Salvini e il muro della flat tax
Roberto Perotti , di Roberto PerottiServe alla Lega per arrivare allo scontro finale con Bruxelles. La cacciata dall’Euro è il sogno non troppo nascosto del suo capo
In tanti si stanno chiedendo se e dove si fermeranno la politica di bilancio allegra del governo e lo scontro con Bruxelles. Molti fanno affidamento su una ripetizione del 2011: quando lo spread comincerà a salire veramente e il Paese sarà sull’orlo del caos, anche i lupi diventeranno agnelli. È una visione troppo ottimistica: questo governo cercherà lo scontro perché, al contrario del governo Berlusconi di allora, è in una botte di ferro qualunque cosa succeda.
Ci sono due punti fermi. Primo, la Lega ha bisogno della flat tax (che poi non sarà una flat tax, ma pazienza): in parte perché ci crede veramente, in parte perché dopo aver ceduto sul reddito di cittadinanza ha bisogno di mostrarsi forte davanti ai propri elettori. Secondo, la flat tax si farà aumentando il disavanzo ed emettendo nuovo debito. Dopo mesi di proclami contro l’austerità imposta dall’Europa, il governo non aumenter&agr…
Ci sono due punti fermi. Primo, la Lega ha bisogno della flat tax (che poi non sarà una flat tax, ma pazienza): in parte perché ci crede veramente, in parte perché dopo aver ceduto sul reddito di cittadinanza ha bisogno di mostrarsi forte davanti ai propri elettori. Secondo, la flat tax si farà aumentando il disavanzo ed emettendo nuovo debito. Dopo mesi di proclami contro l’austerità imposta dall’Europa, il governo non aumenter&agr…
In tanti si stanno chiedendo se e dove si fermeranno la politica di bilancio allegra del governo e lo scontro con Bruxelles. Molti fanno affidamento su una ripetizione del 2011: quando lo spread comincerà a salire veramente e il Paese sarà sull’orlo del caos, anche i lupi diventeranno agnelli. È una visione troppo ottimistica: questo governo cercherà lo scontro perché, al contrario del governo Berlusconi di allora, è in una botte di ferro qualunque cosa succeda.
Ci sono due punti fermi. Primo, la Lega ha bisogno della flat tax (che poi non sarà una flat tax, ma pazienza): in parte perché ci crede veramente, in parte perché dopo aver ceduto sul reddito di cittadinanza ha bisogno di mostrarsi forte davanti ai propri elettori. Secondo, la flat tax si farà aumentando il disavanzo ed emettendo nuovo debito. Dopo mesi di proclami contro l’austerità imposta dall’Europa, il governo non aumenterà mai l’Iva per finanziare la flat tax; né ridurrà la spesa pubblica, perché non c’è niente che voglia o possa tagliare. In ogni caso, non si trovano decine di miliardi in tre mesi.
Si può discutere se fare la flat tax e aumentare il disavanzo sia o meno la cosa giusta da fare in astratto. È quasi certo però che i mercati reagirebbero molto male. Si può discutere anche se abbiano ragione o torto a reagire male, ma questa è la realtà. E sarebbe molto peggio del 2011, perché la retorica antieuropeista di questo governo non è paragonabile a quella del governo Berlusconi: i mercati e gli altri paesi si fidano ancora meno oggi di allora.
Molti pensano che ci si fermerà prima, perché il governo comincerà a ragionare davanti a due ostacoli. Quando lo spread comincerà a salire, le banche ancora traballanti dalla crisi precedente si ritroveranno sull’orlo del fallimento e cominceranno a restringere il credito alle imprese e alle famiglie; la gente spaventata porterà i soldi all’estero o sotto il materasso; il governo non riuscirà più a rinnovare il proprio debito in scadenza. A quel punto anche i sottosegretari più sprovveduti capiranno come funziona il mondo, smetteranno di giocare con teorie fantasiose, e metteranno la barra a dritta. Insomma, male che vada ci penseranno gli imprenditori del Nord-Est, si dice, a richiamare il governo alla realtà.
Il problema con questa teoria è che entrambi i partiti di governo da anni hanno preparato il terreno con un bombardamento di teorie sovraniste, così comode per evitare di dover chinare la testa e lavorare. Niente di meglio per il governo di poter addossare la colpa di tutto alla finanza internazionale, alle agenzie di rating, alla Bilderberg, alla plutocrazia massonica e magari giudaica (ricordate i protocolli dei saggi di Sion e i continui attacchi a Soros e Goldman Sachs?). Perderanno qualche migliaio di voti di imprenditori del Nord-Est, ma ne guadagneranno milioni tra cittadini su cui queste teorie hanno fatto presa.
Poi c’è l’Europa, si dice. Quando l’Europa farà sul serio, messo davanti alle conseguenze il governo abbasserà la cresta. Ma quali conseguenze? Anche qui, la Lega non chiede di meglio di uno scontro vero con l’Europa. E diciamo la verità, a Bruxelles sembrano prenderci gusto a impersonare la caricatura del burocrate europeo ingessato, elitista e anti-italiano propagandata dal nostro governo: ogni lettera dell’Eurogruppo, ogni apparizione di Moscovici e Dombrovskis in televisione sono migliaia di voti guadagnati.
