Quel che resta di Obama
Ian Buruma , di IAN BURUMAConsigli ai democratici per battere Trump: attaccare il penultimo inquilino della Casa Bianca è un errore. E va rivista anche la battaglia sul razzismo del presidente
Donald Trump ha sistematicamente insultato messicani, afro-americani e altre persone di colore. Ha definito alcune nazioni dell'Africa e dell'America Latina dei "cessi di Paesi". Ha invitato quattro nuove deputate al Congresso - che rispondono ai nomi di Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e Ilhan Omar - a "tornarsene da dove sono venute". Naturalmente le quattro sono cittadine americane.
I sostenitori repubblicani di Trump negano che il presidente sia razzista. Chi può saperlo? In ogni caso, è evidente che egli stia facendo leva sugli istinti più bassi dei suoi sostenitori. Istinti che si fondano sulla rabbia, la vendetta, l'intolleranza e il pregiudizio al punto da poter essere definiti in un solo modo: razzisti. Trump fomenta l'odio nella speranza di riuscire a mobilitare un numero di elettori sufficiente a rieleggerlo alla Casa Bianca. E merita di essere chiamato razzista. Alcuni dei suoi detrattori si …
I sostenitori repubblicani di Trump negano che il presidente sia razzista. Chi può saperlo? In ogni caso, è evidente che egli stia facendo leva sugli istinti più bassi dei suoi sostenitori. Istinti che si fondano sulla rabbia, la vendetta, l'intolleranza e il pregiudizio al punto da poter essere definiti in un solo modo: razzisti. Trump fomenta l'odio nella speranza di riuscire a mobilitare un numero di elettori sufficiente a rieleggerlo alla Casa Bianca. E merita di essere chiamato razzista. Alcuni dei suoi detrattori si …
Donald Trump ha sistematicamente insultato messicani, afro-americani e altre persone di colore. Ha definito alcune nazioni dell'Africa e dell'America Latina dei "cessi di Paesi". Ha invitato quattro nuove deputate al Congresso - che rispondono ai nomi di Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e Ilhan Omar - a "tornarsene da dove sono venute". Naturalmente le quattro sono cittadine americane.
I sostenitori repubblicani di Trump negano che il presidente sia razzista. Chi può saperlo? In ogni caso, è evidente che egli stia facendo leva sugli istinti più bassi dei suoi sostenitori. Istinti che si fondano sulla rabbia, la vendetta, l'intolleranza e il pregiudizio al punto da poter essere definiti in un solo modo: razzisti. Trump fomenta l'odio nella speranza di riuscire a mobilitare un numero di elettori sufficiente a rieleggerlo alla Casa Bianca. E merita di essere chiamato razzista. Alcuni dei suoi detrattori si spingono oltre, sino ad affermare che la questione della razza dovrebbe occupare un posto di primissimo piano nella campagna elettorale per le elezioni del 2020. Pur essendo moralmente giustificata, una scelta simile potrebbe non rappresentare il metodo più efficace per cacciare quel mascalzone di Trump dalla Casa Bianca. Ad alcune persone essere definite razziste non dispiace. Molti sostenitori di Trump però non si considerano razzisti né vogliono essere ritenuti tali. Sono in buona parte bianchi e in passato hanno votato per Barack Obama. I democratici devono riconquistare almeno in parte questi elettori, soprattutto se abitano nei decisivi Stati del Midwest.
Il timore di offendere quei sostenitori di Trump che non si considerano estremisti non rappresenta tuttavia l'unico motivo che induce alla cautela e ad astenersi dall'incentrare ancora di più l'intera linea politica sul tema della razza. Il fatto che Trump abbia scelto quella direzione non significa che i suoi oppositori debbano fare altrettanto: è proprio la commistione di razza, ceto e cultura che rende la politica Usa tanto complicata.
