Il pasticcio di Strasburgo
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNILa maggioranza trasversale che ha eletto von der Leyen: sono stati essenziali i suffragi dei conservatori polacchi, dei sovranisti di Orbán e dei Cinquestelle italiani chiamati a compensare le numerose defezioni del campo socialista e anche qualche franco tiratore in casa liberale
Eletta con una maggioranza risicatissima alla presidenza della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen potrà contare per la sua azione futura su un sostegno politico più forte di quello registrato ieri in Parlamento. Ma solo se riuscirà a ricucire i molti strappi che hanno portato alla sua nomina. La politica dei due forni, praticata dalla candidata cristiano-democratica che ha cercato voti a destra e a sinistra, alla fine ha pagato. Per la sua elezione, sono stati essenziali i suffragi dei conservatori polacchi, dei sovranisti di Orbán e dei Cinquestelle italiani chiamati a compensare le numerose defezioni del campo socialista e anche qualche franco tiratore in casa liberale.
Ma nel suo discorso di presentazione, e anche in quello di investitura, la cristiano democratica tedesca, pupilla di Angela Merkel, ha detto chiaramente di avere come riferimento politico la maggioranza europeista del Parlamento, composta dai popolari, dai socialis…
Ma nel suo discorso di presentazione, e anche in quello di investitura, la cristiano democratica tedesca, pupilla di Angela Merkel, ha detto chiaramente di avere come riferimento politico la maggioranza europeista del Parlamento, composta dai popolari, dai socialis…
Eletta con una maggioranza risicatissima alla presidenza della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen potrà contare per la sua azione futura su un sostegno politico più forte di quello registrato ieri in Parlamento. Ma solo se riuscirà a ricucire i molti strappi che hanno portato alla sua nomina. La politica dei due forni, praticata dalla candidata cristiano-democratica che ha cercato voti a destra e a sinistra, alla fine ha pagato. Per la sua elezione, sono stati essenziali i suffragi dei conservatori polacchi, dei sovranisti di Orbán e dei Cinquestelle italiani chiamati a compensare le numerose defezioni del campo socialista e anche qualche franco tiratore in casa liberale.
Ma nel suo discorso di presentazione, e anche in quello di investitura, la cristiano democratica tedesca, pupilla di Angela Merkel, ha detto chiaramente di avere come riferimento politico la maggioranza europeista del Parlamento, composta dai popolari, dai socialisti e dai liberali. Una maggioranza che von der Leyen conta di poter allargare ai Verdi, che ieri ha corteggiato con un discorso fortemente ispirato ai temi ambientalisti.
La sola linea di demarcazione politica che la nuova presidente della Commissione ha voluto tracciare è stata con l'estrema destra di Salvini e di Le Pen, dicendosi "sollevata" di non avere i loro voti. L'elezione di ieri conferma così anche la frattura del fronte sovranista: il gruppo di Visegrad ha votato maggioritariamente per la candidata europeista, come ha fatto anche il M5S, mentre i leghisti restano all'opposizione del nuovo governo europeo con tutta l'estrema destra. La maggioranza giallo-verde italiana ne esce spaccata, ma questa non è certo una novità.
Il sostegno allargato, che von der Leyen ha utilizzato per compensare le defezioni nel proprio schieramento, rispecchia del resto le posizioni che si erano registrate in Consiglio, dove i capi di governo italiano, polacco e ungherese si erano uniti agli altri leader europeisti nel sostenere la sua nomina. Solo la storia dei prossimi anni ci dirà se l'europeismo convinto dimostrato da von der Leyen, l'esaltazione dei valori liberali e delle tematiche sociali, le citazioni di Simone Veil e di Pericle, padre della democrazia ateniese, saranno compatibili con il recupero di governi che sembrano più attenti al modello delle democrazie illiberali, come quello ungherese e polacco. Ma è comunque importante che la presidente della Commissione abbia recuperato, sia pure in extremis, i valori e i contenuti dello schieramento europeista che è uscito vincitore alle elezioni di maggio.
Dietro il pasticciato paradosso di una candidata che non prende tutti i voti dello schieramento in cui si riconosce, e ne prende invece dal fronte teoricamente avverso, c'è il peccato originale della scelta operata dai capi di governo al vertice che l'ha nominata. In quella riunione, i leader hanno di fatto affossato il sistema degli "Spitzenkandidaten", che riconosceva al Parlamento il diritto di indicare i concorrenti dei vari partiti per la guida della Commissione. Macron ha da subito lavorato in questa direzione, mettendo il veto sul candidato del Ppe, Manfred Weber.
