Esattamente un anno dopo aver detto «No alle Olimpiadi del mattone!», la sindaca di Roma Virginia Raggi rivendicava: «Roma ce la fa, ce la sta facendo anche senza Olimpiadi». Le ultime parole famose. Qualunque città ce la può fare anche senza Olimpiadi. Dipende soltanto come. Non abbiamo alcun dubbio, per esempio, che Milano ce l’avrebbe potuta fare anche se non si fosse aggiudicata, insieme a Cortina, l’organizzazione dei Giochi invernali per il 2026. Ma non sbagliamo immaginando che per quella città potrebbe essere l’occasione per fare un altro salto nella graduatoria delle metropoli europee. E scavare ancora più in profondità l’abisso che già la separa dalla capitale d’Italia. Come purtroppo fossero, già ora, centri urbani di due Paesi diversi, tanto è abissale e palpabile la differenza. Lo dicono le classifiche della qualità della vita: quella del Sole 24 Ore mette …
Esattamente un anno dopo aver detto «No alle Olimpiadi del mattone!», la sindaca di Roma Virginia Raggi rivendicava: «Roma ce la fa, ce la sta facendo anche senza Olimpiadi». Le ultime parole famose. Qualunque città ce la può fare anche senza Olimpiadi. Dipende soltanto come. Non abbiamo alcun dubbio, per esempio, che Milano ce l’avrebbe potuta fare anche se non si fosse aggiudicata, insieme a Cortina, l’organizzazione dei Giochi invernali per il 2026. Ma non sbagliamo immaginando che per quella città potrebbe essere l’occasione per fare un altro salto nella graduatoria delle metropoli europee. E scavare ancora più in profondità l’abisso che già la separa dalla capitale d’Italia. Come purtroppo fossero, già ora, centri urbani di due Paesi diversi, tanto è abissale e palpabile la differenza. Lo dicono le classifiche della qualità della vita: quella del Sole 24 Ore mette Milano in testa alle città italiane, con Roma distanziata di ben 21 posizioni. Ma è sufficiente l’esperienza di salire su un mezzo pubblico, o semplicemente camminare per le strade. Mentre Milano rincorreva le Olimpiadi e batteva Stoccolma, Roma continuava a rincorrere gli autobus dell’Atac che vanno a fuoco o quelli appena affittati da Israele ma che devono essere rispediti a Tel Aviv perché non adatti a circolare qui, a sperare in un miracolo che svuoti i cassonetti ovunque traboccanti di rifiuti oppure rimetta in sesto le scale mobili delle stazioni più centrali della linea A della metropolitana chiuse da mesi. E inevitabilmente il successo della città lombarda non fa che rendere ancora più profondo il rammarico per l’occasione perduta dalla Capitale con quella decisione di dire: «No ai giochi dei gusci vuoti» perché «stiamo ancora pagando i debiti delle Olimpiadi del 1960».
La decisione, va ricordato, ebbe un solo contrario: quel Paolo Berdini che allora aveva nella giunta Raggi la responsabilità dell’urbanistica e per la sua storia di avversario degli speculatori non poteva essere sospettato di essere in combutta con il partito del mattone. Sosteneva che i Giochi olimpici potessero servire per fare quelle opere di cui la capitale aveva e ha bisogno come di un’ancora di salvezza. Modernizzare il trasporto pubblico, completare la linea C della metropolitana: che ancora oggi il Comune non sa decidersi su dove potrà arrivare. Con il rischio di essere costretti, se il nodo non verrà sciolto, a seppellire la talpa sotto piazza Venezia per la sorpresa degli archeologi che la ritroveranno, magari fra altri duemila anni. Ma c’era anche un’altra opportunità che la sfida delle Olimpiadi avrebbe offerto: dimostrare che a dispetto dei disastri precedenti si potevano impiegare le risorse realizzando opere per la città con la trasparenza e l’onestà sempre predicate dal Movimento 5 Stelle. Sarebbe stata la prova regina, ma ci voleva coraggio e indipendenza di giudizio. Più facile rifugiarsi nel furore ideologico, mascherato con una salva di numeri a dimostrazione della tesi che ovunque nel mondo quegli eventi si trasformano in sprechi e ruberie.
