Europa, la sceneggiata del governo
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNIDa quando è stata minacciata la procedura d'infrazione sul nostro debito, il premier Conte si è lanciato in un attivismo frenetico che non ha prodotto un solo elemento utile a scongiurarla
Visto con gli occhi esterrefatti di Bruxelles, il comportamento del governo italiano di fronte alla questione dei conti pubblici e della minacciata procedura di infrazione appare sempre più simile ad una sceneggiata recitata esclusivamente ad uso e consumo dell’opinione pubblica nazionale e dei due partiti di maggioranza. Dal 5 giugno, da quando la Commissione ha annunciato di avere solide ragioni per aprire contro il governo italiano una procedura per eccesso di debito, il premier Conte si è lanciato in un attivismo frenetico che non ha prodotto un solo elemento utile a scongiurare questa minaccia.
Prima c’è stato lo psicodramma della «lettera di risposta», per compilare la quale sono stati riuniti vertici di maggioranza, vertici di governo, e si sono spremute le migliori menti della coalizione giallo-verde. Dopo molte discussioni e veti incrociati si è mandata a Bruxelles e nelle 27 capitali una missiva di ben sei pagine molto pol…
Prima c’è stato lo psicodramma della «lettera di risposta», per compilare la quale sono stati riuniti vertici di maggioranza, vertici di governo, e si sono spremute le migliori menti della coalizione giallo-verde. Dopo molte discussioni e veti incrociati si è mandata a Bruxelles e nelle 27 capitali una missiva di ben sei pagine molto pol…
Visto con gli occhi esterrefatti di Bruxelles, il comportamento del governo italiano di fronte alla questione dei conti pubblici e della minacciata procedura di infrazione appare sempre più simile ad una sceneggiata recitata esclusivamente ad uso e consumo dell’opinione pubblica nazionale e dei due partiti di maggioranza. Dal 5 giugno, da quando la Commissione ha annunciato di avere solide ragioni per aprire contro il governo italiano una procedura per eccesso di debito, il premier Conte si è lanciato in un attivismo frenetico che non ha prodotto un solo elemento utile a scongiurare questa minaccia.
Prima c’è stato lo psicodramma della «lettera di risposta», per compilare la quale sono stati riuniti vertici di maggioranza, vertici di governo, e si sono spremute le migliori menti della coalizione giallo-verde. Dopo molte discussioni e veti incrociati si è mandata a Bruxelles e nelle 27 capitali una missiva di ben sei pagine molto polemica ma senza elementi concreti. La Commissione e gli altri stati membri non si sono neppure degnati di rispondere. In effetti, a questo stadio, la procedura non prevedeva un passo da parte del Paese sotto esame. Dopo il giudizio dell’esecutivo comunitario, la parola è passata ai tecnici dei governi, che hanno confermato la fondatezza delle conclusioni della Commissione. Ora il verdetto definitivo arriverà dalla riunione dei ministri delle finanze.
La compilazione della «lettera di risposta», che ha occupato per giorni le cronache politiche italiane, è stato un gesto gratuito, irrilevante, e probabilmente controproducente. L’unica cosa utile sarebbe stata se Conte avesse indicato con chiarezza i termini della manovra correttiva da fare nel 2019, e soprattutto del bilancio che intende approvare nel 2020.
Anche su questo punto, a Roma c’è stata molta agitazione sui «tagli» da proporre a Bruxelles. Prima si è cercato di rivendere come nuovi risparmi i due miliardi che erano già stati congelati nel precedente accordo di bilancio con la Commissione. Poi è saltato fuori un miliardo gentilmente fornito da Cassa depositi e prestiti. Il tutto facendo finta di ignorare che per Bruxelles (e per i mercati) il vero problema è come il governo italiano intenda coprire i 23 miliardi che mancheranno nel 2020 se non si aumenterà l’Iva, e dove trovare gli altri 15 miliardi che Salvini vuole spendere per la Flat tax. Senza risposte convincenti su questi punti, difficile che l’Europa fermi la procedura.
Il terzo atto della sceneggiata è andato in scena al summit di Bruxelles dove, nella notte tra giovedì e venerdì, il premier Conte ha annunciato ai giornalisti italiani la sua intenzione di bloccare le nomine ai vertici della Ue se l’Europa insisterà con la procedura contro l’Italia. Non risulta però che tale minaccia sia stata comunicata ufficialmente anche agli altri capi di stato e di governo. E per fortuna. Infatti si tratta di una spacconata senza sostanza. Per mettere insieme una minoranza in grado di bloccare le nomine, l’Italia può sfruttare il fatto che la Gran Bretagna si è impegnata ad astenersi. Potrebbe forse trascinare dalla propria parte i polacchi, e magari pure gli ungheresi, come ventilano fonti di Palazzo Chigi. Anche così, però, non avrebbe i voti sufficienti per bloccare la decisione. E comunque, qualora li trovasse, il potere di veto durerebbe fino al 31 ottobre, data entro la quale la Gran Bretagna uscirà dalla Ue e la ipotetica minoranza di blocco sovranista si scioglierà al sole.
