L’onda rossa sugli scogli
Yascha Mounk , di di YASCHA MOUNK
Pochi anni fa, l'estrema sinistra stava rifiorendo. Politici marginali come Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, Alexis Tsipras in Grecia e Jean-Luc Mélenchon in Francia si stavano trasformando negli alfieri della sinistra mainstream. Nel frattempo, negli Stati Uniti, Bernie Sanders stava mettendo in scena una sfida sorprendentemente vigorosa nei confronti di Hillary Clinton, erede designata del Partito democratico. I commentatori, gli attivisti e i politici progressisti sostenevano che l'estrema sinistra stesse per conquistare l'Europa, e che per i democratici il modo migliore di fare progressi fosse cavalcare l'onda rossa fino alla vittoria. Le dichiarazioni sulla risurrezione del socialismo, però, erano molto esagerate.
Le recenti sconfitte elettorali in Europa lasciano intuire che la cresta della tanto decantata onda rossa si sia piegata prima di frangersi a riva. Per decenni, la sinistra europea è stata dominata dai socialdemocratici moderati. Ben…
Le recenti sconfitte elettorali in Europa lasciano intuire che la cresta della tanto decantata onda rossa si sia piegata prima di frangersi a riva. Per decenni, la sinistra europea è stata dominata dai socialdemocratici moderati. Ben…
Pochi anni fa, l'estrema sinistra stava rifiorendo. Politici marginali come Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, Alexis Tsipras in Grecia e Jean-Luc Mélenchon in Francia si stavano trasformando negli alfieri della sinistra mainstream. Nel frattempo, negli Stati Uniti, Bernie Sanders stava mettendo in scena una sfida sorprendentemente vigorosa nei confronti di Hillary Clinton, erede designata del Partito democratico. I commentatori, gli attivisti e i politici progressisti sostenevano che l'estrema sinistra stesse per conquistare l'Europa, e che per i democratici il modo migliore di fare progressi fosse cavalcare l'onda rossa fino alla vittoria. Le dichiarazioni sulla risurrezione del socialismo, però, erano molto esagerate.
Le recenti sconfitte elettorali in Europa lasciano intuire che la cresta della tanto decantata onda rossa si sia piegata prima di frangersi a riva. Per decenni, la sinistra europea è stata dominata dai socialdemocratici moderati. Benché l'estrema sinistra avesse una presenza ridotta nella maggior parte dei Parlamenti europei e molti partiti dell'establishment avessero al loro interno correnti radicali, in definitiva a prendere le decisioni erano i moderati.
Poi è arrivata la Grande Recessione. Con la vecchia guardia spodestata o screditata, con elettori smaniosi di un nuovo inizio, quelle relazioni tradizionali di potere si sono capovolte. Il primo segno della nuova èra è arrivato nel gennaio 2015, quando Syriza - un partito nato da una mescolanza di gruppi e brandelli della sinistra - ha vinto le elezioni nazionali all'apice della devastante crisi monetaria greca. Il giovane capo del partito, Alexis Tsipras, è diventato così il primo politico di estrema sinistra da decenni a guidare un governo in Europa occidentale.
Quell'estate, Corbyn ha assunto la guida del partito laburista britannico promettendo una rottura rispetto alle politiche "neoliberali" dei suoi predecessori. Alla fine dell'anno, in Spagna Pablo Iglesias, giovane studioso marxista, è riuscito a trasformare un movimento di protesta che muoveva i primi passi in uno dei partiti più importanti del Paese. Infine, nella primavera del 2017, quando l'elezione di Emmanuel Macron ha spazzato via i partiti tradizionali francesi, Mélenchon, un irriducibile estremista con stretti contatti con una molteplicità di fazioni comuniste, è diventato de facto il leader della sinistra francese. Sembrò che questi scombussolamenti potessero dimostrare che l'estrema sinistra aveva un potenziale elettorale superiore a quanto si pensava in precedenza. Invece, nell'entusiasmo del momento, parecchi osservatori non hanno compreso che quelle vittorie consistevano perlopiù in una riorganizzazione del potere all'interno della sinistra, più che in un trionfo sulla destra.