Ma il presidente francese avrebbe accettato la nomina del candidato socialista, Frans Timmermans, che sarebbe stato l'espressione di una coalizione politica tra socialisti, popolari e liberali, salvando così il principio politico dello "Spitzenkandidat". Se neppure questa ipotesi è passata, spianando la strada alla nomina di von der Leyen, lo si deve alla rivolta dei popolari che hanno preteso di avere a tutti i costi un loro esponente sulla poltrona della Commissione. Ma questa scelta ha lasciato ferite profonde, soprattutto tra i socialisti francesi e tedeschi, che si sono sentiti traditi e che ieri hanno fatto mancare il loro voto. Come lo hanno fatto mancare i Verdi, che i capi di governo hanno escluso da qualsiasi poltrona di vertice. La nuova presidente avrà dunque molti strappi da ricucire. Ieri l'annunciato siluramento del segretario generale della Commissione, il potentissimo Martin Selmayr protetto da Juncker ma inviso a molti gruppi politici, è stato un primo gesto in questa direzione. Molti altri dovranno seguire per ricostruire l'armonia politica perduta.
Ma nel suo discorso di presentazione, e anche in quello di investitura, la cristiano democratica tedesca, pupilla di Angela Merkel, ha detto chiaramente di avere come riferimento politico la maggioranza europeista del Parlamento, composta dai popolari, dai socialisti e dai liberali. Una maggioranza che von der Leyen conta di poter allargare ai Verdi, che ieri ha corteggiato con un discorso fortemente ispirato ai temi ambientalisti.
La sola linea di demarcazione politica che la nuova presidente della Commissione ha voluto tracciare è stata con l'estrema destra di Salvini e di Le Pen, dicendosi "sollevata" di non avere i loro voti. L'elezione di ieri conferma così anche la frattura del fronte sovranista: il gruppo di Visegrad ha votato maggioritariamente per la candidata europeista, come ha fatto anche il M5S, mentre i leghisti restano all'opposizione del nuovo governo europeo con tutta l'estrema destra. La maggioranza giallo-verde italiana ne esce spaccata, ma questa non è certo una novità.
Il sostegno allargato, che von der Leyen ha utilizzato per compensare le defezioni nel proprio schieramento, rispecchia del resto le posizioni che si erano registrate in Consiglio, dove i capi di governo italiano, polacco e ungherese si erano uniti agli altri leader europeisti nel sostenere la sua nomina. Solo la storia dei prossimi anni ci dirà se l'europeismo convinto dimostrato da von der Leyen, l'esaltazione dei valori liberali e delle tematiche sociali, le citazioni di Simone Veil e di Pericle, padre della democrazia ateniese, saranno compatibili con il recupero di governi che sembrano più attenti al modello delle democrazie illiberali, come quello ungherese e polacco. Ma è comunque importante che la presidente della Commissione abbia recuperato, sia pure in extremis, i valori e i contenuti dello schieramento europeista che è uscito vincitore alle elezioni di maggio.
Dietro il pasticciato paradosso di una candidata che non prende tutti i voti dello schieramento in cui si riconosce, e ne prende invece dal fronte teoricamente avverso, c'è il peccato originale della scelta operata dai capi di governo al vertice che l'ha nominata. In quella riunione, i leader hanno di fatto affossato il sistema degli "Spitzenkandidaten", che riconosceva al Parlamento il diritto di indicare i concorrenti dei vari partiti per la guida della Commissione. Macron ha da subito lavorato in questa direzione, mettendo il veto sul candidato del Ppe, Manfred Weber.
Ma il presidente francese avrebbe accettato la nomina del candidato socialista, Frans Timmermans, che sarebbe stato l'espressione di una coalizione politica tra socialisti, popolari e liberali, salvando così il principio politico dello "Spitzenkandidat". Se neppure questa ipotesi è passata, spianando la strada alla nomina di von der Leyen, lo si deve alla rivolta dei popolari che hanno preteso di avere a tutti i costi un loro esponente sulla poltrona della Commissione. Ma questa scelta ha lasciato ferite profonde, soprattutto tra i socialisti francesi e tedeschi, che si sono sentiti traditi e che ieri hanno fatto mancare il loro voto. Come lo hanno fatto mancare i Verdi, che i capi di governo hanno escluso da qualsiasi poltrona di vertice. La nuova presidente avrà dunque molti strappi da ricucire. Ieri l'annunciato siluramento del segretario generale della Commissione, il potentissimo Martin Selmayr protetto da Juncker ma inviso a molti gruppi politici, è stato un primo gesto in questa direzione. Molti altri dovranno seguire per ricostruire l'armonia politica perduta.