Rapporti con Mosca, il fedelissimo Savoini rinnegato da Salvini. Ma il ministro non poteva non sapere
Massimo Giannini
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di MASSIMO GIANNINI
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Salvini scarica l’uomo del Metropol ma lui compare in tutti i suoi incontri con i russi. E nella ricostruzione ci sono ancora troppi buchi neri
Aggiornato alle 5 minuti di lettura
Per un consumato campione di wrestling politico come Matteo Salvini è troppo facile liquidare il Russiagate leghista con quattro battutacce da bar di provincia. "Ebbene sì - risponde ai cronisti in conferenza stampa, ammiccando - ora produrrò i documenti di tutti i passeggeri che hanno viaggiato con me...
Persone sospette, dal passato oscuro...". Ma ormai è troppo tardi per trasformare in burletta il "Patto del Metropol", e per derubricare a "gossip" la trattativa italo-russa sulla presunta mazzetta da 65 milioni erogata dal partito di Putin per finanziare la campagna elettorale del partito di Salvini. C'è un'inchiesta della procura di Milano, che adesso indaga per corruzione internazionale (penalmente perseguibile, anche quando è solo "tentata").
E ci sono ancora troppi buchi neri su quei due giorni a Mosca, il 17 e il 18 ottobre di un anno fa, quando il vicepremier va in visita ufficiale alla…
Per un consumato campione di wrestling politico come Matteo Salvini è troppo facile liquidare il Russiagate leghista con quattro battutacce da bar di provincia. "Ebbene sì - risponde ai cronisti in conferenza stampa, ammiccando - ora produrrò i documenti di tutti i passeggeri che hanno viaggiato con me...
Persone sospette, dal passato oscuro...". Ma ormai è troppo tardi per trasformare in burletta il "Patto del Metropol", e per derubricare a "gossip" la trattativa italo-russa sulla presunta mazzetta da 65 milioni erogata dal partito di Putin per finanziare la campagna elettorale del partito di Salvini. C'è un'inchiesta della procura di Milano, che adesso indaga per corruzione internazionale (penalmente perseguibile, anche quando è solo "tentata").
E ci sono ancora troppi buchi neri su quei due giorni a Mosca, il 17 e il 18 ottobre di un anno fa, quando il vicepremier va in visita ufficiale alla confindustria russa, mentre il suo ex portavoce Gianluca Savoini va in visita segreta con altri due misteriosi italiani nel famoso hotel già quartier generale dei bolscevichi, per incontrare tre imprecisati apparatciki della nomenklatura putinista. Da uomo delle istituzioni, quale dice di essere, il ministro dell'Interno ha un dovere inderogabile: deve chiarire al Parlamento, e deve rendere conto al Paese.
Mosca, quando la giornalista russa intervistando Salvini disse: "Grazie Savoini per l'aiuto"
Finora non lo ha fatto, e continua a non farlo. Il campionario delle sue repliche è sempre lo stesso, sospeso a metà tra la denigrazione e l'indignazione. "Questa inchiesta è ridicola". "Si sta montando una caccia al tesoro che non c'è". "Ma sì, cercate quello che vi pare, i rubli, il metano, i missili e le armi nucleari, buona fortuna". "Per settimane avete menato il torrone con gli hacker russi, e adesso si scopre che non ci sono...". Parole al vento, che sollevano polveroni, confondono le idee e non fanno alcuna luce sulle tante "ombre russe" che invece restano, ancora più oscure di prima.
Savoini: un "incaricato" o un "imbucato"?
