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Il funerale del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega a Somma Vesuviana (ansa)

Cerciello, il dovere della verità

Nell'indagine sul carabiniere ucciso, tanti interrogativi fondamentali restano senza una risposta. E la conferenza stampa dei vertici dell'Arma ha fatto emergere ulteriori questioni
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Nell'Italia abituata a convivere con i misteri, ce ne sono di autentici, capaci di rimanere tali per anni, ipotecando il futuro di una democrazia anche per questo fragile. Ma ne accadono anche di altri che si guadagnano il rango di arcani quando sulla scena irrompono se non depistatori in servizio permanente effettivo, quantomeno mestatori e furbi, animati più dalla insopprimibile necessità di intervenire a correggere e a mitigare la verità che dalla volontà di agevolare o coprire qualcuno, a parte se stessi.
 
È quel che sembra succedere intorno all'uccisione del vicebrigadiere Cerciello Rega nel cuore di Roma. A distanza di 10 giorni dalla notte delle coltellate a Prati ci sono troppi elementi che non tornano. E il passare delle ore non contribuisce a fugare le ombre e a rischiarare lo svolgimento dei fatti.
 
Resta fermo il caposaldo del tributo e del riconoscimento che si devono al sacrificio di un carabiniere a cui &e…
Nell'Italia abituata a convivere con i misteri, ce ne sono di autentici, capaci di rimanere tali per anni, ipotecando il futuro di una democrazia anche per questo fragile. Ma ne accadono anche di altri che si guadagnano il rango di arcani quando sulla scena irrompono se non depistatori in servizio permanente effettivo, quantomeno mestatori e furbi, animati più dalla insopprimibile necessità di intervenire a correggere e a mitigare la verità che dalla volontà di agevolare o coprire qualcuno, a parte se stessi.
 
È quel che sembra succedere intorno all'uccisione del vicebrigadiere Cerciello Rega nel cuore di Roma. A distanza di 10 giorni dalla notte delle coltellate a Prati ci sono troppi elementi che non tornano. E il passare delle ore non contribuisce a fugare le ombre e a rischiarare lo svolgimento dei fatti.
 
Resta fermo il caposaldo del tributo e del riconoscimento che si devono al sacrificio di un carabiniere a cui è stata riservata una fine orrenda, come testimoniato dal Capo dello Stato che tre giorni fa ha ricevuto al Quirinale la vedova e gli altri familiari del militare. Ma proprio in virtù di questi sentimenti condivisi c'è un'esigenza di fare chiarezza e in fretta su come siano effettivamente andate le cose. Un compito che spetta senz'altro alla magistratura che ha i suoi tempi e le sue cautele, che riguarda i protagonisti di questa vicenda, a partire dai colleghi dell'ucciso, ma anche tutti i cittadini, spettatori passivi di un dramma dai contorni ancora assai oscuri.
 
La conferenza stampa convocata dai vertici dell'Arma che avrebbe dovuto offrire un resoconto dell'intervento del militare finito con la sua morte, ha invece fatto affiorare ulteriori interrogativi che sono rimasti aperti quando le versioni prospettate hanno vacillato allo stress della prima ricerca di riscontri. A partire, per esempio, dall'esistenza negata di filmati utili, smentita dall'acquisizione delle videoregistrazioni regolarmente impresse su file presso Unicredit. Non dettagli, ma elementi fondamentali, per ricostruire la dinamica dell'omicidio e l'autenticità della confessione dell'assassino. Ma accanto a vittima e carnefice ci sono dei comprimari il cui ruolo è ambiguo fin dalle premesse. Chiarirlo contribuirebbe a comprendere il gigantesco perché che incombe su tutta questa vicenda: perché mai dei carabinieri esperti del territorio corrono in soccorso per recuperare il borsello di un mediatore di pusher che riesce a farli intervenire con estrema sollecitudine?
 
A cascata, discendono da questa domanda tutte le altre. Il ruolo degli altri militari intervenuti all'inizio della storia, la doppia versione del mediatore sui veri responsabili, la triangolazione di telefonate tra il mediatore e i carabinieri e tra la centrale e Cerciello, la corsa di quest'ultimo a Prati senza l'arma d'ordinanza, insieme con un altro militare che assiste impotente alla fine dell'amico, la stessa dinamica di un accoltellamento efferato. Rispondere in fretta, serve a ristabilire quel che è successo. Lo si deve al morto, innanzitutto. E ai vivi. Perché della notte di Prati non resti come unica immagine nitida quella del complice dell'assassino bendato e legato. Come un prigioniero più che un indiziato.