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(ansa)

Se l'Anticorruzione muore di Sbloccacantieri

Raffaele Cantone lascia l'Anac con sei mesi di anticipo. Dopo il varo della legge, chiaro il cambio di clima nel Paese
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Senza polemiche, come nel suo stile. Ma rendendosi conto che è il momento di voltare pagina. Raffaele Cantone ha rassegnato le dimissioni dalla guida dell’Anac con sei mesi di anticipo sulla scadenza del mandato. Aveva già fatto la sua scelta a febbraio, presentando la domanda per la guida di tre procure – Perugia, Frosinone e Torre Annunziata – con ciò testimoniando che la sua stagione al vertice dell’Anticorruzione si era già chiusa.

Il cambiamento di clima verso la sua attività gli era già chiaro, come a tutto il Paese, testimoniato dal varo della legge “Sbloccacantieri” che di fatto spazzava via il grande sogno dell’Anac: creare per la prima volta un sistema di prevenzione della corruzione. Una rivoluzione, o forse un’utopia, in una nazione dove mazzette, raccomandazioni e favoritismi sono un sistema ramificato. Che non riguarda solo la classe dirigente, ma è parte stessa della societ…
Senza polemiche, come nel suo stile. Ma rendendosi conto che è il momento di voltare pagina. Raffaele Cantone ha rassegnato le dimissioni dalla guida dell’Anac con sei mesi di anticipo sulla scadenza del mandato. Aveva già fatto la sua scelta a febbraio, presentando la domanda per la guida di tre procure – Perugia, Frosinone e Torre Annunziata – con ciò testimoniando che la sua stagione al vertice dell’Anticorruzione si era già chiusa.

Il cambiamento di clima verso la sua attività gli era già chiaro, come a tutto il Paese, testimoniato dal varo della legge “Sbloccacantieri” che di fatto spazzava via il grande sogno dell’Anac: creare per la prima volta un sistema di prevenzione della corruzione. Una rivoluzione, o forse un’utopia, in una nazione dove mazzette, raccomandazioni e favoritismi sono un sistema ramificato. Che non riguarda solo la classe dirigente, ma è parte stessa della società o addirittura della cultura diffusa.

“Quello che preoccupa in certi ragionamenti – ha dichiarato in un’intervista a Repubblica due mesi fa - è l’idea, che già abbiamo visto all’opera alla fine degli anni Novanta, che le regole siano considerate non un meccanismo utile per sviluppo di una normale società democratica, ma di per sé un impedimento. Viene lanciato un messaggio, non solo dalla politica, ma da una parte dell’imprenditoria, è che le regole siano solo un ostacolo”.

Come spesso accade in Italia, l’Autorità anticorruzione è figlia di un’emergenza. Istituita con la legge Severino, il Parlamento stentava a dargli concretezza. Poi esplode l’inchiesta sull’Expo di Milano, che non solo svela la ragnatela di tangenti dietro gli appalti della grande esposizione, ma rischia anche di compromettere il completamento dei lavori. La retata scatta a meno di un anno dall’inaugurazione, con i cantieri in pesante ritardo e tutta la stampa internazionale che deride “i soliti italiani”. Il governo Renzi decide così il 13 giugno 2014 di affidare a Cantone una missione impossibile: garantire che le opere vengano concluse rispettando tempi e legalità. Con una squadra di finanzieri, il magistrato si insedia in un ufficio nell’edificio del Piccolo Teatro e porta a termine la grande operazione.

La nomina di Cantone, che dopo dieci anni di indagini contro il clan dei casalesi – parte delle quali descritte in Gomorra da Roberto Saviano – era passato al massimario della Cassazione, viene votata dall’intero Parlamento, Forza Italia, Lega, e M5S inclusi. E poco alla volta viene costruita l’impalcatura dell’Autorità, che assorbe il vecchio e inefficiente organismo di vigilanza degli appalti e poi viene potenziata con altro personale, fino a contare oltre 320 dipendenti.

Le competenze si allargano, dai cantieri a tutte le gare pubbliche, dalla vigilanza sul rispetto della trasparenza fino alla consulenza per tutte le amministrazioni alle prese con il dedalo di norme. Una crescita rapida su tanti fronti, con poteri non sempre ben definiti e il moltiplicarsi degli impegni. Ad esempio, l’imposizione a tutti gli enti piccoli e grandi dei piani per prevenire la corruzione. E poi la definizione e gestione dei whistleblower, che denunciano i misfatti dall’interno degli uffici.

Il cardine però era il nuovo Codice degli appalti, voluto dagli imprenditori per liberare la concorrenza dalle reti della collusione e permettere una competitività reale. Si poneva un limite ai subappalti, alle gare decise solo in base al ribasso, agli aumenti di prezzo strada facendo. Insomma, si tentava di eliminare tutte le storture che trasformavano le gare in mangiatoie dai tempi infiniti. Quello partorito con il Codice era un sistema indubbiamente complesso, che avrebbe avuto bisogno di un tagliando – sostenuto dallo stesso Cantone – ma che il governo Conte ha preferito smantellare con lo “Sbloccantieri”.