La prima "ombra russa", di cui Salvini non riesce a liberarsi, è quella di Gianluca Savoini. Chi è questo signore, per il Carroccio e per il suo leader? Savoini è, palesemente, uno dei "demoni di Salvini", come lo raccontano i suoi stessi amici e colleghi nel libro-inchiesta di Claudio Gatti appena pubblicato da "ChiareLettere". Iscritto alla Lega dal '91, assunto da La Padania nel '97, attivista di circoli neonazisti come Ideogramma e Orion, idolatra di Hitler e di Goebbels, plenipotenziario di Bossi, poi portavoce dello stesso Salvini, infine presidente dell'associazione Lombardia Russia. È lui che, nella registrazione pubblicata da Buzzfeed sull'incontro riservato del 18 ottobre al Metropol, spiega ai presenti "stiamo veramente cambiando la situazione in Europa, ed è impossibile fermarci, la storia si è messa in moto... è veramente un new deal e noi siamo al centro di questo processo, ma abbiamo un sacco di nemici, siamo in pericolo perché il nostro governo è attaccato da Bruxelles...".
È sempre lui che, insieme ai misteriosi "Luca" e "Francesco", negozia le modalità della fornitura di petrolio da 3 milioni di tonnellate da parte dei russi e del pagamento della tangente del 4 per cento sui conti della Lega. Ed è ancora lui che è presente a tutti gli incontri di Stato in cui Salvini siede allo stesso tavolo con la "cupola" putinista: a Mosca il 16 luglio 2018 ospite dei ministri russi Averyanov, Venediktov e Kolokoltsev (con tanto di foto ufficiale postata dallo stesso Salvini, che ritrae Savoini seduto in primo piano, con microfono e segnaposto), sempre a Mosca il 17 ottobre ospite degli industriali moscoviti, e poi a Roma il 4 luglio scorso, ospite alla cena di gala offerta dal premier Conte a Putin, a Villa Madama.
Savoini sa bene perché non ha mai mancato a uno di questi appuntamenti. "Ho sempre fatto parte delle delegazioni in Russia di Matteo Salvini", ha dichiarato a Repubblica. Evidentemente aveva ed ha un ruolo preciso, riconosciuto e riconoscibile. Ma oggi, di fronte all'evidenza, Salvini lo nega. Nell'unica risposta in cui nella conferenza stampa di ieri si azzarda a sfiorare il cuore nero della vicenda, il vicepremier afferma: "Che ne so che ci faceva Savoini seduto a quel tavolo, chiedetelo a lui! Non era invitato dal ministero dell'Interno...".
Con qualche sforzo di immaginazione, proviamo pure a prendere per buona la spiegazione del Capitano Lacunoso. Ma con tutta la buona volontà resta difficile immaginare che un privato cittadino si possa intrufolare abusivamente a un ricevimento ufficiale di governo, nel quale è presente uno degli uomini più potenti della terra, dotato di uno degli apparati di sicurezza più imponenti del pianeta. Infatti non è difficile: è impossibile. Per legge, il protocollo di questi eventi istituzionali prevede che la lista degli invitati sia rigorosamente blindata e preventivamente firmata dai ministri che la organizzano. Dunque, tra Savoini che sostiene di aver sempre fatto parte delle delegazioni, e Salvini che afferma di non averlo mai invitato, chi dice la verità e chi una menzogna? Il presidente dell'Associazione Lombardia Russia è un "incaricato" della Lega o solo un "imbucato" da se stesso?
Sul web le prove delle amnesie di Salvini
La strategia difensiva di Salvini, a questo punto, sembra sufficientemente chiara. Di fronte alle inchieste della magistratura e agli attacchi dell'opposizione, per il boss del Carroccio c'è un imperativo categorico: scaricare Savoini. Farlo apparire come un millantatore, o peggio un mitomane. Comunque un "corpo estraneo" alla Lega. Ma anche questo tentativo di "mascariare" un membro del clan, ormai chiaramente bruciato dagli avvenimenti, è di fatto impossibile. Di questo indecifrabile faccendiere padano, innamorato del nazionalsocialismo e (per sua stessa ammissione) della triade "Identità, Sovranità, Tradizione", restano tracce visibili ovunque passi o sia passato il suo Capo.
