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Solo Tria parla all'Europa

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Il fare del ministro del Tesoro e il disfare di Salvini e Di Maio hanno un costo enorme per i contribuenti
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Ogni tanto farfuglia, qualche volta si inceppa. Come nella strepitosa imitazione di Crozza, spesso si nasconde dietro i suoi occhiali e la sua cartella di pelle, per non dire quello che pensa davvero. Ma nel mare gialloverde in continua tempesta, e in assenza di una politica economica che possa davvero rilanciare lo sviluppo, il ministro del Tesoro è l’unico che riesce comunque a tenere a galla un Paese altrimenti destinato all’abisso. L’intervista a Repubblica di ieri lo conferma: grazie all’assestamento di bilancio, almeno per quest’anno l’Italia salva la pelle, «rassicurando mercati, famiglie e imprese». Si può discutere se quella approvata la scorsa settimana sia a tutti gli effetti una “manovra aggiuntiva” (come pretendeva Moscovici) o solo una risistemazione contabile (come la considera il Tesoro). Il risultato non cambia. E nel marasma generale, è un buon risultato per il Paese.

Ma questo buon ris…
Ogni tanto farfuglia, qualche volta si inceppa. Come nella strepitosa imitazione di Crozza, spesso si nasconde dietro i suoi occhiali e la sua cartella di pelle, per non dire quello che pensa davvero. Ma nel mare gialloverde in continua tempesta, e in assenza di una politica economica che possa davvero rilanciare lo sviluppo, il ministro del Tesoro è l’unico che riesce comunque a tenere a galla un Paese altrimenti destinato all’abisso. L’intervista a Repubblica di ieri lo conferma: grazie all’assestamento di bilancio, almeno per quest’anno l’Italia salva la pelle, «rassicurando mercati, famiglie e imprese». Si può discutere se quella approvata la scorsa settimana sia a tutti gli effetti una “manovra aggiuntiva” (come pretendeva Moscovici) o solo una risistemazione contabile (come la considera il Tesoro). Il risultato non cambia. E nel marasma generale, è un buon risultato per il Paese.

Ma questo buon risultato è anche la rappresentazione plastica di una divaricazione politica. Tria guida una sorta di governo ombra, che limitandosi a usare un po’ di sano buon senso riesce a neutralizzare le mattane populiste del governo ufficiale. Era già successo a dicembre dell’anno scorso con la legge di bilancio: i gemelli del deficit Salvini e Di Maio, con lo scolapasta in testa e le spade di legno, issarono posticci cavalli di Frisia sulla linea del Piave di un deficit al 2,4 per cento del Pil, salvo poi dover ripiegare su un più severo 2,04 per cento. Risuccede oggi con la procedura d’infrazione: i due Don Chisciotte promettono sfracelli all’Europa morente dei tecnocrati, finalmente giustiziata dal tribunale dei popoli sovranisti, salvo poi dover subire il pugno dell’asse franco-tedesco nel risiko delle nomine Ue e lo schiaffo di una manovra-bis da 8,2 miliardi nella trattativa con la Commissione.

Bentornati nel mondo reale, viene da ripetere ai due vicepremier, malati da un inguaribile velleitarismo. A Roma Salvini e Di Maio provano sistematicamente a sfasciare la tela che Tria tesse faticosamente a Bruxelles. Lo aiuta Mattarella, che stavolta ha messo una pesantissima “fideiussione istituzionale” e personale sul bilancio dello Stato, dicendo a Vienna «non vedo ragioni per aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia». Lo aiuta Draghi, che con l’annuncio di un prolungamento dei tassi a zero e del “Qe” ha fatto crollare gli spread sul Bund tedesco, passati dai 320 punti del novembre 2018 ai 207 di venerdì scorso. Lo aiuta anche il Conte Zio, che manzonianamante prova a “troncare e sopire” le intemperanze tra Lega e M5S. Ma alla fine il metodo Tria passa, e per adesso è una fortuna.

Ma in questa fortuna ci sono due problemi. Primo problema: il fare di Tria e il disfare di Salvi-Maio ha un costo enorme per i contribuenti. Da un anno l’impennata dei rendimenti sui Btp ha già pesato per 5-6 miliardi di maggiori interessi sul debito. Ora stanno calando, grazie all’ombrello Bce e allo scampato pericolo della procedura d’infrazione, ma il buco è ormai scavato. Lo ricorda lo stesso Tria, quando dice che «il nostro spread dovrebbe essere allo stesso livello della Francia o per lo meno della Spagna» e poi aggiunge un velenoso «non si vede perché no, se non per le incertezze che si sono create». Ce l’ha con le chiacchiere al vento dei due vicepremier, che in questi ultimi mesi quelle “incertezze” le hanno create, animando il circo mediatico con acrobazie irresponsabili, dall’abbattimento di Maastricht ai minibot. Salvini e Di Maio andrebbero denunciati per danno erariale alla Corte dei conti.

Secondo problema: la contesa tra la dissennata propaganda elettorale legastellata e il pragmatico senno di Tria si ripeterà anche in autunno, quando servirà una manovra da 40/50 miliardi? È importante saperlo, visto che il ministro del Tesoro, mai come nell’intervista a Repubblica, pone condizioni durissime. La manovra 2020 «non sarà facile», l’Italia si è impegnata con la Commissione a «rispettare il Patto di stabilità». L’obiettivo è «riportare il debito su un sentiero di riduzione», anche e soprattutto con la crescita. E quanto al calo delle tasse, Tria punta tutto sulla «riduzione Irpef, soprattutto per le classi medie», mentre liquida la “tassa piatta” con un vago «la stiamo studiando». L’avviso ai naviganti gialloverdi è chiarissimo (e giustissimo): scordatevi manovre in deficit, e scordatevi pure la flat tax da 15 miliardi, a meno che non facciate “scelte politiche” conseguenti, tagliando la spesa pubblica per altrettanti miliardi.

Restano solo una domanda e una preghiera. La domanda è soprattutto a Salvini: Capitan Mitraglia ha capito bene il messaggio di Tria? E ne terrà conto anche stavolta, dopo essersi sfogato con le solite, esose e penose smargiassate, a beneficio di smartphone e di telecamere? La preghiera è a Zingaretti: la smetta di ripetere come un disco rotto che “il governo è allo sbando”, perché se il modus operandi è quello che abbiamo visto sulle due manovre questi irresponsabili “bombaroli” (debitamente disinnescati dal circuito delle istituzioni) possono durare più del previsto. E la smetta di evocare a sproposito l’Armageddon imminente, anche a dispetto delle evidenze congiunturali. Perché prima o poi, magari, la Tempesta Perfetta arriva davvero, e come al solito il Pd non ha niente da mettersi. Solo il loden di Monti.