Tutto avviene sotto traccia, ma l’insofferenza dei governatori di Lombardia e Veneto nei confronti del segretario ormai trapela
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La Lega è attraversata da un inedito conflitto interno: quello tra il suo leader e i presidenti delle regioni del nord, Lombardia e Veneto. Niente di clamoroso e pubblico, per ora. Tutto avviene sotto traccia e senza alcun clamore ma l'insofferenza di Fontana e Zaia per le asperità che il loro progetto di autonomia differenziata deve ancora superare è palpabile e incomincia a trapelare. Salvini, forte del consenso fin qui raccolto, appare inattaccabile.
Come è possibile contestare un capitano così vittorioso? Eppure la frizione tra i governatori nordisti e il leader è nelle cose. Perché le strategie che questi attori perseguono sono differenti e "oggettivamente" confliggenti. Ci…
La Lega è attraversata da un inedito conflitto interno: quello tra il suo leader e i presidenti delle regioni del nord, Lombardia e Veneto. Niente di clamoroso e pubblico, per ora. Tutto avviene sotto traccia e senza alcun clamore ma l'insofferenza di Fontana e Zaia per le asperità che il loro progetto di autonomia differenziata deve ancora superare è palpabile e incomincia a trapelare. Salvini, forte del consenso fin qui raccolto, appare inattaccabile.
Come è possibile contestare un capitano così vittorioso? Eppure la frizione tra i governatori nordisti e il leader è nelle cose. Perché le strategie che questi attori perseguono sono differenti e "oggettivamente" confliggenti. Ciò dipende anche dal fatto che tali strategie si sono sviluppate in momenti diversi. Ricapitoliamo gli eventi. La richiesta di maggiore autonomia venne rilanciata a cavallo tra 2014 e 2017, in un momento di grande difficoltà del partito, travolto dal crollo della classe dirigente bossiana a colpi di diamanti della Tanzania, affari ciprioti, ristrutturazioni abusive e intese finanziarie con la 'ndrangheta.
Nel giugno del 2014, per uscire da una crisi che sembrava mettere fine al dominio leghista persino nella sua roccaforte veneta, visto che il Pd alle Europee aveva surclassato il Carroccio 37.5% a 15.2%, la Regione approvò una legge per arrivare a un referendum consultivo sull'autonomia. E a ruota, nel febbraio 2015, arrivò anche la Lombardia di Maroni.
Inizia così un percorso - accidentato, per i rilievi della Corte costituzionale - che sfocia nei referendum del 2017. L'idea iniziale di forzare la mano sull'autonomia, da un lato rispondeva a una istanza di lungo periodo e mai abbandonata di andare per proprio conto e, in sostanza, di secedere in qualche modo dall'Italia; dall'altro forniva una via di uscita dall'impasse politica in cui allora si trovava il partito. Tra l'altro, il progetto salviniano di scendere al sud con la sua lista-civetta, "Noi con Salvini", fondata a fine 2014, non aveva attecchito e quindi non rimaneva che la carta nordista-secessionista.
Poi, però, nell'arco di pochi anni, lo scenario politico cambia radicalmente tant'è che, all'indomani dei referendum lombardo-veneti (22 ottobre 2017), emerge una significativa divaricazione di accenti: il leader leghista non si associa alla celebrazione entusiastica e sopra le righe dei due governatori tanto da rimettere in riga un Zaia particolarmente euforico e tranchant nelle sue prime dichiarazioni. Infatti, una accelerazione sul versante autonomista-nordista contrasta con la discesa al sud intrapresa, ora con successo, da Salvini.
Lo slogan "prima gli italiani" ha ormai ha sostituito l'invocazione bossiana del Nord e della Padania e lo sfondamento nelle regioni meridionali alle Europee ha dato ragione alla strategia salviania volta alla formazione di un partito nazionale. Solo che, se si vogliono rappresentare interessi territorialmente diffusi, non si possono privilegiare smaccatamente alcune Regioni - tra l'altro le più ricche - con una rottura di fatto del tessuto unitario a scapito delle Regioni maggiormente in difficoltà ( come efficacemente dimostrato da Gianfranco Viesti, nell'ultimo numero della rivista il Mulino).
E quindi il leader leghista si trova a dover scegliere tra due opzioni contrastanti: se accelera sull'autonomia differenziata cedendo alle pressioni dei suoi governatori perde i territori appena conquistati al sud e consente ai 5Stelle di uscire dalla loro crisi fornendo loro un'arma polemica di grande portata.
Se invece frena e accetta quel ridimensionamento che il premier Conte, sornione, sta attuando giorno dopo giorno, con grande irritazione dei governatori lombardo-veneti, rischia una rivolta del suo retroterra storico. Paradossalmente le difficoltà maggiori per Salvini vengono dal proprio interno. Il Pd, invece, osserva e tace.