Se obsoleto fosse Putin
Bernard Guetta , di BERNARD GUETTAIl presidente russo è stato frainteso quando ha dichiarato al Financial Times che il liberalismo sarebbe ormai "obsoleto": non intendeva quello economico, il neo-liberismo alla Thatcher, bensì la democrazia, il potere al popolo, le libertà
È stato totalmente frainteso, Vladimir Putin, quando la scorsa settimana ha dichiarato al Financial Times che il liberalismo sarebbe ormai "obsoleto": non intendeva quello economico, il neo-liberismo alla Margaret Thatcher, bensì la democrazia, il potere al popolo, le libertà.
È la stessa democrazia che giudica superata - poiché certo non avrebbe potuto dire, e neppure pensare che il sistema economico vigente nella Russia di cui è al governo da ormai un ventennio sia rifiutato "dalla schiacciante maggioranza della popolazione" degli Stati occidentali e del suo Paese. In Russia il denaro è re. Purché non si ponga in contrasto col presidente, è il denaro a fare il bello e il cattivo tempo, a co-dirigere il Paese con i servizi di sicurezza.
Le infrastrutture e i servizi pubblici - strade, ospedali, scuole, università sono in rovina in mancanza di finanziamenti adeguati, dato che agli occhi del pot…
È la stessa democrazia che giudica superata - poiché certo non avrebbe potuto dire, e neppure pensare che il sistema economico vigente nella Russia di cui è al governo da ormai un ventennio sia rifiutato "dalla schiacciante maggioranza della popolazione" degli Stati occidentali e del suo Paese. In Russia il denaro è re. Purché non si ponga in contrasto col presidente, è il denaro a fare il bello e il cattivo tempo, a co-dirigere il Paese con i servizi di sicurezza.
Le infrastrutture e i servizi pubblici - strade, ospedali, scuole, università sono in rovina in mancanza di finanziamenti adeguati, dato che agli occhi del pot…
È stato totalmente frainteso, Vladimir Putin, quando la scorsa settimana ha dichiarato al Financial Times che il liberalismo sarebbe ormai "obsoleto": non intendeva quello economico, il neo-liberismo alla Margaret Thatcher, bensì la democrazia, il potere al popolo, le libertà.
È la stessa democrazia che giudica superata - poiché certo non avrebbe potuto dire, e neppure pensare che il sistema economico vigente nella Russia di cui è al governo da ormai un ventennio sia rifiutato "dalla schiacciante maggioranza della popolazione" degli Stati occidentali e del suo Paese. In Russia il denaro è re. Purché non si ponga in contrasto col presidente, è il denaro a fare il bello e il cattivo tempo, a co-dirigere il Paese con i servizi di sicurezza.
Le infrastrutture e i servizi pubblici - strade, ospedali, scuole, università sono in rovina in mancanza di finanziamenti adeguati, dato che agli occhi del potere ne ha diritto solo chi può pagare sottobanco, o permettersi i costi del privato. In Russia la giustizia, la dogana, il fisco, la stessa polizia sono drammaticamente inefficaci e corrotti, in conseguenza dell'esiguità dei rispettivi bilanci e dei salari.
Plasmata da Vladimir Putin, la Russia post-comunista ha fatto propri i due dogmi del thatcherismo: "Troppe imposte distruggono le imposte" e "lo Stato non è la soluzione ma il problema". Lo ha fatto in modo talmente caricaturale da restaurare una società censitaria, in cui il settore pubblico si riduce alle funzioni repressive, e i più ricchi sfuggono a un'equa imposizione fiscale.
Assai più che a Margaret Thatcher, Vladimir Putin somiglia a Trump. Ma perché non dice apertamente, chiaramente, francamente, che per lui è la democrazia che va rottamata?
Innanzitutto, oggi nessun dirigente politico, in nessun Paese, potrebbe ammettere di essere contrario al potere del popolo, a vantaggio di un'oligarchia dalla quale emana - questa sì, di fatto, indiscutibilmente obsoleta, poiché non esiste più un diritto divino a giustificare le monarchie assolute; per cui i peggiori dittatori - compresi quelli ben più terribili di Putin - si richiamano al popolo e al suo potere, cioè alla democrazia. Ma una democrazia nazionale, identitaria, scevra dalle impurità "liberali" o "di sinistra ", come si direbbe negli Usa, quali la difesa dei diritti delle minoranze religiose o sessuali e degli stranieri.
Come Viktor Orbán in Ungheria, Vladimir Putin si è specializzato nella denuncia dei migranti e nella difesa di un'identità nazionale, a fondamento del rifiuto dell'altro. E a tutto questo ha aggiunto, al pari di molti altri reazionari, il diniego dei diritti conquistati o rivendicati dagli omosessuali; in tal modo il presidente russo aspira a farsi papa delle nuove destre estreme.
Per quanto cinico, questo calcolo non è assurdo. La Russia di Vladimir Putin vorrebbe imporsi nuovamente sulla scena internazionale puntando su tre paure: quelle dei più deboli e degli immigrati, dell'erosione del patriarcato e del venir meno della tutela sociale da parte dello Stato. Per questo il presidente russo - non diversamente da Viktor Orban e da tutte le nuove destre estreme - gioca sull'ambiguità del termine "liberalismo".
Ma così facendo va incontro a due grossi rischi. Qualora Donald Trump non fosse rieletto e Putin non potesse allearsi durevolmente con un'America divenuta altrettanto reazionaria, la Russia si ritroverebbe a tu per tu con la Cina, per la quale non sarebbe altro che un gradino economico, mentre può aspirare a qualcosa di meglio. D'altra parte, mentre denuncia il "liberalismo", il suo presidente sta alimentando uno scontento sociale che ha già provocato il suo spettacolare crollo nei sondaggi, dopo l'annunciato aumento dell'età pensionabile. Se c'è qualcosa che i russi respingono, non è la libertà, di cui peraltro non godono, bensì l'onnipotenza del denaro con la quale il Cremlino si è ormai identificato.
