L'inarrestabile follia dell'America armata
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINIDue stragi a poche ore di distanza in Texas e Ohio fanno 29 morti e oltre 50 feriti. È dai tempi di Clinton che la politica non riesce a intervenire per limitare il numero di armi in circolazione
Ventinove morti e decine di feriti in due sparatorie a poche ore di distanza: El Paso (Texas), Dayton (Ohio). E sale a quota 32 il sinistro conteggio delle stragi da armi da fuoco negli Stati Uniti dall'inizio dell'anno. L'escalation feroce concentrata nelle ultime ore vede protagonisti due "giovani maschi bianchi". L'autore del massacro di El Paso è il 21enne Patrick Crusius. La polizia indaga su un forsennato "Manifesto anti-immigrati" che lui avrebbe diffuso via social pochi minuti prima di aprire il fuoco. "Questo attacco è la risposta all'invasione ispanica del Texas", avrebbe scritto il ragazzo mentre guidava per dieci ore e percorreva quasi mille chilometri verso El Paso, armato del suo Ak-47. C'è un surrealismo crudele in quelle parole farneticanti: molti ispanici che abitano a El Paso non sono mai immigrati; discendono dai messicani che vi abitano dal 1690, annessi agli Stati Uniti dopo la guerra del 1…
Ventinove morti e decine di feriti in due sparatorie a poche ore di distanza: El Paso (Texas), Dayton (Ohio). E sale a quota 32 il sinistro conteggio delle stragi da armi da fuoco negli Stati Uniti dall'inizio dell'anno. L'escalation feroce concentrata nelle ultime ore vede protagonisti due "giovani maschi bianchi". L'autore del massacro di El Paso è il 21enne Patrick Crusius. La polizia indaga su un forsennato "Manifesto anti-immigrati" che lui avrebbe diffuso via social pochi minuti prima di aprire il fuoco. "Questo attacco è la risposta all'invasione ispanica del Texas", avrebbe scritto il ragazzo mentre guidava per dieci ore e percorreva quasi mille chilometri verso El Paso, armato del suo Ak-47. C'è un surrealismo crudele in quelle parole farneticanti: molti ispanici che abitano a El Paso non sono mai immigrati; discendono dai messicani che vi abitano dal 1690, annessi agli Stati Uniti dopo la guerra del 1846.
È inevitabile collegare il "Manifesto anti-immigrati" e le polemiche sul Muro col Messico che Donald Trump alimenta da quattro anni, prima come candidato e poi da presidente. È ineluttabile che i democratici accusino il capo dello Stato di infiammare l'odio, di cavalcare il razzismo. Nelle ultime settimane Trump ha lanciato un altro slogan, da quando intima "tornate nei vostri Paesi" ad alcune deputate democratiche appartenenti a minoranze etniche (molte di quelle parlamentari in realtà sono nate negli Stati Uniti). L'urlo "Get back to where you come from" è diventato un leitmotiv dei fan di Trump nei comizi. Di sicuro questo non è un leader che riunisce e riconcilia un'America lacerata e turbata.
E tuttavia bisogna essere cauti prima di stabilire nessi causa-effetto, tra i discorsi ideologici e gli spari. Le stragi multiple accadevano sotto Barack Obama, che di certo non incitava al razzismo. Ci furono negli otto anni di Obama sparatorie che prendevano di mira di volta in volta i neri, gli ebrei, i gay. Ci furono stragi di marca jihadista, e sarebbe stato sbagliato collegarle a qualche scelta compiuta da Obama in Medio Oriente. Ci furono poi stragi "a caso" come la sparatoria ad un concerto di Las Vegas, i cui moventi restano tuttora un mistero. Fare del facile sociologismo, ricondurre l'odio a questa o quella stagione politica, è un espediente comodo per chi cerca di trasformare ogni tragedia in propaganda per la propria causa. Inoltre si rischia di dimenticare la strage silenziosa di tutti i giorni: in certe zone d'America si muore molto più che altrove uccisi dalle armi da fuoco nelle violenze di strada, nei regolamenti tra gang, negli omicidi domestici.
Il razzismo è una piaga antica nella nazione che fu macchiata dallo schiavismo, poi insanguinata da una guerra civile per liberarsene. Ma la questione razziale divide anche la sinistra. Lo si è visto nei duri scambi di accuse tra due candidati alla nomination democratica, Joe Biden e Kamala Harris, sull'esperimento del busing (dopo le conquiste sui diritti civili e la fine del segregazionismo si tentò di operare l'integrazione scolastica spostando forzosamente bambini di colore dai ghetti neri verso i quartieri bianchi, il pendolarismo quotidiano in autobus suscitò forti resistenze nella classe operaia bianca che vota democratico; come sempre i bianchi ricchi ne furono esenti grazie al "segregazionismo economico" delle scuole private di élite).
Perciò un'altra tentazione, più che comprensibile vista la complessità delle cause della violenza, è quella di agire sui sintomi. Fermo restando che un presidente non deve mai incitare alla divisione; fermo restando che i giacimenti di odio e di risentimento sono molteplici, si dovrebbe almeno limitare quell'anomalia tutta americana che è la disponibilità di armi. L'ultimo presidente al quale si può riconoscere il merito di aver posto un limite - la messa al bando temporanea delle armi semi-automatiche - fu il democratico Bill Clinton. Nonostante le molte stragi durante i suoi due mandati, Obama non riuscì a fare nulla. Mancano maggioranze al Congresso per imporre limiti. Mancano soprattutto maggioranze nei singoli Stati, dove il federalismo assegna più poteri su questa materia. I movimenti giovanili che nacquero dopo le stragi nelle scuole non sono stati capaci di spostare rapporti di forze nelle assemblee legislative, locali o nazionali.
