Cosa hanno fatto di male gli italiani per meritarsi di correre su queste stupide "montagne russe"? Nel folle Luna Park gialloverde le cose funzionano così. Nei giorni pari, in un gorgo di penultimatum, il governo precipita nell'abisso della crisi: Salvini braccato dai fantasmi putiniani di Moscopoli accusa Di Maio di aver tradito la sua fiducia, mentre Di Maio esasperato dalle prevaricazioni leghiste accusa Salvini di averlo pugnalato alle spalle.
Nei giorni dispari, in un vortice di pentimenti, il governo ridà l'assalto al cielo: lo stesso Salvini spaventato dall'idea di un ribaltone Cinque Stelle-Pd ritrova miracolosamente la fiducia in Di Maio, e lo stesso Di Maio terrorizzato dalla prospettiva di tornare a vendere bibite al San Paolo ritende generosamente la mano a Salvini. È la cronaca spicciola di questo fine settimana: l'altroieri lo strappo politico, che sembra consumato e definitivo; ieri la solita ricucitura diplomatica, che pa…
Nei giorni dispari, in un vortice di pentimenti, il governo ridà l'assalto al cielo: lo stesso Salvini spaventato dall'idea di un ribaltone Cinque Stelle-Pd ritrova miracolosamente la fiducia in Di Maio, e lo stesso Di Maio terrorizzato dalla prospettiva di tornare a vendere bibite al San Paolo ritende generosamente la mano a Salvini. È la cronaca spicciola di questo fine settimana: l'altroieri lo strappo politico, che sembra consumato e definitivo; ieri la solita ricucitura diplomatica, che pa…
Cosa hanno fatto di male gli italiani per meritarsi di correre su queste stupide "montagne russe"? Nel folle Luna Park gialloverde le cose funzionano così. Nei giorni pari, in un gorgo di penultimatum, il governo precipita nell'abisso della crisi: Salvini braccato dai fantasmi putiniani di Moscopoli accusa Di Maio di aver tradito la sua fiducia, mentre Di Maio esasperato dalle prevaricazioni leghiste accusa Salvini di averlo pugnalato alle spalle.
Nei giorni dispari, in un vortice di pentimenti, il governo ridà l'assalto al cielo: lo stesso Salvini spaventato dall'idea di un ribaltone Cinque Stelle-Pd ritrova miracolosamente la fiducia in Di Maio, e lo stesso Di Maio terrorizzato dalla prospettiva di tornare a vendere bibite al San Paolo ritende generosamente la mano a Salvini. È la cronaca spicciola di questo fine settimana: l'altroieri lo strappo politico, che sembra consumato e definitivo; ieri la solita ricucitura diplomatica, che pare raffazzonata e provvisoria.
Di Maio riabilita Salvini e si affida a Conte, Salvini perdona Di Maio e sposta la mira su Trenta e Toninelli. È tutto un vediamoci, parliamone, "volemose bene". L'ennesimo giro di giostra, ancorché schizofrenico, sarebbe anche divertente. Purtroppo per i nostri irresponsabili giostrai, nel frattempo ci sarebbe da governare un Paese. L'Italia si ritrova sospesa da mesi, in un estenuante stop and go programmatico che nasconde un logorante immobilismo politico.
La crisi c'è nella sostanza, anche se non nella forma. Il Salvi-Maio non fa in tempo a rappattumarsi, e già riesplode l'Intifada padana: la Lega vuole la secessione delle regioni ricche del Nord, persino sulle risorse della scuola, M5S si oppone e la spunta grazie alla sponda del premier, che fa infuriare i governatori del lombardo-veneto. E così via, fino alla prossima sassaiola. Vera o finta che sia. Come cittadini-elettori, non ci meritiamo questo spettacolo. Anche perché, come sempre, alla fine il prezzo del biglietto lo pagheremo noi.
L'ultimo Consiglio dei ministri che ha deciso qualcosa di concreto risale al 7 marzo. Da allora, tutto fermo. Dal famoso "governo del cambiamento" siamo passati al "cambiamento del governo", paralizzato da un crescendo penoso di polemiche, proclami e provocazioni. Nei primi sei mesi di vita l'esecutivo ha sfornato solo 14 iniziative legislative, contro 19 di Gentiloni, 25 di Renzi, 21 di Letta, 32 di Monti, 40 di Berlusconi, fino ad arrivare alle 139 del primo governo Prodi (Archivio Circap - Università di Siena).
