A ben vedere, la notizia più importante non è quella dell’arresto della comandante Carola Rackete, bensì le parole del ministro degli Esteri, Moavero Milanesi: «La Libia non è un porto sicuro». Se quella affermazione fosse stata fatta l’anno scorso, il nostro Paese si sarebbe risparmiato molte lacerazioni e altrettante sofferenze. E, infatti, il giudizio sulle condizioni di sicurezza della Libia è all’origine della vicenda conclusasi all’alba di sabato, tra gli osceni schiamazzi di coloro che Eugenio Montale definì i “miti carnefici” (qui un manipolo di furfanti leghisti che invocavano lo stupro della comandante) e la lunga teoria di profughi che attraversavano un cordone di poliziotti per raggiungere il furgone che li avrebbe portati fuori dallo sguardo pubblico.
Da anni, in Libia, dove è in atto una spaventosa guerra civile, si è sviluppato un apparato militare e paramilitare che…
Da anni, in Libia, dove è in atto una spaventosa guerra civile, si è sviluppato un apparato militare e paramilitare che…
A ben vedere, la notizia più importante non è quella dell’arresto della comandante Carola Rackete, bensì le parole del ministro degli Esteri, Moavero Milanesi: «La Libia non è un porto sicuro». Se quella affermazione fosse stata fatta l’anno scorso, il nostro Paese si sarebbe risparmiato molte lacerazioni e altrettante sofferenze. E, infatti, il giudizio sulle condizioni di sicurezza della Libia è all’origine della vicenda conclusasi all’alba di sabato, tra gli osceni schiamazzi di coloro che Eugenio Montale definì i “miti carnefici” (qui un manipolo di furfanti leghisti che invocavano lo stupro della comandante) e la lunga teoria di profughi che attraversavano un cordone di poliziotti per raggiungere il furgone che li avrebbe portati fuori dallo sguardo pubblico.
Da anni, in Libia, dove è in atto una spaventosa guerra civile, si è sviluppato un apparato militare e paramilitare che amministra la tratta degli esseri umani, in un unico circuito per l’acquisto e la vendita, la reclusione e la tortura, il passaggio in mare e il ritorno coatto di una moltitudine di infelici. Il cuore di questo sistema concentrazionario, gestito da milizie che svolgono i diversi ruoli, da quello di rapitori a quello di scafisti, è costituito dai centri di detenzione diffusi sul territorio. Negli ultimi tempi la grande parte di coloro che tentano la traversata del Mediterraneo sono fuggiti da quei centri, scampati alla schiavitù e alla morte. Il primo fine perseguito dalle Ong del mare è stato ed è quello di impedire che lì siano riportati. Non opporsi a che questo accada rappresenta, come afferma uno dei più autorevoli giuristi europei, Luigi Ferrajoli, una «flagrante omissione di soccorso». Senza giustificazione alcuna, perché Malta continua ad accogliere un numero di profughi percentualmente assai elevato rispetto alla superficie del territorio. E l’altra meta indicata come possibile, la Tunisia, è tutto tranne che agevole. Mentre la Sea-Watch 3 si dirigeva verso l’Italia, le autorità tunisine trattenevano per 19 giorni, prima di consentire lo sbarco, un mercantile con 75 profughi.
Dunque, secondo i causidici cultori dei codici nautici, la Sea-Watch 3 si sarebbe dovuta mettere in fila al porto di Tunisi o di Zarzis, in attesa del permesso di approdo da parte del governo di un Paese dove non è previsto il diritto di asilo. E questo dice in maniera inequivocabile come fosse cogente il dovere della Sea-Watch (sì, il dovere) di fare rotta verso l’Italia. Ancora. Come sappiamo, già nella mattinata di venerdì si era giunti a un passo da un accordo, grazie alla disponibilità di alcuni Paesi europei, ma a questo punto lo scontro si è spostato tutto all’interno del governo italiano. Il ministro Salvini si ostinava a negare lo sbarco, ignorando l’offerta dei Paesi europei, così come già aveva ignorato quella della municipalità di Rottenburg e quella delle chiese protestanti tedesche e della chiesa Valdese italiana. Il ministro ha puntato sull’incidente e questo, alla fine, è arrivato. A causa dell’ingenuità della comandante Rackete che, e c’è da capirla, faticava a decifrare le complicate mosse della politica italiana ed europea, concentrata com’era sul senso della propria missione: salvare vite umane. Quanto, poi, è seguito, tutto è tranne che una vittoria del governo italiano. La meschina ordalia messa in scena dalle tricoteuses del sovranismo sul porto di Lampedusa, i reiterati insulti di Matteo Salvini (ma a quale lutulento vocabolario attinge quest’uomo iracondo?), la furia dei social rappresentano un ulteriore passo verso uno «stile paranoico di governo» (Richard Hofstadter). E costituiscono altrettante lesioni per il nostro sistema democratico e per il suo dibattito pubblico: si perde di vista la questione di fondo (il soccorso a uomini, donne e bambini) e tutto viene ridotto a una povera tragicommedia.