Non è solo uno scontro fra destra e sinistra, né fra "i bianchi e gli altri". Nei quartieri degradati e violenti di Chicago, Oakland e altre metropoli, non poche donne e afroamericani rivendicano il diritto all'autodifesa col possesso di armi. Un'idea più che legittima è spostare lo scontro dal terreno valoriale a quello economico, rendendo finalmente responsabili in sede civile i fabbricanti e i rivenditori di armi: che paghino per le stragi. Purtroppo sul Secondo Emendamento e l'interpretazione più retriva del diritto ad armarsi vigila la Corte Suprema con una maggioranza repubblicana. Non si vedono soluzioni all'orizzonte, è la tragica constatazione.
È inevitabile collegare il "Manifesto anti-immigrati" e le polemiche sul Muro col Messico che Donald Trump alimenta da quattro anni, prima come candidato e poi da presidente. È ineluttabile che i democratici accusino il capo dello Stato di infiammare l'odio, di cavalcare il razzismo. Nelle ultime settimane Trump ha lanciato un altro slogan, da quando intima "tornate nei vostri Paesi" ad alcune deputate democratiche appartenenti a minoranze etniche (molte di quelle parlamentari in realtà sono nate negli Stati Uniti). L'urlo "Get back to where you come from" è diventato un leitmotiv dei fan di Trump nei comizi. Di sicuro questo non è un leader che riunisce e riconcilia un'America lacerata e turbata.
E tuttavia bisogna essere cauti prima di stabilire nessi causa-effetto, tra i discorsi ideologici e gli spari. Le stragi multiple accadevano sotto Barack Obama, che di certo non incitava al razzismo. Ci furono negli otto anni di Obama sparatorie che prendevano di mira di volta in volta i neri, gli ebrei, i gay. Ci furono stragi di marca jihadista, e sarebbe stato sbagliato collegarle a qualche scelta compiuta da Obama in Medio Oriente. Ci furono poi stragi "a caso" come la sparatoria ad un concerto di Las Vegas, i cui moventi restano tuttora un mistero. Fare del facile sociologismo, ricondurre l'odio a questa o quella stagione politica, è un espediente comodo per chi cerca di trasformare ogni tragedia in propaganda per la propria causa. Inoltre si rischia di dimenticare la strage silenziosa di tutti i giorni: in certe zone d'America si muore molto più che altrove uccisi dalle armi da fuoco nelle violenze di strada, nei regolamenti tra gang, negli omicidi domestici.
Il razzismo è una piaga antica nella nazione che fu macchiata dallo schiavismo, poi insanguinata da una guerra civile per liberarsene. Ma la questione razziale divide anche la sinistra. Lo si è visto nei duri scambi di accuse tra due candidati alla nomination democratica, Joe Biden e Kamala Harris, sull'esperimento del busing (dopo le conquiste sui diritti civili e la fine del segregazionismo si tentò di operare l'integrazione scolastica spostando forzosamente bambini di colore dai ghetti neri verso i quartieri bianchi, il pendolarismo quotidiano in autobus suscitò forti resistenze nella classe operaia bianca che vota democratico; come sempre i bianchi ricchi ne furono esenti grazie al "segregazionismo economico" delle scuole private di élite).
Perciò un'altra tentazione, più che comprensibile vista la complessità delle cause della violenza, è quella di agire sui sintomi. Fermo restando che un presidente non deve mai incitare alla divisione; fermo restando che i giacimenti di odio e di risentimento sono molteplici, si dovrebbe almeno limitare quell'anomalia tutta americana che è la disponibilità di armi. L'ultimo presidente al quale si può riconoscere il merito di aver posto un limite - la messa al bando temporanea delle armi semi-automatiche - fu il democratico Bill Clinton. Nonostante le molte stragi durante i suoi due mandati, Obama non riuscì a fare nulla. Mancano maggioranze al Congresso per imporre limiti. Mancano soprattutto maggioranze nei singoli Stati, dove il federalismo assegna più poteri su questa materia. I movimenti giovanili che nacquero dopo le stragi nelle scuole non sono stati capaci di spostare rapporti di forze nelle assemblee legislative, locali o nazionali.
Non è solo uno scontro fra destra e sinistra, né fra "i bianchi e gli altri". Nei quartieri degradati e violenti di Chicago, Oakland e altre metropoli, non poche donne e afroamericani rivendicano il diritto all'autodifesa col possesso di armi. Un'idea più che legittima è spostare lo scontro dal terreno valoriale a quello economico, rendendo finalmente responsabili in sede civile i fabbricanti e i rivenditori di armi: che paghino per le stragi. Purtroppo sul Secondo Emendamento e l'interpretazione più retriva del diritto ad armarsi vigila la Corte Suprema con una maggioranza repubblicana. Non si vedono soluzioni all'orizzonte, è la tragica constatazione.