Sul successo di questi nuovi leader ha iniziato a incombere un grande interrogativo: una volta che l'opinione pubblica li avesse conosciuti meglio, sarebbero stati in grado di mantenere la fedeltà dei loro fautori più accalorati e di espandere le fila dei loro sostenitori? Il primo indizio grave di un problema è arrivato alla fine di maggio, quando le elezioni per il Parlamento europeo hanno fornito una sorta di istantanea della situazione dell'estrema sinistra nel continente. In Spagna, Podemos - che ha perso il 10 per cento dei voti - è stata eclissata dal Psoe, il suo antagonista di centrosinistra. In Francia, il consenso per Mélenchon è precipitato. Altri partiti di estrema sinistra, in Paesi dalla Germania all'Italia, hanno incassato risultati deludenti assai simili.
Le elezioni in Grecia di domenica scorsa forniscono l'indicazione più forte giunta finora che la sinistra adesso è in crisi profonda: a meno di quattro anni da quando ha assunto il suo mandato, Tsipras è stato spazzato via da Nuova Democrazia, il partito di centrodestra che ha governato il Paese per buona parte degli ultimi quarant'anni.Con il beneficio della retrospettiva, potrebbe esserci una spiegazione semplice per la rapida ascesa e l'altrettanto rapida rovina dell'estrema sinistra: il suo fascino è sempre stato più negativo che positivo. Una volta arrivato al governo, la sua incapacità a tener fede alle promesse gli ha alienato il favore dei greci di tutti i partiti.
Il partito laburista di Corbyn non ha mai avuto un'occasione concreta per dar prova della sua competenza o incompetenza al governo. Ma è troppo indebolito dall'incoerenza. Corbyn resta contrario alle istituzioni internazionali come l'Ue, nel momento stesso in cui molti laburisti del partito si oppongono con vigore alla Brexit. Di conseguenza, Corbyn non è riuscito a prendere una posizione chiara sulle questioni politiche più scottanti del momento, e ha cercato di mantenersi fedele ai suoi istinti euroscettici senza alienarsi la sua base sempre più eurofila. Con il risultato di alienarsi entrambi. Forse, nel 2016 Sanders ha avuto risultati eccellenti non tanto perché alle primarie democratiche gli elettori andassero matti per un socialista dichiarato, quanto perché era l'unica alternativa reale a Clinton.
Nella scia di una grossa crisi economica, l'estrema sinistra ha avuto la rara occasione di poter passare dalle frange laterali al mainstream canalizzando l'impegno anti-establishment degli elettori comuni. Gli anni appena trascorsi hanno dimostrato che saper mantenere lo slancio iniziale dei sostenitori è di gran lunga più difficile di quanto riconoscano le tifoserie più combattive del movimento. Se gli esponenti della sinistra americana hanno intenzione di ottenere risultati migliori dei loro compagni europei, faranno bene a prenderne atto al più presto.
Yascha Mounk, esperto di crisi della democrazia liberale e ascesa del populismo, insegna Scienze politiche ad Harvard
(Traduzione di Anna Bissanti)
Le recenti sconfitte elettorali in Europa lasciano intuire che la cresta della tanto decantata onda rossa si sia piegata prima di frangersi a riva. Per decenni, la sinistra europea è stata dominata dai socialdemocratici moderati. Benché l'estrema sinistra avesse una presenza ridotta nella maggior parte dei Parlamenti europei e molti partiti dell'establishment avessero al loro interno correnti radicali, in definitiva a prendere le decisioni erano i moderati.
Poi è arrivata la Grande Recessione. Con la vecchia guardia spodestata o screditata, con elettori smaniosi di un nuovo inizio, quelle relazioni tradizionali di potere si sono capovolte. Il primo segno della nuova èra è arrivato nel gennaio 2015, quando Syriza - un partito nato da una mescolanza di gruppi e brandelli della sinistra - ha vinto le elezioni nazionali all'apice della devastante crisi monetaria greca. Il giovane capo del partito, Alexis Tsipras, è diventato così il primo politico di estrema sinistra da decenni a guidare un governo in Europa occidentale.
