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(ansa)

Gli scalpi della Rai

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I casi Fazio e Realiti sono emblematici di come la politica occupi il servizio pubblico
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La politica si è sempre occupata della Rai, che in fondo le somiglia, come somiglia al Paese. Un corpaccione pieno di pastoie, corridoi, raccomandazioni, pochezze assortite ma anche di dirigenti clamorosi, singoli che si sbattono per stipendi spesso ridicoli, precariato generoso e professionale.

Dopo l’era bernabeiana e la riforma del 1976, viale Mazzini era diventato un cerbero a tre teste: la terza rete il Tg3 alle opposizioni, il resto variamente governativo. Berlusconi la infiltrò di propri manager, tanti, agguerriti, badando sostanzialmente a favorire Mediaset. Ma l’editore restava il parlamento tutto. La legge di riforma del 2015 ha accentrato molti più poteri nelle mani del direttore generale, ponendola di fatto sotto il controllo diretto del governo.

Lo sa bene Antonio Campo dall’Orto, indicato da Renzi per il curriculum inappuntabile e la terzietà politica, costretto a dimettersi appunto per la terzietà politica e per non…
La politica si è sempre occupata della Rai, che in fondo le somiglia, come somiglia al Paese. Un corpaccione pieno di pastoie, corridoi, raccomandazioni, pochezze assortite ma anche di dirigenti clamorosi, singoli che si sbattono per stipendi spesso ridicoli, precariato generoso e professionale.

Dopo l’era bernabeiana e la riforma del 1976, viale Mazzini era diventato un cerbero a tre teste: la terza rete il Tg3 alle opposizioni, il resto variamente governativo. Berlusconi la infiltrò di propri manager, tanti, agguerriti, badando sostanzialmente a favorire Mediaset. Ma l’editore restava il parlamento tutto. La legge di riforma del 2015 ha accentrato molti più poteri nelle mani del direttore generale, ponendola di fatto sotto il controllo diretto del governo.

Lo sa bene Antonio Campo dall’Orto, indicato da Renzi per il curriculum inappuntabile e la terzietà politica, costretto a dimettersi appunto per la terzietà politica e per non affossarsi il curriculum. La stessa fine che rischia Fabrizio Salini, manager che piaceva ai Cinque Stelle perché senza targhe, assediato da nemici di targa leghista e pentastellata che cercano di usarlo come fattorino.
I casi Fazio (disclaimer conflitto d’interessi: collaboro ai testi di Luciana Littizzetto) e Realiti sono emblematici. Lo spostamento del primo, a fronte di contratti blindati che rendevano impossibile la cacciata tout court, è lo scalpo che il ministro dell’Esterno ha a lungo inseguito sulla base di rilievi etici piuttosto anacronistici, provenendo da chi non ha mai lavorato in vita propria pur ricevendo succulenti emolumenti dall’Europa che desidera abbattere.

Fazio non è Papa Francesco, ogni conduttore è sostituibile o spostabile. Anche (persino) quando fa ascolti inappuntabili con un eccellente rapporto qualità/prezzo. Il punto è che non deve occuparsene direttamente un potere dello Stato, dopo averlo minacciato pubblicamente in centinaia di occasioni. Perché ha un che di autoritario, di editto bulgaro alla cassöla. Ma pur sempre editto.
La questione dello show di Raidue è se possibile più complessa e attiene, anche, a un arretramento culturale. A quel che si poteva fare, sperimentando, e non si può più.

Quando ogni programma è inscritto dentro un contesto politico, non viene più valutato per quello che è ma per ciò che rappresenta. Enrico Lucci è un autore satirico, il suo linguaggio è noto. Invitare due deprecabili fan della mafia è un modo (molto criticabile) di raccontare il Paese reale, peraltro assiso in zone nelle quali il vicepremier di cui sopra è stato eletto. Che poi questi loschi figuri trascendano e tentino di lordare la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è gravissimo, ma (purtroppo) nelle cose. Ma rappresentarli, cercare un autodafé incidentale, è televisione. Poco premiata dall’Auditel, ma televisione.

Se fossimo ancora nel 2001, quando Carlo Freccero — dopo averlo sospeso per una settimana — rimandò in onda Daniele Luttazzi che aveva osato intervistare un parente agguerrito di Marco Travaglio, sarebbe stato plausibile difendere il programma e creare un cordone sanitario intorno a Lucci. Magari chiedendogli qualcosa di altrettanto sorprendente ma di segno opposto. Siamo in estate, un 2% di share non fa male a nessuno.

Invece è partita un’inchiesta, una sorta di processo politico, un alibi probabilmente gradito a gente che ogni giorno spara a palle incatenate, per citare un solo esempio, contro Roberto Saviano. Il quale, per citare proprio Falcone, ha il torto importante di essere ancora vivo.

Intanto interi telegiornali sono diventati una sorta di incrocio tra Libero, la Verità e la Cavalcata delle Valchirie. Ma persino l’opposizione, probabilmente irritata soprattutto per le caselle perse, si balocca con i guadagni di Fazio e gli scivoloni di Lucci. Restituendo l’impressione di aspettare semplicemente il proprio turno. Dio non voglia.