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Il segretario del Pd Nicola Zingaretti a "Repubblica delle Idee", a Bologna (fotogramma)

Il Pd ora parli agli astenuti

C’è un popolo sfiduciato che non vota, tanti giovani “verdi” come Greta che non si sentono rappresentati
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Chiusa, con i ballottaggi di domenica 9 giugno, anche l'ultima gara elettorale, per il Pd è arrivata l'ora delle scelte strategiche. Sopravvissuto, ma in forma minoritaria, alla tempesta annunciata, non ha molti motivi per gioire. Non solo per la perdita di alcune città simbolo come Ferrara, solo in parte compensate dalla conquista di Livorno. Ma per una sensazione crescente di solitudine che minaccia di confinarlo all'irrilevanza politica.

Due ipotesi, circolate nei mesi scorsi, sembrano venute meno definitivamente. La prima è quella, caldeggiata da molti, di un'alleanza organica con i 5stelle. In tanti avevano sostenuto che la nettissima sconfitta elettorale avrebbe costretto Di Maio a staccare la spina del governo per ritrovare un minimo di identità. Così non è stato. Non solo non lo ha fatto, ma è tornato, a capo chino, alla corte di Salvini, pronto ad accettare una condizione sempre più subalterna. A dimostr…
Chiusa, con i ballottaggi di domenica 9 giugno, anche l'ultima gara elettorale, per il Pd è arrivata l'ora delle scelte strategiche. Sopravvissuto, ma in forma minoritaria, alla tempesta annunciata, non ha molti motivi per gioire. Non solo per la perdita di alcune città simbolo come Ferrara, solo in parte compensate dalla conquista di Livorno. Ma per una sensazione crescente di solitudine che minaccia di confinarlo all'irrilevanza politica.

Due ipotesi, circolate nei mesi scorsi, sembrano venute meno definitivamente. La prima è quella, caldeggiata da molti, di un'alleanza organica con i 5stelle. In tanti avevano sostenuto che la nettissima sconfitta elettorale avrebbe costretto Di Maio a staccare la spina del governo per ritrovare un minimo di identità. Così non è stato. Non solo non lo ha fatto, ma è tornato, a capo chino, alla corte di Salvini, pronto ad accettare una condizione sempre più subalterna. A dimostrazione che la pretesa diversità dalla Lega sta più nella testa di alcuni che nella realtà. Forse, di fronte a simili abbagli, sarebbe il caso che qualcuno ammettesse di avere sbagliato.

L'altra ipotesi che va perdendo terreno è quella della fuoriuscita dal Pd di una componente repubblicana, esclusa da Renzi a Repubblica delle Idee. Non che lo spazio non ci sarebbe. Ma è uno spazio che deve essere politicamente conquistato, non ceduto su richiesta, con l'intenzione di un'alleanza successiva. In politica le cose non funzionano in questo modo. A creare forze politiche reali è sempre un conflitto, non la trattativa. Del resto l'idea stessa di un accordo preventivo tra due organismi che si separano è di per sé insensata. Finirebbe per indebolire il Pd senza creare una forza significativa sul suo fianco destro. Quanto ai frammenti alla sua sinistra, incapaci anche di riunirsi tra loro, non lasciano sperare di più. Dopo la rapida avventura di Vendola, nessuno è più riuscito a dare consistenza politica a un'area affetta da una sindrome autodistruttiva invincibile.

E dunque? La partita è perduta? Non è così. Intanto perché, come si sa, le fortune politiche si consumano più rapidamente di quanto si accumulano. Ma soprattutto perché, come ha scritto anche Mauro Calise sul Mattino, esistono due grandi serbatoi potenziali di voti, per adesso chiusi in cassaforte. Quello degli astenuti e quello dei giovani. Quanto ai primi si tratta di coloro che non si sentono più rappresentati da una sinistra timida, incapace di pronunciare parole nette, come quella di una tassazione dei patrimoni accumulati. Ma anche di una guerra senza quartiere all'evasione.

L'altro serbatoio è quello dei voti giovanili. Per i quali le parole d'ordine sono tre - ma vanno gridate, non sussurrate: lavoro, ambiente, cultura. Sono le stesse parole pronunciate da Veltroni a Otto e mezzo, in un intervento duro nei confronti di un partito ancora preda delle correnti. Tre parole decisive per raccogliere anche in Italia un voto giovanile che in Europa si è fatto sentire. Lavoro non è qualcosa che viene dal passato - un residuo destinato alla rottamazione nella nuova società automatizzata. Ma la forza attiva che unisce crescita e dignità. Ambiente è il mondo stesso, fatto di natura e storia, in cui i giovani dovranno vivere nei prossimi decenni. Cultura è la risorsa vitale di una società che non voglia invecchiare o regredire - un rischio presente ovunque, in particolare nel nostro Paese. Che poi è quello che più di ogni altro, per collocazione e storia, dovrebbe puntare su di essa. Perché il Pd non prova a scrivere un programma politico soltanto su queste tre parole?