Infine. Da più parti si vuole interpretare l’attuale conflitto quasi fosse uno scontro tra ragioni del cuore e ragion di Stato. Nulla di più sbagliato. La controversia è tra un’interpretazione gretta e discriminatoria delle leggi nazionali, piegate a un uso sciovinista, e il diritto internazionale e il sistema universale dei diritti umani. Questi ultimi sono fondati su una concezione razionale e, per così dire, “utilitaristica” dei rapporti tra gli individui, i popoli e gli Stati. Altro che “buonismo” (Dio perdoni chi ha inventato questo termine sciagurato): qui è in gioco piuttosto l’interesse delle comunità a vivere in un mondo, sempre più integrato e “stretto”, che chiede di essere governato da leggi condivise, e da convenzioni destinate a favorire inclusione e convivenza. Pena la rovina di tutti.
Da anni, in Libia, dove è in atto una spaventosa guerra civile, si è sviluppato un apparato militare e paramilitare che amministra la tratta degli esseri umani, in un unico circuito per l’acquisto e la vendita, la reclusione e la tortura, il passaggio in mare e il ritorno coatto di una moltitudine di infelici. Il cuore di questo sistema concentrazionario, gestito da milizie che svolgono i diversi ruoli, da quello di rapitori a quello di scafisti, è costituito dai centri di detenzione diffusi sul territorio. Negli ultimi tempi la grande parte di coloro che tentano la traversata del Mediterraneo sono fuggiti da quei centri, scampati alla schiavitù e alla morte. Il primo fine perseguito dalle Ong del mare è stato ed è quello di impedire che lì siano riportati. Non opporsi a che questo accada rappresenta, come afferma uno dei più autorevoli giuristi europei, Luigi Ferrajoli, una «flagrante omissione di soccorso». Senza giustificazione alcuna, perché Malta continua ad accogliere un numero di profughi percentualmente assai elevato rispetto alla superficie del territorio. E l’altra meta indicata come possibile, la Tunisia, è tutto tranne che agevole. Mentre la Sea-Watch 3 si dirigeva verso l’Italia, le autorità tunisine trattenevano per 19 giorni, prima di consentire lo sbarco, un mercantile con 75 profughi.
Dunque, secondo i causidici cultori dei codici nautici, la Sea-Watch 3 si sarebbe dovuta mettere in fila al porto di Tunisi o di Zarzis, in attesa del permesso di approdo da parte del governo di un Paese dove non è previsto il diritto di asilo. E questo dice in maniera inequivocabile come fosse cogente il dovere della Sea-Watch (sì, il dovere) di fare rotta verso l’Italia. Ancora. Come sappiamo, già nella mattinata di venerdì si era giunti a un passo da un accordo, grazie alla disponibilità di alcuni Paesi europei, ma a questo punto lo scontro si è spostato tutto all’interno del governo italiano. Il ministro Salvini si ostinava a negare lo sbarco, ignorando l’offerta dei Paesi europei, così come già aveva ignorato quella della municipalità di Rottenburg e quella delle chiese protestanti tedesche e della chiesa Valdese italiana. Il ministro ha puntato sull’incidente e questo, alla fine, è arrivato. A causa dell’ingenuità della comandante Rackete che, e c’è da capirla, faticava a decifrare le complicate mosse della politica italiana ed europea, concentrata com’era sul senso della propria missione: salvare vite umane. Quanto, poi, è seguito, tutto è tranne che una vittoria del governo italiano. La meschina ordalia messa in scena dalle tricoteuses del sovranismo sul porto di Lampedusa, i reiterati insulti di Matteo Salvini (ma a quale lutulento vocabolario attinge quest’uomo iracondo?), la furia dei social rappresentano un ulteriore passo verso uno «stile paranoico di governo» (Richard Hofstadter). E costituiscono altrettante lesioni per il nostro sistema democratico e per il suo dibattito pubblico: si perde di vista la questione di fondo (il soccorso a uomini, donne e bambini) e tutto viene ridotto a una povera tragicommedia.
Infine. Da più parti si vuole interpretare l’attuale conflitto quasi fosse uno scontro tra ragioni del cuore e ragion di Stato. Nulla di più sbagliato. La controversia è tra un’interpretazione gretta e discriminatoria delle leggi nazionali, piegate a un uso sciovinista, e il diritto internazionale e il sistema universale dei diritti umani. Questi ultimi sono fondati su una concezione razionale e, per così dire, “utilitaristica” dei rapporti tra gli individui, i popoli e gli Stati. Altro che “buonismo” (Dio perdoni chi ha inventato questo termine sciagurato): qui è in gioco piuttosto l’interesse delle comunità a vivere in un mondo, sempre più integrato e “stretto”, che chiede di essere governato da leggi condivise, e da convenzioni destinate a favorire inclusione e convivenza. Pena la rovina di tutti.