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Il doppio forno di Ursula

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La sinistra europea, e più in generale lo schieramento europeista che ha vinto le elezioni, stanno cuocendo a fuoco lento nei due forni che Angela Merkel e la sua pupilla Ursula von der Leyen hanno allestito per gestire la partita delle nomine nella Ue. Il tempo incalza e non si vede come riusciranno a uscire dalla trappola in tempo per il voto di martedì, con cui il Parlamento di Strasburgo dovrà dare la fiducia alla presidente designata della Commissione europea. Come spiegava Andreotti, riferendosi alla posizione centrale della Dc negli anni Sessanta, i democristiani si trovavano in una posizione privilegiata perché potevano scegliere se cuocere il loro pane nel forno dei socialisti, a sinistra, o in quello dei liberali, a destra, e tenevano così in scacco entrambi i potenziali alleati. Angela Merkel, che è di gran lunga la più andreottiana di tutti i leader europei, sta applicando lo stesso teorema alla battaglia sulla nomina della …
La sinistra europea, e più in generale lo schieramento europeista che ha vinto le elezioni, stanno cuocendo a fuoco lento nei due forni che Angela Merkel e la sua pupilla Ursula von der Leyen hanno allestito per gestire la partita delle nomine nella Ue. Il tempo incalza e non si vede come riusciranno a uscire dalla trappola in tempo per il voto di martedì, con cui il Parlamento di Strasburgo dovrà dare la fiducia alla presidente designata della Commissione europea. Come spiegava Andreotti, riferendosi alla posizione centrale della Dc negli anni Sessanta, i democristiani si trovavano in una posizione privilegiata perché potevano scegliere se cuocere il loro pane nel forno dei socialisti, a sinistra, o in quello dei liberali, a destra, e tenevano così in scacco entrambi i potenziali alleati. Angela Merkel, che è di gran lunga la più andreottiana di tutti i leader europei, sta applicando lo stesso teorema alla battaglia sulla nomina della von der Leyen come presidente della Commissione.

In teoria la ministra tedesca della Difesa, indicata dai capi di governo per la poltrona più importante di Bruxelles, dovrebbe ottenere in Parlamento la conferma da parte di una maggioranza politica composta dai partiti europeisti: i popolari, di cui è un’esponente, i socialisti, i liberali e possibilmente i verdi. In pratica, gli incontri che ha avuto con i gruppi parlamentari di questa ipotetica maggioranza sono andati molto male. Già la sua nomina da parte dei capi di governo, in spregio dei candidati che erano stati indicati dai partiti politici, aveva suscitato molto malumore. Nel corso dei colloqui, poi, a detta di molti deputati, la von der Leyen non ha voluto fare la minima concessione alle richieste delle forze politiche che domandavano di ottenere più poteri per il Parlamento nell’equilibrio tra le istituzioni europee.

Il risultato è che, a oggi, una buona metà dei deputati socialisti, a cominciare da quelli tedeschi della Spd, sono orientati a votare contro la candidata designata. I verdi hanno già escluso ufficialmente il loro appoggio e anche una parte dei liberali appare molto riluttante a concederle la fiducia. La von der Leyen rischierebbe così di non avere la maggioranza assoluta dei voti dello schieramento europeista, necessaria per la sua elezione. Ma lei non sembra farsene un cruccio. Ha già contattato il M5S, che probabilmente le darà il proprio sostegno. Lo stesso avrebbe fatto con i conservatori polacchi, mentre sono in corso contatti con la Lega che potrebbe accodarsi al suo carro. Poiché il voto è segreto, nessuno potrà comunque evitare che qualche deputato della Le Pen o degli anti-Ue britannici, o di altri schieramenti della destra populista, le faccia arrivare di nascosto il sostegno di cui potrebbe aver bisogno per compensare le defezioni sul fronte europeista.

Del resto, la candidata tedesca può farsi forte del fatto che la sua scelta è stata condivisa dalla grande maggioranza dei capi di governo, compresi quelli populisti come l’italiano, l’ungherese e il polacco, che si erano invece opposti alla nomina del socialista Timmermans alla guida della Commissione. Insomma, lei non si considera l’emanazione di quella maggioranza europeista che è uscita vincitrice dalle elezioni, ma l’espressione di un consenso intergovernativo, politicamente non definito, che si è manifestato a danno dei candidati espressi dal Parlamento. Una posizione devastante, per il futuro politico della Ue. Ma non priva di una sua inoppugnabile coerenza.

Di fronte a questa situazione, per lo schieramento europeista, e in particolare per il gruppo socialista, il rischio è quello di trovarsi di fronte a due alternative entrambe perdenti. Può accettare di votare una presidente della Commissione che comunque non si identifica con la maggioranza politica pro europea del Parlamento, e che non rifiuterà i voti della destra anti-Ue come aveva fatto Juncker quattro anni fa. Oppure può spaccarsi, cercando di impedire la nomina della von der Leyen, ma consegnando così la poltrona più importante della Ue nelle mani degli anti-europei che assicureranno comunque l’elezione della candidata di Merkel. Per Salvini e per il gruppo di Visegrad sarebbe un successo politico clamoroso e non esiterebbero a passare rapidamente all’incasso, come già medita di fare la Lega reclamando una poltrona di peso per il proprio commissario.

Comunque vada a finire questa vicenda, che si concluderà con il voto di martedì, la futura coabitazione tra la Commissione von der Leyen e una maggioranza parlamentare che vede la sua nomina come una sconfitta sarà a dir poco burrascosa. Anche questa è una prospettiva che certo non farà bene all’Europa, ma che proprio per questo farà molto piacere ai suoi molti nemici interni ed esterni.