✕
(ansa)

A ognuno la sua paura

Ascolta l'audio

 Tutti hanno paura di tutti e di tutto. Ma non lo possono dire, né forse lo possono ammettere, perfino a se stessi
3 minuti di lettura
Crisi e pseudo crisi di governo, strappi reali, definitivi, mezzi strappi e fasulli: chi ha coraggio è perduto, pensano i leader - e la recita continua.
Ma intanto è la paura la vera grande protagonista dell'odierna e prolungatissima fase politica. Per cui tutti continuamente si oltraggiano, si offendono, si sfidano, si sfiduciano, fanno i tweet, fanno i selfie, fanno i gradassi, fanno i dispetti, i capricci, le moine, si cambiano d'abito, muovono la comunicazione, salgono sui tetti per le dirette Facebook, fissano paletti, intimano scadenze, dicono "che ci stiamo a fare?", oppure "è meglio chiuderla qui" e poi? Poi niente.

Perché tutti, in verità, hanno paura di tutti e di tutto. Ma non lo possono dire, né forse lo possono ammettere, perfino a se stessi. Per quanto alla lunga, non solo si vede, ma si capisce pure. Sul piano strettamente tecnico la paura di Salvini è divenuta, da qualche tempo a questa parte…
Crisi e pseudo crisi di governo, strappi reali, definitivi, mezzi strappi e fasulli: chi ha coraggio è perduto, pensano i leader - e la recita continua.
Ma intanto è la paura la vera grande protagonista dell'odierna e prolungatissima fase politica. Per cui tutti continuamente si oltraggiano, si offendono, si sfidano, si sfiduciano, fanno i tweet, fanno i selfie, fanno i gradassi, fanno i dispetti, i capricci, le moine, si cambiano d'abito, muovono la comunicazione, salgono sui tetti per le dirette Facebook, fissano paletti, intimano scadenze, dicono "che ci stiamo a fare?", oppure "è meglio chiuderla qui" e poi? Poi niente.

Perché tutti, in verità, hanno paura di tutti e di tutto. Ma non lo possono dire, né forse lo possono ammettere, perfino a se stessi. Per quanto alla lunga, non solo si vede, ma si capisce pure. Sul piano strettamente tecnico la paura di Salvini è divenuta, da qualche tempo a questa parte, multipla e concatenata.
Nel senso che ha paura che prima o poi i Cinque Stelle e il Pd si mettano in qualche modo d'accordo; di conseguenza ha anche paura di doversi misurare e confrontare con Berlusconi, che non è mai così facile e tante se ne è legate al dito; poi ha paura di quello che gli può ancora arrivare dalla Russia, con amore, e dall'Europa, dove ha tirato troppo la corda, e magari pure dall'America, che vai a sapere, e addirittura da Roma, dove non è molto apprezzato; quindi ha paura di mollare al suo destino diversi suoi antichi compagni d'avventura, come ha mollato Siri e Rixi; e per ultimo ha paura di non poter mantenere le promesse fatte ai potenti governatori del suo partito sull'autonomia.

Insomma per certi versi, dal suo punto di vista, il Capitano ha più di una ragione per avere paura.
Mentre per Giggino la paura è una, più semplice, ma anche più brutale e senza scampo. In due parole: se salta tutto, è davvero perduto e perde tutto, il partito, il movimento, il pensatoio Rousseau o quello che è: altro che i "facilitatori" o il "team del futuro". Dunque, perse le Europee, ha paura di andare al voto; e ormai è solo questa comune paura che lo vincola ai parlamentari Cinque Stelle; molti dei quali, a loro volta, hanno paura perché o non avranno il terzo mandato o non saranno più eletti, o entrambi gli esiti; così come le sindache grilline di Roma e Torino che avendo governato nel modo che si è visto, fanno benissimo anche loro ad avere paura - pessima consigliera, oltretutto. Il presidente Conte, d'altra parte, ha paura sia di Salvini sia Di Maio perché - si perdoni qui l'espressione poco istituzionale - quando mai può capitargli più di presiedere un governo? Come i treni, gli attimi metafisici e le congiunzioni astrali, infatti le poltrone passano, e allora ciao ciao.

Con l'andazzo che tira, tale precarietà si estende a chiunque abbia un minimo di potere, a cominciare dai presidenti delle Camere. Uno, Fico, ha paura di strappare con Di Maio, ma anche di essere scavalcato da Di Battista; l'altra, Casellati, teme di figurare troppo indipendente rispetto alla Lega e a Salvini, donde l'errore di aver liquidato come "pettegolezzi" atti di sindacato ispettivo su una vicenda, gli impicci petroliferi russi, poi divenuta centrale. Se poi ai presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama piace di presentare questo atteggiamento come senso di responsabilità, liberissimi: solo, valutino responsabilmente se questo tempo sarà ricordato o meno per la sua autenticità.

Nel frattempo, una volta presa come chiave interpretativa, la paura funziona benissimo anche a sinistra. Cosicché hanno paura i renziani di non essere più rieletti (più varie ed eventuali); e ha paura Zingaretti che la sua guida e la sua svolta facciano flop.

Tutto questo non sarà molto nobile, ma un po' spiega come e perché la somma e il combinarsi delle varie e reciproche paure ha finito per dettare l'agenda della vita pubblica italiana facendola sempre più simile a una commedia di maschere surreali, a un trofeo di bluff tra bari e ignari e a una session di tango sadomaso (immagine di Occhetto).
Inutile dire che non è stato sempre così: leader coraggiosi sono stati - ciascuno a suo modo - De Gasperi, Nenni, Saragat, La Malfa, Fanfani, Moro, Berlinguer, Craxi e anche Berlusconi. C'è anche da dire che oltre a darsi coraggio, non stavano lì a proclamarsi, come invece questi, indiscutibili campioni d'impavidità. Com'è ovvio, non è molto sano un Paese in cui si muovono secondo paura proprio quelli che meno dovrebbero avercela, ma anzi cercano di incuterla agli alleati e avversari. Cuor di leone e fifa blu. Intanto, per oggi, la crisi di governo è rinviata; domani è un altro giorno, si rivedrà.