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Alcuni manifestanti No Tav 

Perché la Tav è uno spreco

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Mi spiace, ma io continuo a sospettare che l'alta velocità in Val di Susa sia uno spreco e un accanimento. Nel corso degli anni, anzi, ormai di quasi un trentennio, abbiamo assistito a un continuo ridimensionamento del mastodontico progetto di Alta Velocità in Val di Susa. Cancellato il raccordo sotterraneo con l'area torinese, così come la grande stazione di Susa, i cui costi stratosferici, presentati ogni volta come funzionali a un modello di sviluppo industriale nel frattempo rivelatosi obsoleto, sono stati riconosciuti come indifendibili.

Le diverse classi dirigenti di Torino e del Piemonte, orfane della monocultura automobilistica, si aggrappavano all'alternativa della logistica come sostegno a un apparato produttivo tutto da reinventare. Quel che ne rimane è solo lo scavo di un nuovo tunnel nel Frejus, la cui ipotetica utilità non sarà possibile verificare se non tra vent'anni. Nel mentre il trasporto delle merci tende a…
Mi spiace, ma io continuo a sospettare che l'alta velocità in Val di Susa sia uno spreco e un accanimento. Nel corso degli anni, anzi, ormai di quasi un trentennio, abbiamo assistito a un continuo ridimensionamento del mastodontico progetto di Alta Velocità in Val di Susa. Cancellato il raccordo sotterraneo con l'area torinese, così come la grande stazione di Susa, i cui costi stratosferici, presentati ogni volta come funzionali a un modello di sviluppo industriale nel frattempo rivelatosi obsoleto, sono stati riconosciuti come indifendibili.

Le diverse classi dirigenti di Torino e del Piemonte, orfane della monocultura automobilistica, si aggrappavano all'alternativa della logistica come sostegno a un apparato produttivo tutto da reinventare. Quel che ne rimane è solo lo scavo di un nuovo tunnel nel Frejus, la cui ipotetica utilità non sarà possibile verificare se non tra vent'anni. Nel mentre il trasporto delle merci tende a decrescere.

La popolazione di una valle alpina già violata da precedenti infrastrutture senza trarne beneficio, hanno dato vita al movimento No Tav divenuto epicentro di una vertenza drammatizzata dai furori dell'estremismo politico. Non a caso, a partire dal 2013, il voto per i Cinque Stelle lassù ha sfiorato il 40%. Di fronte alle pressioni dell'Unione Europea e di un mondo imprenditoriale a corto di idee, ma sempre affamato di risorse pubbliche, la politica italiana si è contraddistinta per la disinvoltura con cui sposava di volta in volta il Sì Tav e il No Tav. Non si contano i leader che hanno cambiato idea a seconda delle convenienze del momento, da Renzi a Salvini (di cui circolano le fotografie con la maglietta No Tav). Né è bastato all'ex governatore piemontese Chiamparino cavalcare una mobilitazione urbana Sì Tav per vincere le elezioni del maggio scorso.

Ora che anche il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha comunicato per lettera a Bruxelles il suo ok definitivo, confermando la sottomissione dei Cinque Stelle alle logiche di potere che promettevano di combattere, il movimento No Tav si trova rinchiuso in una posizione minoritaria; ostaggio degli incappucciati che sfogano la frustrazione con il ricorso a una violenza irresponsabile e velleitaria. L'irruzione nella "zona rossa" pianificata dai centri sociali torinesi è l'ennesima espressione di una logica militarista che prende in ostaggio i nonviolenti. È il triste destino delle contrapposizioni simboliche in cui si perde ogni capacità di discernimento, calpestando le ragioni dei fondatori del movimento valsusino, invano richiamate da Alberto Perino. Da tempo rimangono inascoltate le voci pacate, come quella del sociologo Bruno Manghi, secondo il quale il tunnel rappresenterà uno spreco e un accanimento su di un'area già svantaggiata.

Memore della sua esperienza sindacale, Manghi ritiene che alla concentrazione di investimenti Tav corrisponderanno benefici occupazionali modesti; tanto più se confrontati alla promessa di un piano nazionale di manutenzione del territorio, reso necessario dal degrado ambientale e dal cambiamento climatico. Ci riempiamo la bocca di green economy ma intanto ci inchiniamo di fronte al totem della Grande Opera, panacea sostitutiva della ricerca di un modello economico alternativo. Mentre l'attenzione di tutti si concentra sulla Tav, passano sotto silenzio gli sprechi ben maggiori perpetrati altrove in omaggio all'ideologia della Grande Opera miracolosa: basti pensare alle cerniere del Mose che arrugginiscono sotto il mare di Venezia dopo aver saziato l'appetito di tanti. La contrapposizione simbolica impedisce di valutare caso per caso.

Anche il Terzo Valico tra Genova e Milano, ad esempio, pone problemi ambientali; ma lì c'è un isolamento del capoluogo ligure cui porre rimedio. Difficile sostenere che un nuovo tunnel nel Frejus sia altrettanto necessario. Peccato che, per constatarlo, saranno necessari altri vent'anni. E nel frattempo anche il No Tav, ridotto a pseudo-ideologia rivoluzionaria, rischia di aggiungere danni agli sprechi.