Le sanzioni della procedura di infrazione? Lo 0,2 per cento del Pil di multa sono meno di 4 miliardi. Il governo non vede l’ora che questa multa venga comminata: un altro martirio, altri voti. E quando ben è stata comminata, cosa può fare l’Europa? Mandare i carri armati?
Certo, rimane la sanzione ultima, la cacciata dall’Euro. Il problema è che questa non è più una minaccia, bensì il sogno nemmeno troppo nascosto della Lega. Cosa c’è di meglio di realizzare il proprio sogno, poter dire agli italiani: «Visto? Da anni vi dicevamo che ci stavano perseguitando per impedirci di risorgere», e incassare milioni di voti, tutto in un colpo solo? Conosciamo un precedente storico: economicamente l’impresa di Etiopia del 1935-36 era più che insensata, ma ergendosi a vittima delle sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni e accusando la “perfida Albione” di volerci negare un posto tra i grandi, Mussolini raggiunse il consenso più alto di sempre. Prepariamoci, perché anche questa volta c’è qualcuno che ha tutto da guadagnare dal muro contro muro.
roberto.perotti@unibocconi.it
Ci sono due punti fermi. Primo, la Lega ha bisogno della flat tax (che poi non sarà una flat tax, ma pazienza): in parte perché ci crede veramente, in parte perché dopo aver ceduto sul reddito di cittadinanza ha bisogno di mostrarsi forte davanti ai propri elettori. Secondo, la flat tax si farà aumentando il disavanzo ed emettendo nuovo debito. Dopo mesi di proclami contro l’austerità imposta dall’Europa, il governo non aumenterà mai l’Iva per finanziare la flat tax; né ridurrà la spesa pubblica, perché non c’è niente che voglia o possa tagliare. In ogni caso, non si trovano decine di miliardi in tre mesi.
Si può discutere se fare la flat tax e aumentare il disavanzo sia o meno la cosa giusta da fare in astratto. È quasi certo però che i mercati reagirebbero molto male. Si può discutere anche se abbiano ragione o torto a reagire male, ma questa è la realtà. E sarebbe molto peggio del 2011, perché la retorica antieuropeista di questo governo non è paragonabile a quella del governo Berlusconi: i mercati e gli altri paesi si fidano ancora meno oggi di allora.
Molti pensano che ci si fermerà prima, perché il governo comincerà a ragionare davanti a due ostacoli. Quando lo spread comincerà a salire, le banche ancora traballanti dalla crisi precedente si ritroveranno sull’orlo del fallimento e cominceranno a restringere il credito alle imprese e alle famiglie; la gente spaventata porterà i soldi all’estero o sotto il materasso; il governo non riuscirà più a rinnovare il proprio debito in scadenza. A quel punto anche i sottosegretari più sprovveduti capiranno come funziona il mondo, smetteranno di giocare con teorie fantasiose, e metteranno la barra a dritta. Insomma, male che vada ci penseranno gli imprenditori del Nord-Est, si dice, a richiamare il governo alla realtà.
Il problema con questa teoria è che entrambi i partiti di governo da anni hanno preparato il terreno con un bombardamento di teorie sovraniste, così comode per evitare di dover chinare la testa e lavorare. Niente di meglio per il governo di poter addossare la colpa di tutto alla finanza internazionale, alle agenzie di rating, alla Bilderberg, alla plutocrazia massonica e magari giudaica (ricordate i protocolli dei saggi di Sion e i continui attacchi a Soros e Goldman Sachs?). Perderanno qualche migliaio di voti di imprenditori del Nord-Est, ma ne guadagneranno milioni tra cittadini su cui queste teorie hanno fatto presa.
Poi c’è l’Europa, si dice. Quando l’Europa farà sul serio, messo davanti alle conseguenze il governo abbasserà la cresta. Ma quali conseguenze? Anche qui, la Lega non chiede di meglio di uno scontro vero con l’Europa. E diciamo la verità, a Bruxelles sembrano prenderci gusto a impersonare la caricatura del burocrate europeo ingessato, elitista e anti-italiano propagandata dal nostro governo: ogni lettera dell’Eurogruppo, ogni apparizione di Moscovici e Dombrovskis in televisione sono migliaia di voti guadagnati.
Le sanzioni della procedura di infrazione? Lo 0,2 per cento del Pil di multa sono meno di 4 miliardi. Il governo non vede l’ora che questa multa venga comminata: un altro martirio, altri voti. E quando ben è stata comminata, cosa può fare l’Europa? Mandare i carri armati?
Certo, rimane la sanzione ultima, la cacciata dall’Euro. Il problema è che questa non è più una minaccia, bensì il sogno nemmeno troppo nascosto della Lega. Cosa c’è di meglio di realizzare il proprio sogno, poter dire agli italiani: «Visto? Da anni vi dicevamo che ci stavano perseguitando per impedirci di risorgere», e incassare milioni di voti, tutto in un colpo solo? Conosciamo un precedente storico: economicamente l’impresa di Etiopia del 1935-36 era più che insensata, ma ergendosi a vittima delle sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni e accusando la “perfida Albione” di volerci negare un posto tra i grandi, Mussolini raggiunse il consenso più alto di sempre. Prepariamoci, perché anche questa volta c’è qualcuno che ha tutto da guadagnare dal muro contro muro.
roberto.perotti@unibocconi.it