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(lapresse)

Quando il dissenso fa bene

Il dilemma del Pd: ma la conflittualità interna va gestita. Vanno riviste le regole del partito per avere maggiore efficienza decisionale
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Nel Pd si sono riaccesi i conflitti interni. Non c'è da stupirsi, ma nemmeno da rammaricarsi troppo. Non c'è da stupirsi perché il Partito democratico è nato come un partito plurale, composito e al limite frastagliato, e non ha mai fatto nulla per dotarsi di una visione comune, elaborata teoricamente e discussa apertamente.

Si è limitato alla convergenza su alcune politiche contingenti, dalla contrapposizione alla torsione populista del forzaleghismo berlusconiano alla difesa della prospettiva europea, dalla tenuta - elettoralmente costosa - dei conti pubblici alla promozione dei diritti civili: un partito della buona amministrazione costretto a navigare tra una Europa rigorista e una palude nazionale di sfasciacarrozze delle istituzioni, dell'economia e delle buone pratiche civili.

Nel momento in cui il Pd, prima con Renzi e ora con Zingaretti, prova a indicare una precisa rotta strategica e culturale, inevitabilmente riemergono le div…
Nel Pd si sono riaccesi i conflitti interni. Non c'è da stupirsi, ma nemmeno da rammaricarsi troppo. Non c'è da stupirsi perché il Partito democratico è nato come un partito plurale, composito e al limite frastagliato, e non ha mai fatto nulla per dotarsi di una visione comune, elaborata teoricamente e discussa apertamente.

Si è limitato alla convergenza su alcune politiche contingenti, dalla contrapposizione alla torsione populista del forzaleghismo berlusconiano alla difesa della prospettiva europea, dalla tenuta - elettoralmente costosa - dei conti pubblici alla promozione dei diritti civili: un partito della buona amministrazione costretto a navigare tra una Europa rigorista e una palude nazionale di sfasciacarrozze delle istituzioni, dell'economia e delle buone pratiche civili.

Nel momento in cui il Pd, prima con Renzi e ora con Zingaretti, prova a indicare una precisa rotta strategica e culturale, inevitabilmente riemergono le divisioni interne. È successo con l'irruzione renziana che offriva una agenda di (pseudo)modernizzazione à la Blair, con tratti pop , dissacrante nei confronti dell'iconografia "catto-comunista" ( tant'è che Renzi, a causa o forse grazie alla sua formazione cattolica, è stato, insieme a Prodi, il meno sensibile alle gerarchie vaticane); una agenda che, oltre a suscitare reazioni di pelle nei nostalgici dei vecchi partiti, sollevava anche contrasti ben fondati sulle sue politiche economiche e sociali, per non dire della riforma costituzionale.

Ora si profila lo stesso tipo di risposta nei confronti della linea Zingaretti che, per quanto timida e opaca, lascia intravedere un percorso preciso: la riproposizione a tutto tondo di un partito socialdemocratico classico, rivolto non a fantomatici ceti emergenti ma alle componenti deprivate della società italiana con un rinnovato approccio welfarista e pro-labour. La convocazione della prima conferenza operaia del Pd, annunciata dal segretario alla Repubblica delle Idee di Bologna, segnala questa correzione di rotta: non sono più Marchionne e i suoi emuli in sedicesimo o in sessantaquattresimo i riferimenti privilegiati, bensì Cipputi e tutti coloro che ruotano intorno al mondo del lavoro, compresi coloro che stanno cercando di entrarvi o ne sono stati espulsi.

Questo riposizionamento strategico non poteva certo trovare il consenso dei fedeli dell'ex segretario. Ma le loro critiche sono del tutto legittime, indipendentemente dal contenuto. Sarebbe ora di finirla con questa continua delegittimazione del dissenso interno e con la corrispettiva ricerca di una mitica unità, come se un partito dovesse essere composto da soldatini tutti allineati e compatti . Le correnti interne sono state il lievito della elaborazione politica, soprattutto, ma non solo , nei partiti socialisti . Semmai va ricordato ai renziani il loro comportamento irrispettoso, per usare un eufemismo, nei confronti dell'opposizione, quando erano alla guida del partito. Il reiterato proposito di "asfaltare" la minoranza non era un bel segno di apertura al confronto...

Se quindi non deve turbare più di tanto una vivace conflittualità interna , rimane il fatto che questa deve essere gestita. E quindi bisogna rivedere le regole del partito per assicurare tanto maggiore democrazia, quanto maggiore efficienza decisionale. Da un lato, vanno rivitalizzate le sedi di discussione collettiva alla base ridando ruolo ai quadri intermedi e utilizzando appieno le risorse del digitale, vero buco nero dell'organizzazione piddina. Dall'altro, vanno riformati gli organi nazionali - direzione e assemblea - riducendone drasticamente il numero, che viaggia sui 150 e 1500 membri rispettivamente, in modo da farli tornare luoghi di elaborazione e decisione politica; la loro ipertrofia li ha resi del tutto inutili. Infine, a quando una riflessione sul mito delle primarie? 

La direzione di oggi costituisce un primo, iniziale banco di prova di una modalità più inclusiva e dialogica, senza demonizzazione del dissenso. Il Pd non tema il conflitto regolato. Anzi, ne faccia una forza.