A parte il decreto dignità e la legge Spazzacorrotti, le altre misure hanno inciso poco sulle condizioni di vita degli italiani. Quota 100 e Reddito di cittadinanza si sono rivelati pannicelli caldi. E le leggi di ultradestra targate Carroccio (dai porti chiusi alla legittima difesa, dai decreti sicurezza alle ordinanze sui prefetti), hanno lasciato un'impronta retriva e illiberale sull'ordinamento italiano. Per il resto, in questo anno vissuto pericolosamente la maggioranza ha tirato a campare in mezzo al fuoco amico. Sempre nei primi sei mesi, il gabinetto Conte "ha evidenziato un rimarchevole numero di conflitti: 47, per una media di poco inferiore agli 8 episodi al mese" (Marangoni e Verzichelli, in Politica in Italia - Edizione 2019, il Mulino). Nel secondo semestre, e nella corsa alle Europee del 26 maggio, le lotte fratricide si sono moltiplicate. I dossier "fermi per rissa" sui tavoli di Palazzo Chigi sono infiniti. Dal salario minimo alla flat tax, dalla Tav alla Gronda, dalla riforma del processo penale al conflitto di interessi, dai condoni fiscali all'acqua pubblica, dalle Province al codice degli appalti, dalla castrazione chimica alla cannabis, dall'Alitalia all'Ilva. Fino ad arrivare alla legge di Bilancio di settembre, sulla quale si consumerà la madre di tutte le battaglie.
A ciascuno di questi dossier corrispondono categorie produttive e blocchi sociali (un tempo si sarebbe detto "classi") che aspettano risposte ai loro problemi. E le risposte non arrivano mai. Eppure questa "alleanza innaturale" lega-stellata nasce con un minimo comun denominatore: oltre al populismo anti-sistema, il mantra secondo cui "noi siamo diversi da quelli che c'erano prima".
Alla prova dei fatti, questa premessa (o promessa) è miseramente fallita. Sono uguali, invece. Anzi peggiori. Le schermaglie tra leghisti e grillini sono infinitamente più miserevoli delle beghe da Prima Repubblica tra le "comari di Windsor" di cui parlava Formica e i "commercialisti di Bari" su cui infieriva Andreatta. Che c'è di "nuovo" in Di Maio, che per uscire dallo stallo governativo vaneggia in tv su un altro "tesoretto" (stavolta rinvenuto tra i risparmi di spesa legati al calo dello spread) al quale "attingere" per eliminare il bollo auto? Uno spot da analfabeta funzionale, che nemmeno il Berlusconi dei tempi migliori si sarebbe sognato di spacciare al popolo bue.
Che c'è di "nuovo" in Salvini, che per fuggire dalle stanze oscure dell'Hotel Metropol perde il tocco magico e commette una sequela sorprendente di errori? Non si decide a staccare la spina, perché teme che in caso di crisi invece del voto anticipato spunti un'altra maggioranza, e allora esige da Mattarella una "garanzia" che il capo dello Stato non può e non deve offrirgli. Poi compie il suicidio perfetto, votando lui solo contro la von der Leyen (senza nemmeno il supporto dei finti amici sovranisti di Visegrád) e giocandosi in un colpo solo, per Giorgetti e per l'Italia, la poltrona di commissario Ue alla concorrenza. Nulla. Non c'è nulla in tutto questo vacuo agitarsi di mediocrità. Nel caso del Caporale a cinque stelle, solo un disperato istinto di conservazione e un disperante bisogno di non far naufragare la legislatura. Nel caso del Capitano leghista, solo l'urgenza di tenere mani libere, in vista di un'altra insidia giudiziaria incombente e di un'altra campagna elettorale imminente. Manca tutto, nell'inutile spargimento di tweet al curaro, di post al veleno e di esagitate dirette Facebook che ci aspettano di qui al prossimo autunno. Manca un progetto credibile. Manca una leadership affidabile. E manca soprattutto l'Italia, che ha bisogno di un governo, non di una rissosa macchina da guerra.
Nei giorni dispari, in un vortice di pentimenti, il governo ridà l'assalto al cielo: lo stesso Salvini spaventato dall'idea di un ribaltone Cinque Stelle-Pd ritrova miracolosamente la fiducia in Di Maio, e lo stesso Di Maio terrorizzato dalla prospettiva di tornare a vendere bibite al San Paolo ritende generosamente la mano a Salvini. È la cronaca spicciola di questo fine settimana: l'altroieri lo strappo politico, che sembra consumato e definitivo; ieri la solita ricucitura diplomatica, che pare raffazzonata e provvisoria.
Di Maio riabilita Salvini e si affida a Conte, Salvini perdona Di Maio e sposta la mira su Trenta e Toninelli. È tutto un vediamoci, parliamone, "volemose bene". L'ennesimo giro di giostra, ancorché schizofrenico, sarebbe anche divertente. Purtroppo per i nostri irresponsabili giostrai, nel frattempo ci sarebbe da governare un Paese. L'Italia si ritrova sospesa da mesi, in un estenuante stop and go programmatico che nasconde un logorante immobilismo politico.
