Formati e disoccupati
Marco Ruffolo , di MARCO RUFFOLOMentre il 32 per cento dei giovani non ha lavoro, un’impresa italiana su quattro non riesce a trovare il personale di cui ha bisogno
I giovani non trovano lavoro, le imprese non trovano giovani da assumere. Il paradosso grava come un macigno sulle potenzialità di sviluppo del nostro Paese e sulle speranze di intere generazioni. Paradosso tutto italiano se pensiamo che mentre la disoccupazione giovanile non schioda dal 32%, mentre le quattro regioni europee con il più basso tasso di occupazione sono nel nostro Mezzogiorno, nello stesso tempo un’impresa italiana su quattro non riesce a trovare il personale di cui ha bisogno.
Ecco: i manifestanti scesi in piazza ieri a Reggio Calabria per ascoltare gli appelli al lavoro dei leader di Cgil, Cisl e Uil, e più in generale gli oltre due milioni e mezzo di disoccupati italiani non avranno mai alcuna risposta se da parte del governo non si comprende che l’incrocio tra l’offerta e la domanda di lavoro non è un semplice travaso da aiutare con le spinte e i consigli di qualche migliaio di precari laureati senza alcuna esperienza, …
Ecco: i manifestanti scesi in piazza ieri a Reggio Calabria per ascoltare gli appelli al lavoro dei leader di Cgil, Cisl e Uil, e più in generale gli oltre due milioni e mezzo di disoccupati italiani non avranno mai alcuna risposta se da parte del governo non si comprende che l’incrocio tra l’offerta e la domanda di lavoro non è un semplice travaso da aiutare con le spinte e i consigli di qualche migliaio di precari laureati senza alcuna esperienza, …
I giovani non trovano lavoro, le imprese non trovano giovani da assumere. Il paradosso grava come un macigno sulle potenzialità di sviluppo del nostro Paese e sulle speranze di intere generazioni. Paradosso tutto italiano se pensiamo che mentre la disoccupazione giovanile non schioda dal 32%, mentre le quattro regioni europee con il più basso tasso di occupazione sono nel nostro Mezzogiorno, nello stesso tempo un’impresa italiana su quattro non riesce a trovare il personale di cui ha bisogno.
Ecco: i manifestanti scesi in piazza ieri a Reggio Calabria per ascoltare gli appelli al lavoro dei leader di Cgil, Cisl e Uil, e più in generale gli oltre due milioni e mezzo di disoccupati italiani non avranno mai alcuna risposta se da parte del governo non si comprende che l’incrocio tra l’offerta e la domanda di lavoro non è un semplice travaso da aiutare con le spinte e i consigli di qualche migliaio di precari laureati senza alcuna esperienza, ma è un problema maledettamente difficile, che richiede competenze e forme di organizzazione che il reddito di cittadinanza non è assolutamente in grado di offrire, né è stato programmato per farlo.
Da una parte, abbiamo almeno due milioni di giovani che non studiano e non lavorano. Dall’altra, abbiamo aziende che non riescono a trovare periti meccanici, ingegneri, matematici, fisici, chimici, tecnici della produzione, tecnici delle telecomunicazioni, conduttori di impianti, per citare solo alcune delle figure che scarseggiano. Non ultimi i medici, per i quali si parla ormai di vera e propria emergenza: tra sei anni avremo in Italia 17 mila medici specialisti in meno, non ce ne saranno abbastanza per rimpiazzare quelli che andranno in pensione. È il risultato del cosiddetto “imbuto formativo”: oggi ci sono settemila medici abilitati, che hanno cioè sostenuto l’esame di Stato, ma che non sono né specializzati né formati per diventare medici di famiglia.
Ecco entrare in gioco una parola d’ordine tanto citata quanto inapplicata, un imperativo sia per i giovani in cerca di primo impiego, sia per i meno giovani che il lavoro lo hanno perso o rischiano di perderlo: “formazione”. In quanto oggetto di competenza regionale, la formazione continua oggi a rispondere a venti politiche diverse (dopo la bocciatura del referendum costituzionale) complicando l’introduzione di una strategia nazionale omogenea. Ma soprattutto ha dato negli ultimi decenni notevoli prove di inefficienze e sprechi: migliaia di corsi di formazione finanziati con soldi pubblici ed europei, non solo privi di qualsiasi garanzia di inserimento lavorativo, ma soprattutto svincolati dai bisogni reali delle imprese.