Insomma, nonostante la frenetica “ammuina” ad uso e consumo del dibattito interno, il governo finora non ha fatto nulla di concreto per venire incontro ai rilievi dell’Europa ed evitare la procedura di infrazione. Le possibili ragioni di un comportamento così schizofrenico sono due.
La prima è che Conte si prepari a fare grandi concessioni all’ultimo momento, come è accaduto in dicembre per scongiurare la procedura sulla finanziaria 2019. Ma il dibattito che ha suscitato in queste settimane è servito solo a ribadire e rafforzare la volontà della maggioranza di aumentare la spesa in deficit, rendendo più difficile qualsiasi concessione dell’ultima ora.
La seconda è che in realtà Conte non abbia la minima intenzione di evitare la procedura di infrazione da parte di Bruxelles. L’idea di blindare i conti con un corsetto europeo, naturalmente gridando contro l’Europa matrigna e gli ottusi burocrati di Bruxelles, potrebbe risultare particolarmente utile nell’eventualità di una campagna elettorale anticipata. E offrirebbe a Lega e Cinquestelle la possibilità di scaricare sull’Europa la responsabilità della loro inettitudine e dei loro fallimenti.
Prima c’è stato lo psicodramma della «lettera di risposta», per compilare la quale sono stati riuniti vertici di maggioranza, vertici di governo, e si sono spremute le migliori menti della coalizione giallo-verde. Dopo molte discussioni e veti incrociati si è mandata a Bruxelles e nelle 27 capitali una missiva di ben sei pagine molto polemica ma senza elementi concreti. La Commissione e gli altri stati membri non si sono neppure degnati di rispondere. In effetti, a questo stadio, la procedura non prevedeva un passo da parte del Paese sotto esame. Dopo il giudizio dell’esecutivo comunitario, la parola è passata ai tecnici dei governi, che hanno confermato la fondatezza delle conclusioni della Commissione. Ora il verdetto definitivo arriverà dalla riunione dei ministri delle finanze.
La compilazione della «lettera di risposta», che ha occupato per giorni le cronache politiche italiane, è stato un gesto gratuito, irrilevante, e probabilmente controproducente. L’unica cosa utile sarebbe stata se Conte avesse indicato con chiarezza i termini della manovra correttiva da fare nel 2019, e soprattutto del bilancio che intende approvare nel 2020.
Anche su questo punto, a Roma c’è stata molta agitazione sui «tagli» da proporre a Bruxelles. Prima si è cercato di rivendere come nuovi risparmi i due miliardi che erano già stati congelati nel precedente accordo di bilancio con la Commissione. Poi è saltato fuori un miliardo gentilmente fornito da Cassa depositi e prestiti. Il tutto facendo finta di ignorare che per Bruxelles (e per i mercati) il vero problema è come il governo italiano intenda coprire i 23 miliardi che mancheranno nel 2020 se non si aumenterà l’Iva, e dove trovare gli altri 15 miliardi che Salvini vuole spendere per la Flat tax. Senza risposte convincenti su questi punti, difficile che l’Europa fermi la procedura.
Il terzo atto della sceneggiata è andato in scena al summit di Bruxelles dove, nella notte tra giovedì e venerdì, il premier Conte ha annunciato ai giornalisti italiani la sua intenzione di bloccare le nomine ai vertici della Ue se l’Europa insisterà con la procedura contro l’Italia. Non risulta però che tale minaccia sia stata comunicata ufficialmente anche agli altri capi di stato e di governo. E per fortuna. Infatti si tratta di una spacconata senza sostanza. Per mettere insieme una minoranza in grado di bloccare le nomine, l’Italia può sfruttare il fatto che la Gran Bretagna si è impegnata ad astenersi. Potrebbe forse trascinare dalla propria parte i polacchi, e magari pure gli ungheresi, come ventilano fonti di Palazzo Chigi. Anche così, però, non avrebbe i voti sufficienti per bloccare la decisione. E comunque, qualora li trovasse, il potere di veto durerebbe fino al 31 ottobre, data entro la quale la Gran Bretagna uscirà dalla Ue e la ipotetica minoranza di blocco sovranista si scioglierà al sole.
Insomma, nonostante la frenetica “ammuina” ad uso e consumo del dibattito interno, il governo finora non ha fatto nulla di concreto per venire incontro ai rilievi dell’Europa ed evitare la procedura di infrazione. Le possibili ragioni di un comportamento così schizofrenico sono due.
La prima è che Conte si prepari a fare grandi concessioni all’ultimo momento, come è accaduto in dicembre per scongiurare la procedura sulla finanziaria 2019. Ma il dibattito che ha suscitato in queste settimane è servito solo a ribadire e rafforzare la volontà della maggioranza di aumentare la spesa in deficit, rendendo più difficile qualsiasi concessione dell’ultima ora.
La seconda è che in realtà Conte non abbia la minima intenzione di evitare la procedura di infrazione da parte di Bruxelles. L’idea di blindare i conti con un corsetto europeo, naturalmente gridando contro l’Europa matrigna e gli ottusi burocrati di Bruxelles, potrebbe risultare particolarmente utile nell’eventualità di una campagna elettorale anticipata. E offrirebbe a Lega e Cinquestelle la possibilità di scaricare sull’Europa la responsabilità della loro inettitudine e dei loro fallimenti.