La crisi c'è nella sostanza, anche se non nella forma. Il Salvi-Maio non fa in tempo a rappattumarsi, e già riesplode l'Intifada padana: la Lega vuole la secessione delle regioni ricche del Nord, persino sulle risorse della scuola, M5S si oppone e la spunta grazie alla sponda del premier, che fa infuriare i governatori del lombardo-veneto. E così via, fino alla prossima sassaiola. Vera o finta che sia. Come cittadini-elettori, non ci meritiamo questo spettacolo. Anche perché, come sempre, alla fine il prezzo del biglietto lo pagheremo noi.
L'ultimo Consiglio dei ministri che ha deciso qualcosa di concreto risale al 7 marzo. Da allora, tutto fermo. Dal famoso "governo del cambiamento" siamo passati al "cambiamento del governo", paralizzato da un crescendo penoso di polemiche, proclami e provocazioni. Nei primi sei mesi di vita l'esecutivo ha sfornato solo 14 iniziative legislative, contro 19 di Gentiloni, 25 di Renzi, 21 di Letta, 32 di Monti, 40 di Berlusconi, fino ad arrivare alle 139 del primo governo Prodi (Archivio Circap - Università di Siena).
A parte il decreto dignità e la legge Spazzacorrotti, le altre misure hanno inciso poco sulle condizioni di vita degli italiani. Quota 100 e Reddito di cittadinanza si sono rivelati pannicelli caldi. E le leggi di ultradestra targate Carroccio (dai porti chiusi alla legittima difesa, dai decreti sicurezza alle ordinanze sui prefetti), hanno lasciato un'impronta retriva e illiberale sull'ordinamento italiano. Per il resto, in questo anno vissuto pericolosamente la maggioranza ha tirato a campare in mezzo al fuoco amico. Sempre nei primi sei mesi, il gabinetto Conte "ha evidenziato un rimarchevole numero di conflitti: 47, per una media di poco inferiore agli 8 episodi al mese" (Marangoni e Verzichelli, in Politica in Italia - Edizione 2019, il Mulino). Nel secondo semestre, e nella corsa alle Europee del 26 maggio, le lotte fratricide si sono moltiplicate. I dossier "fermi per rissa" sui tavoli di Palazzo Chigi sono infiniti. Dal salario minimo alla flat tax, dalla Tav alla Gronda, dalla riforma del processo penale al conflitto di interessi, dai condoni fiscali all'acqua pubblica, dalle Province al codice degli appalti, dalla castrazione chimica alla cannabis, dall'Alitalia all'Ilva. Fino ad arrivare alla legge di Bilancio di settembre, sulla quale si consumerà la madre di tutte le battaglie.
A ciascuno di questi dossier corrispondono categorie produttive e blocchi sociali (un tempo si sarebbe detto "classi") che aspettano risposte ai loro problemi. E le risposte non arrivano mai. Eppure questa "alleanza innaturale" lega-stellata nasce con un minimo comun denominatore: oltre al populismo anti-sistema, il mantra secondo cui "noi siamo diversi da quelli che c'erano prima".
Alla prova dei fatti, questa premessa (o promessa) è miseramente fallita. Sono uguali, invece. Anzi peggiori. Le schermaglie tra leghisti e grillini sono infinitamente più miserevoli delle beghe da Prima Repubblica tra le "comari di Windsor" di cui parlava Formica e i "commercialisti di Bari" su cui infieriva Andreatta. Che c'è di "nuovo" in Di Maio, che per uscire dallo stallo governativo vaneggia in tv su un altro "tesoretto" (stavolta rinvenuto tra i risparmi di spesa legati al calo dello spread) al quale "attingere" per eliminare il bollo auto? Uno spot da analfabeta funzionale, che nemmeno il Berlusconi dei tempi migliori si sarebbe sognato di spacciare al popolo bue.
Che c'è di "nuovo" in Salvini, che per fuggire dalle stanze oscure dell'Hotel Metropol perde il tocco magico e commette una sequela sorprendente di errori? Non si decide a staccare la spina, perché teme che in caso di crisi invece del voto anticipato spunti un'altra maggioranza, e allora esige da Mattarella una "garanzia" che il capo dello Stato non può e non deve offrirgli. Poi compie il suicidio perfetto, votando lui solo contro la von der Leyen (senza nemmeno il supporto dei finti amici sovranisti di Visegrád) e giocandosi in un colpo solo, per Giorgetti e per l'Italia, la poltrona di commissario Ue alla concorrenza. Nulla. Non c'è nulla in tutto questo vacuo agitarsi di mediocrità. Nel caso del Caporale a cinque stelle, solo un disperato istinto di conservazione e un disperante bisogno di non far naufragare la legislatura. Nel caso del Capitano leghista, solo l'urgenza di tenere mani libere, in vista di un'altra insidia giudiziaria incombente e di un'altra campagna elettorale imminente. Manca tutto, nell'inutile spargimento di tweet al curaro, di post al veleno e di esagitate dirette Facebook che ci aspettano di qui al prossimo autunno. Manca un progetto credibile. Manca una leadership affidabile. E manca soprattutto l'Italia, che ha bisogno di un governo, non di una rissosa macchina da guerra.