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La ferocia e la viltà

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"Il Salvi-Maio va avanti. Non sa dove andare, comunque ci va. Rissoso e confuso, con una maggioranza risicata e già esausta, procede a strappi e rattoppi, a colpi di miccette digitali e petardi ideologici"
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Sul filo di lana, a boccate di olio di ricino, e per un pugno di voti. Ma alla fine questo criminogeno decreto sicurezza-bis, almeno lui, entra in porto. Con la giusta preoccupazione di Mattarella, che lo firmerà per dovere costituzionale ma senza nascondere i suoi dubbi sull'abnorme inasprimento delle pene per chi soccorre i migranti. Ma con la feroce gioia di Salvini, che ancora ebbro dei fumi alcolici e psichedelici del Viminale Beach dice "non vedo rischi per la libertà di stampa" dopo aver tacciato di pedofilia un cronista colpevole solo di aver fatto il suo lavoro. E con la pusillanime quiescenza di Di Maio, che per restare abbarbicato alle poltrone ministeriali e agli scranni parlamentari sarebbe pronto a firmare qualunque nefandezza leghista, fosse pure la pena capitale per chi non ha in casa un rosario. Dunque, il Salvi-Maio va avanti. Non sa dove andare, comunque ci va. Rissoso e confuso, con una maggioranza risicata e già esausta, procede …
Sul filo di lana, a boccate di olio di ricino, e per un pugno di voti. Ma alla fine questo criminogeno decreto sicurezza-bis, almeno lui, entra in porto. Con la giusta preoccupazione di Mattarella, che lo firmerà per dovere costituzionale ma senza nascondere i suoi dubbi sull'abnorme inasprimento delle pene per chi soccorre i migranti. Ma con la feroce gioia di Salvini, che ancora ebbro dei fumi alcolici e psichedelici del Viminale Beach dice "non vedo rischi per la libertà di stampa" dopo aver tacciato di pedofilia un cronista colpevole solo di aver fatto il suo lavoro. E con la pusillanime quiescenza di Di Maio, che per restare abbarbicato alle poltrone ministeriali e agli scranni parlamentari sarebbe pronto a firmare qualunque nefandezza leghista, fosse pure la pena capitale per chi non ha in casa un rosario. Dunque, il Salvi-Maio va avanti. Non sa dove andare, comunque ci va. Rissoso e confuso, con una maggioranza risicata e già esausta, procede a strappi e rattoppi, a colpi di miccette digitali e petardi ideologici. Per il Carroccio c'è sempre una Tav a "mettere a repentaglio l'esecutivo", per il Movimento c'è sempre un salario minimo a fare da "prova del fuoco" dell'alleanza. Per tutti, c'è sempre un inutile ma palingenetico "altrove" da inseguire. Pur di tirare a campare senza tirare le cuoia. E soprattutto di non guardare nel pozzo della realtà, che invece è fatta di crisi economiche e miserie politiche. Debito pubblico in aumento e traffici di sottobosco in hotel moscoviti, produzione industriale in picchiata e moto d'acqua della polizia usate quelle sì come "taxi del mare", crescita zero e "mandati zero".

Giuseppe Conte governa questo nulla. Tra una "interlocuzione" e l'altra, e in attesa di giocarsi a dadi il Paese con una mostruosa manovra d'autunno. "Coalizioni del caos": la formula coniata dall'ultimo numero dell'Economist sembra tagliata su misura per l'Italia. Il settimanale inglese la estende giustamente a quasi tutte le democrazie occidentali moderne. Negli Usa Trump ha già dovuto gestire due "shutdown", il secondo dei quali è stato il più lungo della storia americana. Nella Gran Bretagna di Brexit si è votato nel 2017, la May si è appena dimessa e Westminster è ormai "alla bottiglia di gin". In Spagna si è votato tre volte dal 2015, e già pare in vista una quarta elezione. In Svezia si è votato da poco e ci sono voluti quattro mesi per far nascere un governo di minoranza. Nella Repubblica Ceca, dopo le elezioni del 2018, ne sono serviti otto (contro i nostri tre mesi). Viviamo un'epoca di instabilità endemica: nei ventotto stati membri della Ue quasi un terzo dei Parlamenti insediati è frutto di elezioni anticipate, e a parte la Francia (dove Macron è all'Eliseo grazie a un quarto dei consensi ottenuti al primo turno e al 65% al secondo), tutti gli altri Paesi sono guidati da governi di coalizione.

