Il discorso di Sergio Mattarella al plenum straordinario del Csm non ha precedenti. In quell'aula di Palazzo dei Marescialli, purtroppo diventata veramente "sorda e grigia", non si era mai sentito un presidente della Repubblica pronunciare parole così sferzanti su uno scandalo che travolge due poteri dello Stato, il giudiziario e il legislativo.
Da quando è esplosa a Perugia l'inchiesta Toghe Sporche, due settimane fa, va in scena un ignobile teatrino. Gli attori recitano un copione logoro, che sa di vecchio e sa di marcio. Da una parte l'accidia corporativa dei magistrati (stavolta soprattutto di destra) che dopo essersi sbranati come iene per una poltrona, trincerandosi dietro al peloso paravento delle correnti, si illudono di lavarsi l'anima col pannicello caldo dell'autosospensione. Dall'altra parte l'ipocrisia difensiva dei politici (stavolta soprattutto di sinistra), che dopo aver lottizzato le procure come fossero una Asl, pr…
Da quando è esplosa a Perugia l'inchiesta Toghe Sporche, due settimane fa, va in scena un ignobile teatrino. Gli attori recitano un copione logoro, che sa di vecchio e sa di marcio. Da una parte l'accidia corporativa dei magistrati (stavolta soprattutto di destra) che dopo essersi sbranati come iene per una poltrona, trincerandosi dietro al peloso paravento delle correnti, si illudono di lavarsi l'anima col pannicello caldo dell'autosospensione. Dall'altra parte l'ipocrisia difensiva dei politici (stavolta soprattutto di sinistra), che dopo aver lottizzato le procure come fossero una Asl, pr…
Il discorso di Sergio Mattarella al plenum straordinario del Csm non ha precedenti. In quell'aula di Palazzo dei Marescialli, purtroppo diventata veramente "sorda e grigia", non si era mai sentito un presidente della Repubblica pronunciare parole così sferzanti su uno scandalo che travolge due poteri dello Stato, il giudiziario e il legislativo.
Da quando è esplosa a Perugia l'inchiesta Toghe Sporche, due settimane fa, va in scena un ignobile teatrino. Gli attori recitano un copione logoro, che sa di vecchio e sa di marcio. Da una parte l'accidia corporativa dei magistrati (stavolta soprattutto di destra) che dopo essersi sbranati come iene per una poltrona, trincerandosi dietro al peloso paravento delle correnti, si illudono di lavarsi l'anima col pannicello caldo dell'autosospensione. Dall'altra parte l'ipocrisia difensiva dei politici (stavolta soprattutto di sinistra), che dopo aver lottizzato le procure come fossero una Asl, proteggendosi sotto l'odioso ombrello del "così fan tutti", si illudono di salvarsi la coscienza col solito pretesto del garantismo.
Con le sue parole, pesanti come pietre, il presidente della Repubblica spazza via questa paccottiglia insopportabilmente retorica e tendenzialmente auto-assolutoria. E dà voce a un'opinione pubblica sempre più disincantata e disorientata, che già guarda con una sfiducia crescente alla democrazia rappresentativa, e ora osserva con raccapriccio questo ennesimo, incestuoso groviglio politico-istituzionale. Mattarella, finalmente, chiama le cose col loro nome. Mentre toghe prudenti e parlamentari impenitenti continuano a balbettare frasi di rito, tipo "aspettiamo a leggere le carte dell'inchiesta", il capo dello Stato parla di un'indagine dalla quale emerge "un quadro sconcertante e inaccettabile".
Mentre pm frustrati e senatori imputati vaneggiano di "complotti" e di "scandalo intercettazioni", il capo dello Stato parla di "un coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato".