Quell'estate, Corbyn ha assunto la guida del partito laburista britannico promettendo una rottura rispetto alle politiche "neoliberali" dei suoi predecessori. Alla fine dell'anno, in Spagna Pablo Iglesias, giovane studioso marxista, è riuscito a trasformare un movimento di protesta che muoveva i primi passi in uno dei partiti più importanti del Paese. Infine, nella primavera del 2017, quando l'elezione di Emmanuel Macron ha spazzato via i partiti tradizionali francesi, Mélenchon, un irriducibile estremista con stretti contatti con una molteplicità di fazioni comuniste, è diventato de facto il leader della sinistra francese. Sembrò che questi scombussolamenti potessero dimostrare che l'estrema sinistra aveva un potenziale elettorale superiore a quanto si pensava in precedenza. Invece, nell'entusiasmo del momento, parecchi osservatori non hanno compreso che quelle vittorie consistevano perlopiù in una riorganizzazione del potere all'interno della sinistra, più che in un trionfo sulla destra.
Sul successo di questi nuovi leader ha iniziato a incombere un grande interrogativo: una volta che l'opinione pubblica li avesse conosciuti meglio, sarebbero stati in grado di mantenere la fedeltà dei loro fautori più accalorati e di espandere le fila dei loro sostenitori? Il primo indizio grave di un problema è arrivato alla fine di maggio, quando le elezioni per il Parlamento europeo hanno fornito una sorta di istantanea della situazione dell'estrema sinistra nel continente. In Spagna, Podemos - che ha perso il 10 per cento dei voti - è stata eclissata dal Psoe, il suo antagonista di centrosinistra. In Francia, il consenso per Mélenchon è precipitato. Altri partiti di estrema sinistra, in Paesi dalla Germania all'Italia, hanno incassato risultati deludenti assai simili.
Le elezioni in Grecia di domenica scorsa forniscono l'indicazione più forte giunta finora che la sinistra adesso è in crisi profonda: a meno di quattro anni da quando ha assunto il suo mandato, Tsipras è stato spazzato via da Nuova Democrazia, il partito di centrodestra che ha governato il Paese per buona parte degli ultimi quarant'anni.Con il beneficio della retrospettiva, potrebbe esserci una spiegazione semplice per la rapida ascesa e l'altrettanto rapida rovina dell'estrema sinistra: il suo fascino è sempre stato più negativo che positivo. Una volta arrivato al governo, la sua incapacità a tener fede alle promesse gli ha alienato il favore dei greci di tutti i partiti.
Il partito laburista di Corbyn non ha mai avuto un'occasione concreta per dar prova della sua competenza o incompetenza al governo. Ma è troppo indebolito dall'incoerenza. Corbyn resta contrario alle istituzioni internazionali come l'Ue, nel momento stesso in cui molti laburisti del partito si oppongono con vigore alla Brexit. Di conseguenza, Corbyn non è riuscito a prendere una posizione chiara sulle questioni politiche più scottanti del momento, e ha cercato di mantenersi fedele ai suoi istinti euroscettici senza alienarsi la sua base sempre più eurofila. Con il risultato di alienarsi entrambi. Forse, nel 2016 Sanders ha avuto risultati eccellenti non tanto perché alle primarie democratiche gli elettori andassero matti per un socialista dichiarato, quanto perché era l'unica alternativa reale a Clinton.
Nella scia di una grossa crisi economica, l'estrema sinistra ha avuto la rara occasione di poter passare dalle frange laterali al mainstream canalizzando l'impegno anti-establishment degli elettori comuni. Gli anni appena trascorsi hanno dimostrato che saper mantenere lo slancio iniziale dei sostenitori è di gran lunga più difficile di quanto riconoscano le tifoserie più combattive del movimento. Se gli esponenti della sinistra americana hanno intenzione di ottenere risultati migliori dei loro compagni europei, faranno bene a prenderne atto al più presto.
Yascha Mounk, esperto di crisi della democrazia liberale e ascesa del populismo, insegna Scienze politiche ad Harvard
(Traduzione di Anna Bissanti)