“Basta mettere paletti, dopo un po’ le imprese chiudono”, ha dichiarato Matteo Salvini a maggio. “Il fatto che le imprese chiudano preoccupa anche me", ha replicato Cantone a Repubblica: "Ma è facile scaricare la responsabilità sui controlli. I dati dimostrano che gli appalti sono aumentati, a fermare i cantieri è altro…”.

Alle critiche, opponeva le cifre. Nel 2018 ci sono stati appalti pubblici per un valore di 139 miliardi e mezzo di euro: è l’importo più alto degli ultimi cinque anni. A trainare le commesse sono proprio le opere più importanti: rispetto al 2017 i bandi per lavori di importo compreso tra 5 e 25 milioni sono cresciuti del 65,2%; quelli oltre 25 milioni del 47,2%. E sottolineava i risultati nella prevenzione: dalla sua nascita l’Anac ha chiesto 43 commissariamenti di aziende o appalti perché coinvolti in inchieste giudiziarie per corruzione o per frodi nelle gare.

In altri 29 casi c’è stato un monitoraggio delle ditte finite nel mirino della magistratura, per garantire che la realizzazione delle opere proseguisse senza anomalie. Si tratta di commissariamenti talvolta relativi a cantieri importantissimi – l’Expo di Milano, il Mose di Venezia, il Terzo Valico di Genova – che hanno permesso di portare avanti i lavori escludendo i baroni delle bustarelle.

Infine la nuova minaccia, quella che Cantone conosce meglio per l’esperienza accumulata combattendo la camorra imprenditrice dei casalesi: oggi le cosche puntano soprattutto sugli affari, forti di capitali illimitati. E solo nel 2018 le prefetture hanno emesso 573 interdittive antimafia, quasi il doppio rispetto al 2015. In tre anni le interdittive sono state ben 1.922. Cosa significa? In quasi duemila imprese sono state riscontrate relazioni con esponenti della criminalità organizzata.

In questo contesto c’è stato spesso un grande equivoco sui poteri dell’Autorità: l’Anac non ha mai pensato di sostituirsi alla magistratura. Cantone lo ha ripetuto spesso: “Noi non possiamo arrestare i corrotti, non possiamo fare perquisizioni o intercettazioni. Il nostro compito è diffondere la cultura della prevenzione”. Far capire agli italiani – come ha scritto citando papa Francesco – che la “corruzione spuzza”. E questo obiettivo procure e tribunali non sono riusciti a ottenerlo, neppure con inchieste clamorose come Mani Pulite.

“Non è compito delle indagini giudiziarie correggere i costumi, moralizzare la società, migliorare l’etica collettiva. I magistrati devono solo giudicare comportamenti specifici, senza educare qualcuno o insegnare qualcosa. I giudici non sono angeli con un compito salvifico, pedagoghi o filosofi. Non sono neanche politici, non devono formulare giudizi universali sulla politica e non sono chiamati a elaborare un sistema di valori e di princìpi da propagare con la forza delle sentenze”.

Anche perché nel nostro Paese al clamore per le retare si sostituisce spesso la disillusione. Un pendolo che ha segnato la nostra storia negli ultimi trenta anni. “La delega (di fatto) del contrasto alla corruzione affidata al solo potere giudiziario penale rischia, alla lunga, di produrre una (inevitabile) 'stanchezza' nell’opinione pubblica, che si trasforma poi in un distaccato disinteresse. È quanto è accaduto nella fase finale di Mani pulite, dove si è passati dalle assemblee popolari davanti al palazzo di giustizia di Milano a sostegno delle indagini al disinteresse”.

Quella stessa stanchezza nell’ultimo anno si è sentita fortissima anche nelle stanze dell’Anac. Sinistra e Movimento Cinque Stelle non hanno mai mancato di testimoniare sostegno all’attività dell’Autorità. E Cantone nelle sedi istituzionali non ha mai risparmiato critiche ai disegni del governo. Lo ha fatto ad esempio contestando l’assenza di controlli antimafia nella ricostruzione del Ponte di Genova: è stato ascoltato e le infiltrazioni dei clan sono subito venute alla luce. Ma sullo Sbloccacantieri la maggioranza non ha prestato attenzione né alle sue parole, né a quelle dei sindacati e di molte categorie imprenditoriali. E con quella legge è stato abbattuto quello che era il pilastro dell’operazione Anac.

Il magistrato ne ha tratto le conclusioni. Ha capito che era arrivato il momento di cambiare, senza polemiche. Anzi: offrendo subito al Parlamento la possibilità di designare un successore. E soprattutto di decidere se il Paese vuole o meno ancora combattere la corruzione anche con la prevenzione.