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Un mandato, anzi quattro

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Il mandato Zero è un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati", ha diligentemente spiegato Luigi Di Maio annunciando l'introduzione del mandato Zero per alcune categorie di eletti del M5S. Ma a qualche grillino, tipo il senatore Nicola Morra, la sensazionale novità non è andata giù. Comprensibile. Figuriamoci poi se avessero ricordato che per questa trovata il loro capo politico dovrebbe in teoria pagare i diritti nientemeno che a Roberto Formigoni: l'ex governatore della Lombardia condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione.

Perché il mandato Zero, da un certo punto di vista, è un po' una sua creatura. Nel 2004 Formigoni era al secondo mandato al Pirellone, quando venne approvata la legge che limita a due i mandati del presidente di Regione. "I due mandati si contano dal prossimo; quello attuale e il precedente non valgono perché la legge ancora non c'era", fu l…
Il mandato Zero è un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati", ha diligentemente spiegato Luigi Di Maio annunciando l'introduzione del mandato Zero per alcune categorie di eletti del M5S. Ma a qualche grillino, tipo il senatore Nicola Morra, la sensazionale novità non è andata giù. Comprensibile. Figuriamoci poi se avessero ricordato che per questa trovata il loro capo politico dovrebbe in teoria pagare i diritti nientemeno che a Roberto Formigoni: l'ex governatore della Lombardia condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione.

Perché il mandato Zero, da un certo punto di vista, è un po' una sua creatura. Nel 2004 Formigoni era al secondo mandato al Pirellone, quando venne approvata la legge che limita a due i mandati del presidente di Regione. "I due mandati si contano dal prossimo; quello attuale e il precedente non valgono perché la legge ancora non c'era", fu l'interpretazione dei suoi esperti. E l'ebbero vinta. I tribunali ai quali i grillini (proprio loro) e i radicali si erano rivolti dopo il deputato dell'Udc Pierluigi Mantini non solo accettarono questa tesi, ma aggiunsero pure che la regola nazionale non aveva efficacia in mancanza di una legge regionale di recepimento di quella norma fatta dal Parlamento (sigh!).

Il caso venne sollevato a proposito di una vicenda parallela, che riguardava il governatore dem dell'Emilia-Romagna Vasco Errani, che ha così potuto fare tre giri anziché due. L'ultimo dei quali non completato per le dimissioni da lui rassegnate in seguito a una condanna a un anno poi annullata nei successivi gradi di giudizio. Formigoni, invece, di mandati ne ha fatti addirittura quattro. Prima di trasferirsi al Senato nel 2013 con circa mezzo milione lordo di buonuscita: pardon, indennità di "reinserimento" nella vita lavorativa, come tecnicamente si dice. Calcolata in ragione di una annualità lorda per ogni mandato di cinque anni, ossia un meccanismo due volte e mezzo più favorevole rispetto al trattamento di fine rapporto dei comuni mortali.

Ma tracce del mandato Zero si trovano anche prima del caso Formigoni. Per la precisione, nel testo unico degli enti locali del 2000. Quella legge ha posto come limite per i sindaci la candidatura consecutiva per soli due mandati. Precisando che l'incarico ricoperto in quel momento non andava calcolato. Era un mandato Zero. Ma la parolina "consecutiva" ha subito alimentato la creatività degli amministratori locali. Che hanno studiato e poi messo in pratica tutte le scappatoie per aggirare il problema senza infrangere la legge. La più comune, quella di fare il vicesindaco o rimanere nella giunta mettendo un fedelissimo sulla poltrona di primo cittadino, per poi tornare a occuparla.

Anche se il giochetto non sempre riesce. Come sa bene Giancarlo Gentilini, il sindaco leghista di Treviso che dopo due mandati ha passato il testimone a Gian Paolo Gobbo, rimanendo però come vicesindaco nella stanza dei bottoni per dieci anni e ricandidarsi quindi alla seconda scadenza di Gobbo. Ma senza fortuna. Storia simile a quella di Rolando Di Vincenzo, che dopo due mandati a Orbetello passò la mano al ministro e collega di partito Altero Matteoli, restando però in giunta con deleghe importantissime (di fatto era il sindaco), per poi ritentare nel 2010 la corsa al municipio. Anche nel suo caso fallita.

La morale? La cronaca di Palazzo degli ultimi vent'anni dice che il mandato Zero, puro e nelle sue innumerevoli varianti, è un classico dell'ipocrisia politica. Come anche nei partiti, dove il limite dei mandati va interpretato. Tre al massimo, ha prescritto per esempio lo statuto del Partito democratico per le elezioni al parlamento. Ottimo. E se non sono completi? Allora quindici anni. Vabbè, ma poi ci sono le deroghe, e quante deroghe. Decine. E al big che era deputato, e poi ha fatto il sindaco di una grande città, e magari non è stato rieletto, si può negare il rientro in parlamento? Tanto da chiedersi: ma che senso hanno tutte queste regole se già prima di applicarle si creano le condizioni per renderle inefficaci?