apolide. Italiano solo per il passaporto delle persone fisiche che lo controllano (la famiglia Agnelli-Elkann) ma ormai anglo-olandese dal punto di vista dell’architettura societaria e fiscale. Dunque ormai quasi “straniero alla terra”, e per questo non più meritevole di attenzione da parte del Palazzo.

Ma resta il fatto che il Palazzo non c’è. Su Fca-Renault come sui 158 tavoli di crisi industriale di quest’ultimo anno, da Whirlpool a Mercatone Uno, che tra chiusure, fughe all’estero e cassa integrazione mettono a rischio il posto di 250 mila lavoratori. C’è stato un tempo in cui Gianni Agnelli diceva, parafrasando Ford, «tutto quello che va bene all’Italia, va bene anche alla Fiat». Oggi non sappiamo più cosa va bene all’Italia, perché Salvini e Di Maio non ne hanno la più pallida idea. Per questo Macron su Renault può rispondere serenamente e impunemente a Elkan quello che mezzo secolo fa De Gaulle disse all’Avvocato, quando sperava nella fusione con Citroen: «Impossible, Citroen c’est la France!». Così, ancora una volta, noi ce ne restiamo cornuti e mazziati, a chiederci «qu’est ce que c’est l’Italie?».