Di queste tracce è piena la rete. Per una strana legge del contrappasso, che vede proprio la "Bestia" internettiana di Luca Morisi trasformarsi da punto di forza della propaganda salviniana in fonte di prova delle sue bugie. C'è un primo "reperto" prezioso, reperibile sul web: una conferenza stampa di Salvini all'agenzia Tass, a Mosca, il 16 luglio 2018. La giornalista russa che la conduce, in perfetto italiano, conclude l'incontro, ringrazia il ministro italiano seduto al suo fianco e poi aggiunge, indicando un punto verso la platea, "vorrei ringraziare anche Gianluca Savoini, che ha aiutato molto per questo incontro...". Salvini a sua volta guarda la platea, nello stesso punto, e sorride visibilmente compiaciuto. Da Via Bellerio nessuno lo aveva "incaricato", neanche in quella circostanza?
E c'è un secondo "reperto", altrettanto eloquente, negli anfratti della rete. È una "foto di scena" che ci riporta alla missione confindustriale a Mosca, il 17 ottobre 2018, quando il vicepremier strappa gli applausi della folla entusiasta gridando "non vengo qui perché i russi mi pagano, ma gratis perché sono convinto che le sanzioni siano una follia economica, sociale e culturale", e poi aggiungendo "io qui in Russia mi sento a casa mia, in alcuni paesi europei no".
Ebbene, mentre il Capitano Rancoroso declama il suo manifesto filo-russo, un clic anonimo immortala un Savoini gongolante, addirittura sul palco, accanto all'intero staff salviniano schierato in pompa magna. Era imbucato anche lì? Per non parlare degli anni in cui Salvini era ancora un eurodeputato, e il suo ex portavoce gli è fianco in tutti i meeting che contano, da Marine Le Pen a Irina Osipova, fino ad arrivare a una missione diplomatica in Marocco.
La Lega, i conti in rosso e i fondi neri
Il "demone" resiste, nonostante le sconfessioni di chi non lo vuole più riconoscere. Afferra Salvini e non lo molla. Al contrario, lo trascina nel suo gorgo di ambiguità, di falsità, di omertà. E rilancia tutte le domande di questo Russia-gate che restano senza risposta. Salvini era al corrente della "trattativa" Lega-Russia gestita da Savoini? E se non sapeva, perché non ha denunciato e non denuncia immediatamente il suo demone, invece di minacciare querele generiche contro chicchessia?
Non c'è alcuna "smoking gun" intorno alla tangente sulla fornitura petrolifera da 65 milioni. Ma esistono tanti indizi, ai quali corrispondono altrettanti sospetti. In attesa di capire che fine hanno fatto i 49 milioni di rimborsi scomparsi, la Lega ha i conti in rosso per 18,5 milioni, con debiti per 20,4 milioni.
Ma questo non è un buon argomento difensivo, visto che gli eventuali fondi neri di Mosca, proprio in quanto "neri", non finirebbero mai nel bilancio ufficiale del partito. Poi, come documenta su Repubblica di ieri Carmelo Lopapa, succede che in ben due occasioni, prima nel disegni di legge spazzacorrotti poi nel decreto crescita, i leghisti alla Camera provino a far passare due emendamenti che legalizzano contributi di Stati esteri ai partiti italiani. Sarà stata una coincidenza, ma alla luce degli intensi traffici con Mosca di qyel periodo queste sembrano a tutti gli effetti norme "ad partitum".
E ancora: in politica estera il Carroccio ha adottato per mesi una linea pro-Putin imbarazzante: sul gas, sulle sanzioni, sulla Crimea, sull'Iran, sul Venezuela.
Sembra un'"opzione strategica", ma di fronte alla registrazione di Buzzfeed sorge il dubbio che si tratti piuttosto di un un'"obbligazione politica".
Questo è il vero punto-chiave della storia. Il primo partito sovranista italiano è per qualche motivo ricattabile? L'azionista di maggioranza della coalizione gialloverde sta mettendo a repentaglio la sicurezza nazionale? E la spregiudicatezza del leader della Lega, sospeso tra Putin e Trump e isolato in Europa, dove sta portando la politica estera italiana?
Per questo il "Patto del Metropol" non chiama in causa non solo Salvini, ma l'intero governo del Paese. Qualcuno lo spieghi a Conte e Di Maio.