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(reuters)

Michael Jackson, la nostalgia negata

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Dieci anni fa se ne andava il re del pop. Ma saranno in pochi a celebrare: il documentario 'Leaving Neverland' e le rinnovate accuse di pedofilia hanno "manomesso" la memoria dei fan
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Nonostante tutto, un ragazzo continua a danzare. È un ballerino di strada, ha ventitré anni e incanta una piccola folla radunata su Hollywood Boulevard, Los Angeles, ripetendo i passi del moonwalk. Tiene così in vita un mito dimezzato. Alimenta una nostalgia diventata scomoda. Salif Gueye, questo il nome, è nato quando Michael Jackson era ormai — come scrisse di lui Keith Haring — totalmente “waltdisneyzzato”: nel cuore di quella trasformazione che avrebbe reso il re del pop irriconoscibile — androgino, magrissimo, la pelle sbiancata. Capace però di difendere coi denti il proprio mito, di farlo brillare.

Girava un corto a tinte horror, Ghosts, aiutato da Stephen King, e offriva ancora esibizioni spettacolari. Nel ‘93 gli erano piovute addosso le prime accuse di abusi sui minori. Nel 2003 un arresto, poi il processo e l’assoluzione. Nell’anno della morte, il 2009, Jackson si preparava a tornare sulle sc…
Nonostante tutto, un ragazzo continua a danzare. È un ballerino di strada, ha ventitré anni e incanta una piccola folla radunata su Hollywood Boulevard, Los Angeles, ripetendo i passi del moonwalk. Tiene così in vita un mito dimezzato. Alimenta una nostalgia diventata scomoda. Salif Gueye, questo il nome, è nato quando Michael Jackson era ormai — come scrisse di lui Keith Haring — totalmente “waltdisneyzzato”: nel cuore di quella trasformazione che avrebbe reso il re del pop irriconoscibile — androgino, magrissimo, la pelle sbiancata. Capace però di difendere coi denti il proprio mito, di farlo brillare.

Girava un corto a tinte horror, Ghosts, aiutato da Stephen King, e offriva ancora esibizioni spettacolari. Nel ‘93 gli erano piovute addosso le prime accuse di abusi sui minori. Nel 2003 un arresto, poi il processo e l’assoluzione. Nell’anno della morte, il 2009, Jackson si preparava a tornare sulle scene, e pareva che le ombre peggiori fossero dissolte. Il decesso, in una notte di giugno di dieci anni fa, per quanto misterioso, avrebbe dovuto restituirgli la sua reputazione. La morte funziona così, no?

Michael Jackson è morto a cinquant'anni il 25 giugno del 2009 (reuters)


I due miliardi di persone raccolte davanti alla tv per seguire i funerali piangevano la leggenda della propria adolescenza. La colonna sonora — e perfino il colore, l’atmosfera — degli anni in cui stavano diventando grandi. La grande (e redditizia) macchina della nostalgia era perciò pronta a mettersi in moto, a tesaurizzare quel rimpianto: tanto più che gli Ottanta, il decennio d’oro di Jackson, si avviavano a diventare una miniera narrativa, una inesauribile officina del riciclo pop. Cinema, moda, pubblicità, design, videogiochi. La seconda stagione della serie Stranger Things, ambientata nel 1984, veniva lanciata, un paio di anni fa, da un trailer (costosissimo) che evocava Thriller. In questo strano decennale della morte, sarebbe considerata una scelta inopportuna.

La forza delle testimonianze raccolte nel documentario Leaving Neverland — definendo il ritratto di un amico ambiguo e predatorio dei bambini di cui si circondava — hanno cambiato di segno al racconto su Jackson. Soprattutto hanno bloccato la macchina della nostalgia. Le reti americane Nbc e Cbs non hanno in programma alcuna commemorazione; diversi progetti tv sono stati stoppati. Resta in piedi quello di un musical per Broadway nel 2020 ma è piuttosto in affanno. Lo spettacolo previsto a Chicago per fine anno quasi di certo salterà. Il concerto che Quincy Jones farà a Londra fra qualche giorno, inizialmente impostato sugli album di Jackson Thriller e Bad, è stato riconvertito in un più generico e rassicurante recupero di soundtrack anni Ottanta.

'Leaving Neverland', il doc su Michael Jackson in onda su Nove - clip in anteprima


L’oceano di vergogna — come lo definisce il Premio Pulitzer Margo Jefferson nella riedizione del bellissimo saggio Su Michael Jackson (66thand2nd) — impedisce di ristabilire la sua grandezza di artista. Anche post mortem. Mentre la Hall of Fame dei viventi è minacciata dall’onda lunga del #metoo quella dei morti, “se la stessa misura fosse applicata a tutti i casi di sfruttamento sessuale e di abuso, ne uscirebbe decimata”. Per ora tocca a Jackson, il geniale performer, il “poliglotta culturale” che mescolò Presley e Barnum, danze popolari, generi e stili diversi, Peter Pan e Edgar Alan Poe, saltando confini di qualunque sorta. Perfino fisicamente. “La sfida — scrive ancora Jefferson — è comprendere l’arte e la vita mentre si attorcigliano e si sbrigliano l’una nell’altra cambiando forma e direzione”: il male che Michael Jackson ha fatto non si può ignorare, non si può cancellare. Ma nemmeno “quello che ci ha dato la sua arte”.

E allora? Il reato non cade in prescrizione. E i nostri sentimenti? Nell’ossessiva retro-mania che domina per paradosso un’era tecnologica e giovanilista, la cultura pop — l’ha spiegato una volta per tutte il critico musicale Simon Reynolds — si nutre di passato recente. Alimenta e produce nostalgie. Applica filtri vintage e sposta indietro la felicità. Eccola, è lì, appena dietro di noi. Tu ti volti, il paesaggio è affollato: un mondo di storie, di facce, di brand, audiocassette, vecchi gelati e Super Mario Bros. Poi, però, c’è anche un buco, uno squarcio, una cancellatura. Il quadro della nostalgia è manomesso. Non puoi ricordare tutto. Non devi.