Mattarella non ha bisogno di aspettare nulla di "penalmente rilevante", per inchiodare la nota cricca Palamara&company e la premiata ditta Ferri&Lotti alle rispettive responsabilità etiche, deontologiche, politiche. Non ha bisogno di buttare la palla nella solita curva da talk-show della "fuga di notizie", per scoprire subito la ferita profonda che rimane sul "corpo" vivo delle istituzioni: una condotta comunque esecrabile, in totale contrasto con i doveri basilari dell'ordine giudiziario e con quello che "i cittadini si attendono" dai magistrati e dai partiti. Una ferita che andrà rimarginata in fretta. Perché il sacrificio di tanti eroi in toga, caduti sul campo per difendere la Repubblica, non merita di essere macchiato da questo fango. E perché il patto sociale sul quale si regge una democrazia non può prescindere dalla fiducia reciproca tra il popolo e la magistratura, che in suo nome pronuncia le sentenze e amministra la giustizia.
Già ora, nelle aule di tribunale, inquirenti e decidenti godono di credibilità intermittente. Pensiamo all'indignazione che monta sempre più spesso, di fronte ai processi troppo lunghi, alle scarcerazioni troppo facili, alle pene troppo spesso dimezzate in appello anche per reati mostruosi come i femminicidi. Serve uno sforzo eccezionale, per risanare la piaga e ricostruire la dignità e l'autorevolezza perdute. Il capo dello Stato è convinto che i due poteri, giudiziario e legislativo, dispongano degli anticorpi necessari. Noi, purtroppo, non abbiamo la stessa certezza. In ogni caso, con questo gesto esemplare, il presidente della Repubblica completa la sua metamorfosi. Mattarella è da mesi l'unico interlocutore affidabile per le cancellerie di tutto il mondo. È l'unico tessitore possibile di un compromesso sul bilancio con la Ue. E adesso, dopo il fragoroso "schiaffo di Palazzo dei Marescialli", si intesta anche la nuova "questione morale", proprio negli stessi giorni in cui ricorrono i 38 anni dalla famosa intervista di Enrico Berlinguer che la pose per primo, cambiando la Storia italiana. Cos'altro scorgiamo, nell'abisso del Csm e del Pd, se non le solite "macchine di potere e clientela" e le solite "federazioni di correnti e camarille" che si spartiscono solo i loro interessi, di cui l'allora segretario del Pci parlò a Eugenio Scalfari?
I suoi cinici detrattori lo chiamavano "Mummia sicula". Ora si saranno ricreduti. L'Italia, purtroppo, non è mai stata così smarrita e sgovernata. Tra una pizzetta da Sorbillo e una birretta con Merkel e Macron, il povero Conte prende ceffoni da chiunque. Salvini lancia risibili penultimatum sulla flat tax, ma non sa se e quando gli conviene staccare la spina. Di Maio firma temibili cambiali in bianco pur di restare al suo posto, anche se non ha ancora capito qual è. Tria fruga nei cassetti di Cdp e Bankitalia, in cerca di un po' d'oro per la Patria. Zingaretti abbaia alla luna, evocando un'alternativa che non esiste nella realtà ma solo in qualche misterioso incunabolo del Nazareno, mentre Berlusconi riesuma il cadavere di Forza Italia affidandone le spoglie a Toti e Carfagna. Un Paese così può affidarsi soltanto al Quirinale, per non finire vittima di se stesso.
Da quando è esplosa a Perugia l'inchiesta Toghe Sporche, due settimane fa, va in scena un ignobile teatrino. Gli attori recitano un copione logoro, che sa di vecchio e sa di marcio. Da una parte l'accidia corporativa dei magistrati (stavolta soprattutto di destra) che dopo essersi sbranati come iene per una poltrona, trincerandosi dietro al peloso paravento delle correnti, si illudono di lavarsi l'anima col pannicello caldo dell'autosospensione. Dall'altra parte l'ipocrisia difensiva dei politici (stavolta soprattutto di sinistra), che dopo aver lottizzato le procure come fossero una Asl, proteggendosi sotto l'odioso ombrello del "così fan tutti", si illudono di salvarsi la coscienza col solito pretesto del garantismo.