Possibile, certo. Possibilissimo, in Italia. Ma qui non ci sono stati soltanto i Mondiali di calcio del 1990 con le stazioni ferroviarie costruite e mai aperte, oppure i Mondiali di Nuoto con le piscine “quasi” rettangolari e le coperture a rischio di crollo ancor prima che avessero finito di tirarle su. La sindaca di Torino Chiara Appendino deve sapere bene come le Olimpiadi invernali del 2006 abbiano dato una svolta decisiva alla sua città. Tanto che dopo le critiche sui “debiti lasciati dai Giochi che pagheremo per trent’anni”, quando si è presentata l’occasione per riprovarci, ci ha riprovato eccome. Senza però andare fino in fondo. Ma tirandosi indietro nel momento in cui si era profilata l’eventualità di una cordata con Milano e Cortina: «Riteniamo opportuno che la città di Torino sia protagonista della candidatura alle Olimpiadi del 2026 e non stampella di altre città». Un’altra sconfitta, assai diversa da quella fortemente voluta dalla sua collega di partito romana Virginia Raggi, ma non meno bruciante.
Ed è perfino comprensibile che pubblicamente Chiara Appendino affermi di «non avere rimpianti», consolandosi con le Atp Finals di tennis («oggi la città ha vinto un evento pluriennale, dove non ci sono le difficoltà del post olimpico, dove non dovremo fare debito»). Però nel fare gli auguri «a Sala e Zaia», alla vigilia della decisione del Cio ha ricordato che «in caso di assegnazione» a Milano e Cortina «sarebbe naturale, nell’ottica del recupero dell’esistente e del contenimento dei costi valutare l’opportunità di riutilizzare» gli impianti già esistenti. Cioè quelli di Torino 2006. E questa non sarebbe una stampella?
La decisione, va ricordato, ebbe un solo contrario: quel Paolo Berdini che allora aveva nella giunta Raggi la responsabilità dell’urbanistica e per la sua storia di avversario degli speculatori non poteva essere sospettato di essere in combutta con il partito del mattone. Sosteneva che i Giochi olimpici potessero servire per fare quelle opere di cui la capitale aveva e ha bisogno come di un’ancora di salvezza. Modernizzare il trasporto pubblico, completare la linea C della metropolitana: che ancora oggi il Comune non sa decidersi su dove potrà arrivare. Con il rischio di essere costretti, se il nodo non verrà sciolto, a seppellire la talpa sotto piazza Venezia per la sorpresa degli archeologi che la ritroveranno, magari fra altri duemila anni. Ma c’era anche un’altra opportunità che la sfida delle Olimpiadi avrebbe offerto: dimostrare che a dispetto dei disastri precedenti si potevano impiegare le risorse realizzando opere per la città con la trasparenza e l’onestà sempre predicate dal Movimento 5 Stelle. Sarebbe stata la prova regina, ma ci voleva coraggio e indipendenza di giudizio. Più facile rifugiarsi nel furore ideologico, mascherato con una salva di numeri a dimostrazione della tesi che ovunque nel mondo quegli eventi si trasformano in sprechi e ruberie.
Possibile, certo. Possibilissimo, in Italia. Ma qui non ci sono stati soltanto i Mondiali di calcio del 1990 con le stazioni ferroviarie costruite e mai aperte, oppure i Mondiali di Nuoto con le piscine “quasi” rettangolari e le coperture a rischio di crollo ancor prima che avessero finito di tirarle su. La sindaca di Torino Chiara Appendino deve sapere bene come le Olimpiadi invernali del 2006 abbiano dato una svolta decisiva alla sua città. Tanto che dopo le critiche sui “debiti lasciati dai Giochi che pagheremo per trent’anni”, quando si è presentata l’occasione per riprovarci, ci ha riprovato eccome. Senza però andare fino in fondo. Ma tirandosi indietro nel momento in cui si era profilata l’eventualità di una cordata con Milano e Cortina: «Riteniamo opportuno che la città di Torino sia protagonista della candidatura alle Olimpiadi del 2026 e non stampella di altre città». Un’altra sconfitta, assai diversa da quella fortemente voluta dalla sua collega di partito romana Virginia Raggi, ma non meno bruciante.
Ed è perfino comprensibile che pubblicamente Chiara Appendino affermi di «non avere rimpianti», consolandosi con le Atp Finals di tennis («oggi la città ha vinto un evento pluriennale, dove non ci sono le difficoltà del post olimpico, dove non dovremo fare debito»). Però nel fare gli auguri «a Sala e Zaia», alla vigilia della decisione del Cio ha ricordato che «in caso di assegnazione» a Milano e Cortina «sarebbe naturale, nell’ottica del recupero dell’esistente e del contenimento dei costi valutare l’opportunità di riutilizzare» gli impianti già esistenti. Cioè quelli di Torino 2006. E questa non sarebbe una stampella?