Allora attenzione, presidente Putin! Nella Repubblica Ceca la popolazione manifesta in massa contro la corruzione. In Romania un referendum sullo stato di diritto ha riportato una vittoria plebiscitaria.
Erdogan è sconfitto a Istanbul e ad Ankara. La Brexit corre verso il naufragio, e alle elezioni europee l'estrema destra ha guadagnato assai meno del previsto, mentre in Spagna e in Scandinavia la sinistra rialza la testa. Il trionfo dell'ultra-destra è assai più relativo di quanto si sarebbe potuto temere, e se punta su quest'unica carta, il presidente russo rischia di rivelarsi più obsoleto della democrazia.
L'autore è giornalista e deputato di Renaissance
Traduzione di Elisabetta Horvat
È la stessa democrazia che giudica superata - poiché certo non avrebbe potuto dire, e neppure pensare che il sistema economico vigente nella Russia di cui è al governo da ormai un ventennio sia rifiutato "dalla schiacciante maggioranza della popolazione" degli Stati occidentali e del suo Paese. In Russia il denaro è re. Purché non si ponga in contrasto col presidente, è il denaro a fare il bello e il cattivo tempo, a co-dirigere il Paese con i servizi di sicurezza.
Le infrastrutture e i servizi pubblici - strade, ospedali, scuole, università sono in rovina in mancanza di finanziamenti adeguati, dato che agli occhi del potere ne ha diritto solo chi può pagare sottobanco, o permettersi i costi del privato. In Russia la giustizia, la dogana, il fisco, la stessa polizia sono drammaticamente inefficaci e corrotti, in conseguenza dell'esiguità dei rispettivi bilanci e dei salari.
Plasmata da Vladimir Putin, la Russia post-comunista ha fatto propri i due dogmi del thatcherismo: "Troppe imposte distruggono le imposte" e "lo Stato non è la soluzione ma il problema". Lo ha fatto in modo talmente caricaturale da restaurare una società censitaria, in cui il settore pubblico si riduce alle funzioni repressive, e i più ricchi sfuggono a un'equa imposizione fiscale.
Assai più che a Margaret Thatcher, Vladimir Putin somiglia a Trump. Ma perché non dice apertamente, chiaramente, francamente, che per lui è la democrazia che va rottamata?
Innanzitutto, oggi nessun dirigente politico, in nessun Paese, potrebbe ammettere di essere contrario al potere del popolo, a vantaggio di un'oligarchia dalla quale emana - questa sì, di fatto, indiscutibilmente obsoleta, poiché non esiste più un diritto divino a giustificare le monarchie assolute; per cui i peggiori dittatori - compresi quelli ben più terribili di Putin - si richiamano al popolo e al suo potere, cioè alla democrazia. Ma una democrazia nazionale, identitaria, scevra dalle impurità "liberali" o "di sinistra ", come si direbbe negli Usa, quali la difesa dei diritti delle minoranze religiose o sessuali e degli stranieri.
Come Viktor Orbán in Ungheria, Vladimir Putin si è specializzato nella denuncia dei migranti e nella difesa di un'identità nazionale, a fondamento del rifiuto dell'altro. E a tutto questo ha aggiunto, al pari di molti altri reazionari, il diniego dei diritti conquistati o rivendicati dagli omosessuali; in tal modo il presidente russo aspira a farsi papa delle nuove destre estreme.
Per quanto cinico, questo calcolo non è assurdo. La Russia di Vladimir Putin vorrebbe imporsi nuovamente sulla scena internazionale puntando su tre paure: quelle dei più deboli e degli immigrati, dell'erosione del patriarcato e del venir meno della tutela sociale da parte dello Stato. Per questo il presidente russo - non diversamente da Viktor Orban e da tutte le nuove destre estreme - gioca sull'ambiguità del termine "liberalismo".
Ma così facendo va incontro a due grossi rischi. Qualora Donald Trump non fosse rieletto e Putin non potesse allearsi durevolmente con un'America divenuta altrettanto reazionaria, la Russia si ritroverebbe a tu per tu con la Cina, per la quale non sarebbe altro che un gradino economico, mentre può aspirare a qualcosa di meglio. D'altra parte, mentre denuncia il "liberalismo", il suo presidente sta alimentando uno scontento sociale che ha già provocato il suo spettacolare crollo nei sondaggi, dopo l'annunciato aumento dell'età pensionabile. Se c'è qualcosa che i russi respingono, non è la libertà, di cui peraltro non godono, bensì l'onnipotenza del denaro con la quale il Cremlino si è ormai identificato.
Allora attenzione, presidente Putin! Nella Repubblica Ceca la popolazione manifesta in massa contro la corruzione. In Romania un referendum sullo stato di diritto ha riportato una vittoria plebiscitaria.
Erdogan è sconfitto a Istanbul e ad Ankara. La Brexit corre verso il naufragio, e alle elezioni europee l'estrema destra ha guadagnato assai meno del previsto, mentre in Spagna e in Scandinavia la sinistra rialza la testa. Il trionfo dell'ultra-destra è assai più relativo di quanto si sarebbe potuto temere, e se punta su quest'unica carta, il presidente russo rischia di rivelarsi più obsoleto della democrazia.
L'autore è giornalista e deputato di Renaissance
Traduzione di Elisabetta Horvat