S’incontrano oggi a Washington le anime gemelle dei sovranismi italo-americani. Matteo Salvini vedrà il vicepresidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo. Salvini sognava Donald Trump ma evidenti ragioni di gerarchia e protocollo hanno reso quell’incontro impossibile. Comunque è un riconoscimento indubbio, per un semplice ministro degli Interni e vicepremier, essere accolto da ben due pesi massimi dell’Amministrazione Usa. I suoi interlocutori hanno capito che è lui l’uomo forte del governo italiano, da coccolare in una fase di turbolenze internazionali che sconquassano la solidarietà atlantica. Pence è legato alla destra fondamentalista cristiana: capisce e apprezza l’uso del crocifisso che fa Salvini. Pompeo è uno dei falchi della politica estera: preferisce la linea di Salvini anziché Conte o Moavero su temi come le politiche migratorie e la sicurezza nel Mediterraneo. Le simpatie ideologich…
S’incontrano oggi a Washington le anime gemelle dei sovranismi italo-americani. Matteo Salvini vedrà il vicepresidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo. Salvini sognava Donald Trump ma evidenti ragioni di gerarchia e protocollo hanno reso quell’incontro impossibile. Comunque è un riconoscimento indubbio, per un semplice ministro degli Interni e vicepremier, essere accolto da ben due pesi massimi dell’Amministrazione Usa. I suoi interlocutori hanno capito che è lui l’uomo forte del governo italiano, da coccolare in una fase di turbolenze internazionali che sconquassano la solidarietà atlantica. Pence è legato alla destra fondamentalista cristiana: capisce e apprezza l’uso del crocifisso che fa Salvini. Pompeo è uno dei falchi della politica estera: preferisce la linea di Salvini anziché Conte o Moavero su temi come le politiche migratorie e la sicurezza nel Mediterraneo. Le simpatie ideologiche però non si traducono in sinergie concrete. I dossier che separano Italia e Stati Uniti sono tanti, e in aumento. Sorrisi e pacche sulla schiena non bastano a cancellare le divergenze.
Gli Stati Uniti hanno criticato duramente uno degli atti importanti della politica estera del governo Conte: la firma del Memorandum d’intesa con la Cina in occasione della visita di Xi Jinping, per cui l’Italia è il primo (finora l’unico) paese del G7 che aderisce al piano Belt&Road, cioè le Nuove vie della seta. La Casa Bianca parlò di un errore che consegna potenzialmente le infrastrutture italiane a interessi strategici cinesi. Poi c’è stato lo strappo sul Venezuela. L’Italia fu l’unico grande paese europeo a barcamenarsi in una equidistanza vetero-castrista fra l’autocrate Maduro e Guaidò, dissociandosi da Washington e dalla maggioranza dei paesi sudamericani. Su questi due dossier non basta che Salvini scarichi le colpe su Di Maio: se lui è l’uomo forte gli americani si aspettano che la politica estera non la facciano i Cinque Stelle. Poi c’è un problema specifico di Salvini, la sua simpatia per Vladimir Putin. Per quanto l’attrazione verso il nuovo Zar sia condivisa da Trump, la politica estera americana è tutt’altro che filorussa. Su impulso decisivo di John Bolton (National Security Council) e del Pentagono, c’è un indurimento verso Mosca. Lo confermano le “prove di cyber-guerra” che i militari americani stanno facendo ai danni della rete elettrica russa. E i ripetuti appelli ai paesi Nato perché aumentino le spese militari: con risultati modesti sull’Italia. Tutte queste divergenze possono spiegare lo schiaffo americano sulla Libia quando Trump si è allineato con Macron appoggiando il generale Haftar, e così ha isolato l’Italia.
Ci sono anche fior di ragioni per cui Salvini dovrebbe lamentarsi con Pence e Pompeo. Pende la minaccia di nuovi dazi contro l’Europa. Trump vuole colpire le auto tedesche ma così facendo danneggerebbe la componentistica made in Italy, in zone padane dove la Lega ha un radicamento storico. Ci sono anche il Prosecco veneto e altri vini italiani nella lista di quei dazi Usa. Le aziende italiane sono colpite dalle sanzioni contro l’Iran, un paese dove si erano riaperte per noi delle opportunità economiche. L’extraterritorialità delle sanzioni americane è illegale per l’Europa, Salvini farà bene a ricordarlo. È il paradosso del nazionalismo: più ciascun governo è coerente nel difendere le proprie constituency nazionali, più rischia di danneggiare il sovranista della porta accanto. Salvini ha assaggiato il problema con i nazionalisti dell’Europa orientale o nordica, sui migranti o i conti pubblici. “America First” è il sovranismo con gli steroidi. Non fa regali a nessuno.
Gli Stati Uniti hanno criticato duramente uno degli atti importanti della politica estera del governo Conte: la firma del Memorandum d’intesa con la Cina in occasione della visita di Xi Jinping, per cui l’Italia è il primo (finora l’unico) paese del G7 che aderisce al piano Belt&Road, cioè le Nuove vie della seta. La Casa Bianca parlò di un errore che consegna potenzialmente le infrastrutture italiane a interessi strategici cinesi. Poi c’è stato lo strappo sul Venezuela. L’Italia fu l’unico grande paese europeo a barcamenarsi in una equidistanza vetero-castrista fra l’autocrate Maduro e Guaidò, dissociandosi da Washington e dalla maggioranza dei paesi sudamericani. Su questi due dossier non basta che Salvini scarichi le colpe su Di Maio: se lui è l’uomo forte gli americani si aspettano che la politica estera non la facciano i Cinque Stelle. Poi c’è un problema specifico di Salvini, la sua simpatia per Vladimir Putin. Per quanto l’attrazione verso il nuovo Zar sia condivisa da Trump, la politica estera americana è tutt’altro che filorussa. Su impulso decisivo di John Bolton (National Security Council) e del Pentagono, c’è un indurimento verso Mosca. Lo confermano le “prove di cyber-guerra” che i militari americani stanno facendo ai danni della rete elettrica russa. E i ripetuti appelli ai paesi Nato perché aumentino le spese militari: con risultati modesti sull’Italia. Tutte queste divergenze possono spiegare lo schiaffo americano sulla Libia quando Trump si è allineato con Macron appoggiando il generale Haftar, e così ha isolato l’Italia.
Ci sono anche fior di ragioni per cui Salvini dovrebbe lamentarsi con Pence e Pompeo. Pende la minaccia di nuovi dazi contro l’Europa. Trump vuole colpire le auto tedesche ma così facendo danneggerebbe la componentistica made in Italy, in zone padane dove la Lega ha un radicamento storico. Ci sono anche il Prosecco veneto e altri vini italiani nella lista di quei dazi Usa. Le aziende italiane sono colpite dalle sanzioni contro l’Iran, un paese dove si erano riaperte per noi delle opportunità economiche. L’extraterritorialità delle sanzioni americane è illegale per l’Europa, Salvini farà bene a ricordarlo. È il paradosso del nazionalismo: più ciascun governo è coerente nel difendere le proprie constituency nazionali, più rischia di danneggiare il sovranista della porta accanto. Salvini ha assaggiato il problema con i nazionalisti dell’Europa orientale o nordica, sui migranti o i conti pubblici. “America First” è il sovranismo con gli steroidi. Non fa regali a nessuno.