È qui che si sarebbe dovuto intervenire, ancorando per esempio i corsi di formazione ai contratti di apprendistato, progettandoli insieme alle aziende interessate. Come è avvenuto per esempio a Bolzano e in pochissimi altri casi. Non aver dato ascolto alla domanda del mondo imprenditoriale ha finito per trasformare la formazione in Italia in un grande business autoreferenziale.
Così come autoreferenziale sembra a tutti gli effetti l’assunzione per due anni di 3 mila giovani precari senza alcuna esperienza, i navigator, che dovrebbero contribuire a guidare milioni di disoccupati verso un vero impiego. Avremmo bisogno di consulenti del lavoro, di professionisti in grado di intercettare le richieste delle aziende, collaborando con gli amministratori locali, di orientatori che indirizzino i disoccupati verso i contratti di apprendistato, vigilando sulla loro regolarità, di attenti osservatori dei mercati del lavoro territoriali. Avremmo bisogno di professionisti provenienti dal mondo delle agenzie private più che di funzionari pubblici con competenze amministrative. Ma tutto questo, ancora una volta, non lo vedremo.
Ecco: i manifestanti scesi in piazza ieri a Reggio Calabria per ascoltare gli appelli al lavoro dei leader di Cgil, Cisl e Uil, e più in generale gli oltre due milioni e mezzo di disoccupati italiani non avranno mai alcuna risposta se da parte del governo non si comprende che l’incrocio tra l’offerta e la domanda di lavoro non è un semplice travaso da aiutare con le spinte e i consigli di qualche migliaio di precari laureati senza alcuna esperienza, ma è un problema maledettamente difficile, che richiede competenze e forme di organizzazione che il reddito di cittadinanza non è assolutamente in grado di offrire, né è stato programmato per farlo.
Da una parte, abbiamo almeno due milioni di giovani che non studiano e non lavorano. Dall’altra, abbiamo aziende che non riescono a trovare periti meccanici, ingegneri, matematici, fisici, chimici, tecnici della produzione, tecnici delle telecomunicazioni, conduttori di impianti, per citare solo alcune delle figure che scarseggiano. Non ultimi i medici, per i quali si parla ormai di vera e propria emergenza: tra sei anni avremo in Italia 17 mila medici specialisti in meno, non ce ne saranno abbastanza per rimpiazzare quelli che andranno in pensione. È il risultato del cosiddetto “imbuto formativo”: oggi ci sono settemila medici abilitati, che hanno cioè sostenuto l’esame di Stato, ma che non sono né specializzati né formati per diventare medici di famiglia.
Ecco entrare in gioco una parola d’ordine tanto citata quanto inapplicata, un imperativo sia per i giovani in cerca di primo impiego, sia per i meno giovani che il lavoro lo hanno perso o rischiano di perderlo: “formazione”. In quanto oggetto di competenza regionale, la formazione continua oggi a rispondere a venti politiche diverse (dopo la bocciatura del referendum costituzionale) complicando l’introduzione di una strategia nazionale omogenea. Ma soprattutto ha dato negli ultimi decenni notevoli prove di inefficienze e sprechi: migliaia di corsi di formazione finanziati con soldi pubblici ed europei, non solo privi di qualsiasi garanzia di inserimento lavorativo, ma soprattutto svincolati dai bisogni reali delle imprese.
È qui che si sarebbe dovuto intervenire, ancorando per esempio i corsi di formazione ai contratti di apprendistato, progettandoli insieme alle aziende interessate. Come è avvenuto per esempio a Bolzano e in pochissimi altri casi. Non aver dato ascolto alla domanda del mondo imprenditoriale ha finito per trasformare la formazione in Italia in un grande business autoreferenziale.
Così come autoreferenziale sembra a tutti gli effetti l’assunzione per due anni di 3 mila giovani precari senza alcuna esperienza, i navigator, che dovrebbero contribuire a guidare milioni di disoccupati verso un vero impiego. Avremmo bisogno di consulenti del lavoro, di professionisti in grado di intercettare le richieste delle aziende, collaborando con gli amministratori locali, di orientatori che indirizzino i disoccupati verso i contratti di apprendistato, vigilando sulla loro regolarità, di attenti osservatori dei mercati del lavoro territoriali. Avremmo bisogno di professionisti provenienti dal mondo delle agenzie private più che di funzionari pubblici con competenze amministrative. Ma tutto questo, ancora una volta, non lo vedremo.