Con le sue parole, pesanti come pietre, il presidente della Repubblica spazza via questa paccottiglia insopportabilmente retorica e tendenzialmente auto-assolutoria. E dà voce a un'opinione pubblica sempre più disincantata e disorientata, che già guarda con una sfiducia crescente alla democrazia rappresentativa, e ora osserva con raccapriccio questo ennesimo, incestuoso groviglio politico-istituzionale. Mattarella, finalmente, chiama le cose col loro nome. Mentre toghe prudenti e parlamentari impenitenti continuano a balbettare frasi di rito, tipo "aspettiamo a leggere le carte dell'inchiesta", il capo dello Stato parla di un'indagine dalla quale emerge "un quadro sconcertante e inaccettabile".
Mentre pm frustrati e senatori imputati vaneggiano di "complotti" e di "scandalo intercettazioni", il capo dello Stato parla di "un coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato".
Mattarella non ha bisogno di aspettare nulla di "penalmente rilevante", per inchiodare la nota cricca Palamara&company e la premiata ditta Ferri&Lotti alle rispettive responsabilità etiche, deontologiche, politiche. Non ha bisogno di buttare la palla nella solita curva da talk-show della "fuga di notizie", per scoprire subito la ferita profonda che rimane sul "corpo" vivo delle istituzioni: una condotta comunque esecrabile, in totale contrasto con i doveri basilari dell'ordine giudiziario e con quello che "i cittadini si attendono" dai magistrati e dai partiti. Una ferita che andrà rimarginata in fretta. Perché il sacrificio di tanti eroi in toga, caduti sul campo per difendere la Repubblica, non merita di essere macchiato da questo fango. E perché il patto sociale sul quale si regge una democrazia non può prescindere dalla fiducia reciproca tra il popolo e la magistratura, che in suo nome pronuncia le sentenze e amministra la giustizia.
Già ora, nelle aule di tribunale, inquirenti e decidenti godono di credibilità intermittente. Pensiamo all'indignazione che monta sempre più spesso, di fronte ai processi troppo lunghi, alle scarcerazioni troppo facili, alle pene troppo spesso dimezzate in appello anche per reati mostruosi come i femminicidi. Serve uno sforzo eccezionale, per risanare la piaga e ricostruire la dignità e l'autorevolezza perdute. Il capo dello Stato è convinto che i due poteri, giudiziario e legislativo, dispongano degli anticorpi necessari. Noi, purtroppo, non abbiamo la stessa certezza. In ogni caso, con questo gesto esemplare, il presidente della Repubblica completa la sua metamorfosi. Mattarella è da mesi l'unico interlocutore affidabile per le cancellerie di tutto il mondo. È l'unico tessitore possibile di un compromesso sul bilancio con la Ue. E adesso, dopo il fragoroso "schiaffo di Palazzo dei Marescialli", si intesta anche la nuova "questione morale", proprio negli stessi giorni in cui ricorrono i 38 anni dalla famosa intervista di Enrico Berlinguer che la pose per primo, cambiando la Storia italiana. Cos'altro scorgiamo, nell'abisso del Csm e del Pd, se non le solite "macchine di potere e clientela" e le solite "federazioni di correnti e camarille" che si spartiscono solo i loro interessi, di cui l'allora segretario del Pci parlò a Eugenio Scalfari?
I suoi cinici detrattori lo chiamavano "Mummia sicula". Ora si saranno ricreduti. L'Italia, purtroppo, non è mai stata così smarrita e sgovernata. Tra una pizzetta da Sorbillo e una birretta con Merkel e Macron, il povero Conte prende ceffoni da chiunque. Salvini lancia risibili penultimatum sulla flat tax, ma non sa se e quando gli conviene staccare la spina. Di Maio firma temibili cambiali in bianco pur di restare al suo posto, anche se non ha ancora capito qual è. Tria fruga nei cassetti di Cdp e Bankitalia, in cerca di un po' d'oro per la Patria. Zingaretti abbaia alla luna, evocando un'alternativa che non esiste nella realtà ma solo in qualche misterioso incunabolo del Nazareno, mentre Berlusconi riesuma il cadavere di Forza Italia affidandone le spoglie a Toti e Carfagna. Un Paese così può affidarsi soltanto al Quirinale, per non finire vittima di se stesso.