Secondo l'Economist, questa situazione sta generando modelli di diffusa "ingovernabilità. Che non vuol dire anarchia politica né rivolta sociale. Piuttosto, un'incapacità dei governi di produrre risultati concreti, che cambiano davvero le condizioni materiali di vita dei cittadini. I governanti galleggiano, senza riuscire a fare nulla di realmente "significativo e importante" per i governati. L'Italia è l'idealtipo di questa vacua "ingovernabilità". Esaurita la "spinta propulsiva" delle leggi-bandiera (reddito di cittadinanza e Quota 100), al di là degli slogan da balcone ("il potere al popolo", "abbiamo abolito la povertà", "a morte le élite e i poteri forti"), scontato il radicalismo purificatore di misure puramente simboliche (come il taglio dei vitalizi) o penosamente securitarie (come le supermulte per le Ong): cosa resta della grande promessa dei due populismi, nati antagonisti e finiti alleai?

Niente, se non il conflitto quotidiano tra due forze troppo disomogenee, e tenute insieme solo dal cemento del "vaffa" e del "me ne frego". Un impasto di qualunquismo anti-sistema: tendenzialmente illiberale (per non dire dispotico) e naturalmente di destra (per non dire fascistoide). Il governo gialloverde appare sempre più simile al "Gulliver incatenato" di cui parla Yves Meny (Popolo, ma non troppo, Il Mulino). Avevano annunciato una "Rivoluzione", sono a un passo dall'implosione. Fiaccati dallo scontro quotidiano e dall'idra burocratica che non sanno ammaestrare. Condannati alla paralisi dell'azione pubblica dalle reciproche interdizioni e dalle rispettive incompetenze. Con un Parlamento ridotto a teatro di ombre (secondo la visione più moderata) o a bivacco di manipoli (secondo la visione più resistenziale). E con un Web che per ora, grazie alla Bestie di Morisi e al Rousseau di Casaleggio agisce come collettore del consenso politico, ma in prospettiva evolverà fatalmente in incubatore del malcontento sociale.

Come affrontare i nodi d'autunno, in un simile caos, nessuno sa dirlo. Meno che mai i leader, coalizzati sempre più riottosi e riluttanti. La Flat Tax e le clausole Iva, i cantieri delle grandi opere, la pseudo-riforma della giustizia, l'autonomia differenziata. L'Intifada gialloverde esplode ogni giorno su tutto. A conferma di un'alleanza innaturale fin dall'inizio, che associa il bullismo dell'ultradestra salviniana (trasformata in egemonia culturale) e il nullismo della pseudo-sinistra grillina (degenerata in entropia identitaria). Avevano spacciato il "contratto di governo" come una svolta epocale, che il resto del mondo ci avrebbe non solo invidiato, ma addirittura "copiato". Era chiaramente un trucco da apprendisti stregoni, come se la politica non fosse carne e sangue, ma scartoffia da avvocati. Eppure, quel "contratto" conteneva già il riconoscimento implicito del suo palese velleitarismo. Ormai non lo ricorda più nessuno, e meno che mai i contraenti, ma quel patto del maggio 2018 prevede il famoso 'Comitato di conciliazione', garanzia di tenuta di "tutta la politica dell'esecutivo".

"In caso di contrasto - c'è scritto nel testo - le parti si impegnano a discuterne con la massima sollecitudine, e nel rispetto dei principi di buona fede e leale cooperazione...". E poi, nel comma successivo: "Nel caso in cui le divergenze persistano, verrà convocato il 'Comitato di conciliazione'... che si attiverà in tempo utile per raggiungere un'intesa e suggerire le scelte conseguenti...". Questo hanno scritto e firmato insieme, Salvini e Di Maio. Con la regia di Conte, l'azzeccagarbugli del popolo. Per come sono andate, stanno andando e andranno le cose, quel 'Comitato di Conciliazione' dovrebbe aver funzionato sempre, e dovrebbe ancora funzionare in modo permanente, ventiquattrore su ventiquattro. Ma com'è evidente, non si concilia l'inconciliabile. E a Palazzo Chigi, ormai, non c'è più niente da conciliare se non la paura. Quella di Salvini di governare da solo, e quella di Di Maio di non governare mai più.