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(ansa)

Quelle donne disobbedienti

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Carola Rackete e Paola Nugnes: storie diverse per una ribellione che si assomiglia, tutta femminile, contro norme fin troppo mascoline
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Che hanno in comune la vicenda di Carola Rackete e quella della senatrice Nugnes? Un atto di disobbedienza, commesso da due donne. Una ribellione tutta al femminile contro norme fin troppo maschie, mascoline. Nel primo caso dettate da una legge dello Stato; nel secondo, dalla legge del partito. Sicché per entrambe è scattato, inesorabile, il castigo. L’una arrestata, l’altra espulsa. Ma a soccorrerle c’è una terza signora: la Costituzione.

Nel caso di Paola Nugnes, la sua colpa sta nell’infedeltà alle direttive di partito. Prove certe, evidenze inconfutabili: l’imputata ha votato per 131 volte in contrasto al gruppo parlamentare con cui era stata eletta (i 5 Stelle), negando perfino la fiducia al gabinetto Conte. E ha dispensato critiche, obiezioni, accuse al gruppo dirigente, contestandone il ruolo subalterno nei riguardi della Lega. Da qui l’espulsione dal partito, ma da qui inoltre un brusco invito a liberare il posto…
Che hanno in comune la vicenda di Carola Rackete e quella della senatrice Nugnes? Un atto di disobbedienza, commesso da due donne. Una ribellione tutta al femminile contro norme fin troppo maschie, mascoline. Nel primo caso dettate da una legge dello Stato; nel secondo, dalla legge del partito. Sicché per entrambe è scattato, inesorabile, il castigo. L’una arrestata, l’altra espulsa. Ma a soccorrerle c’è una terza signora: la Costituzione.

Nel caso di Paola Nugnes, la sua colpa sta nell’infedeltà alle direttive di partito. Prove certe, evidenze inconfutabili: l’imputata ha votato per 131 volte in contrasto al gruppo parlamentare con cui era stata eletta (i 5 Stelle), negando perfino la fiducia al gabinetto Conte. E ha dispensato critiche, obiezioni, accuse al gruppo dirigente, contestandone il ruolo subalterno nei riguardi della Lega. Da qui l’espulsione dal partito, ma da qui inoltre un brusco invito a liberare il posto in Parlamento, per non tradire gli elettori. Lei però non si dimette, trasmigra al gruppo misto.

E replica ai suoi giudici che sono stati loro, casomai, a violare il patto elettorale. Sono loro gli infedeli. E se il codice etico dei 5 Stelle nel suo caso prevede l’espulsione, c’è un codice più alto che la obbliga al rispetto dell’Idea, dei principi fondanti del partito. Anche Carola Rackete chiama in causa una legge superiore. Al comando della Sea Watch, ha tratto in salvo 42 migranti, ma il governo le ha vietato di sbarcarli sulle coste italiane. E lei ha disobbedito: dopo 17 giorni in mare, quel carico umano era allo stremo, qualcuno minacciava già il suicidio. Stato di necessità, così viene definito dal diritto. E necessitas non habet legem, dicevano gli antichi romani. I nuovi, viceversa, hanno scritto una legge (il decreto sicurezza) che in queste situazioni contempla il sequestro della nave, oltre a una multa di 50 mila euro. E hanno applicato a Carola un’altra legge (il codice della navigazione) che le fa rischiare 10 anni di galera. Da qui il conflitto fra due sistemi normativi.

Giacché da un lato c’è il diritto dello Stato italiano; ma dall’altro lato c’è il diritto del mare, che impone di salvare i naufraghi, e poi di condurli a un approdo sicuro. Riecheggia dunque, in Carola, la storia di Antigone, com’è stato osservato in questi giorni. Ossia la fanciulla che offrì sepoltura al fratello, contravvenendo all’ordine del re di Tebe. Lei s’appellò alla legge divina contro quella umana, a un codice morale che è poi il medesimo evocato dalla capitana o dalla senatrice. C’è una differenza, tuttavia, fra quei tempi remoti e il nostro tempo. Perché dal Settecento in poi, dall’avvento delle Costituzioni scritte, i principi etici si depositano nelle tavole costituzionali.

E il conflitto fra diritto e morale diventa un conflitto interno all’ordinamento giuridico statale, si trasforma nel contrasto fra una regola di legge e la legge più alta, la Costituzione. Non per nulla il presidente Ciampi ne parlava come d’una «bibbia laica». Conclusione: quando la legge morale collide con la legge politica, quest’ultima è incostituzionale. La disobbedienza, perciò, viene giustificata – se non anche imposta – da una norma superiore. Solo che nel caso della senatrice Nugnes l’ombrello della Costituzione s’apre in automatico, attraverso il divieto di mandato imperativo (articolo 67), che impedisce ai 5 Stelle di cacciarla dal Parlamento.

Un divieto, se c’è, non ha bisogno d’ulteriori procedure, come non ne ha bisogno il divieto della pena di morte (articolo 27). Non si può fare, punto e basta. Nel caso della capitana Carola, invece, entrano in campo il diritto alla vita (articolo 2), il diritto d’asilo (articolo 10), o più in generale i diritti riconosciuti ai naufraghi dalle norme internazionali, vincolanti per lo Stato italiano (articolo 117). In tale ipotesi, però, serve un giudice che sollevi la questione dinanzi alla Consulta, quando i fatti su cui deve giudicare dimostrino l’ingiustizia della legge. E non è forse questo il caso di Carola Rackete? Non è ingiusto il decreto sicurezza nel suo caso? La risposta spetta al tribunale costituzionale; ma al tribunale di Agrigento spetta la domanda.