Il senatore Lindsey Graham ha criticato Trump per aver attaccato in maniera personale le quattro giovani deputate del Congresso, ma definirle "un gruppo di comuniste", come lo stesso Graham ha fatto, è indicativo di un particolare modo di pensare. Secondo i parametri applicati dalla maggioranza degli americani americani, le quattro donne potrebbero essere considerate di sinistra, ma non certo comuniste. In alcuni ambienti della destra il comunismo (così come il socialismo) è ritenuto intrinsecamente "anti-americano". La questione della razza gioca, naturalmente, un ruolo importante nelle guerre culturali americane. E il concetto di "privilegio bianco" non è del tutto privo di fondamento. Ma la posizione di chi interpreta le spaccature politiche, sociali e culturali in chiave prevalentemente razziale ha una visione troppo... in bianco e nero. Facendo dell'opposizione al privilegio bianco la piattaforma principale della lotta a Trump si rischia non solo di alienare quegli elettori che i democratici hanno bisogno di avere dalla propria parte, ma anche di aizzare gli uni contro gli altri i democratici.
Joe Biden non è certo un candidato ideale per i democratici: è troppo anziano e non ha i riflessi abbastanza pronti. Ma attaccarlo, e addirittura esigere che si scusi per aver dichiarato di essere riuscito, in passato, a lavorare con dei colleghi animati da pregiudizi razziali che lui ovviamente non condivideva, è un errore. Lavorare con persone di cui non condividiamo (o di cui addirittura aborriamo) i valori rientra nella natura stessa della politica.
Biden viene criticato dai suoi oppositori più giovani per non essere al passo con i tempi attuali. Un fatto, questo, che Biden ha trovato "curioso". E non ha tutti i torti: Obama era infatti riuscito ad imporsi proprio minimizzando la questione della razza in politica. Alcuni dei suoi discorsi migliori erano incentrati su di essa, ma lui evitava accuratamente di fare di questo tema un punto focale. D'altronde non ne aveva bisogno: il fatto stesso che fosse stato eletto parlava chiaro. Obama rimane ad oggi più popolare di qualsiasi altro politico vivente.
Biden purtroppo non è Obama, ma il fatto che goda del sostegno degli elettori neri più di qualsiasi altro rivale, compresi quelli dalla pelle scura, dovrebbe suggerirci qualcosa. Se i democratici intendono sconfiggere Trump attaccando il suo predecessore lo fanno a proprio rischio.
(Traduzione di Marzia Porta)
I sostenitori repubblicani di Trump negano che il presidente sia razzista. Chi può saperlo? In ogni caso, è evidente che egli stia facendo leva sugli istinti più bassi dei suoi sostenitori. Istinti che si fondano sulla rabbia, la vendetta, l'intolleranza e il pregiudizio al punto da poter essere definiti in un solo modo: razzisti. Trump fomenta l'odio nella speranza di riuscire a mobilitare un numero di elettori sufficiente a rieleggerlo alla Casa Bianca. E merita di essere chiamato razzista. Alcuni dei suoi detrattori si spingono oltre, sino ad affermare che la questione della razza dovrebbe occupare un posto di primissimo piano nella campagna elettorale per le elezioni del 2020. Pur essendo moralmente giustificata, una scelta simile potrebbe non rappresentare il metodo più efficace per cacciare quel mascalzone di Trump dalla Casa Bianca. Ad alcune persone essere definite razziste non dispiace. Molti sostenitori di Trump però non si considerano razzisti né vogliono essere ritenuti tali. Sono in buona parte bianchi e in passato hanno votato per Barack Obama. I democratici devono riconquistare almeno in parte questi elettori, soprattutto se abitano nei decisivi Stati del Midwest.
Il timore di offendere quei sostenitori di Trump che non si considerano estremisti non rappresenta tuttavia l'unico motivo che induce alla cautela e ad astenersi dall'incentrare ancora di più l'intera linea politica sul tema della razza. Il fatto che Trump abbia scelto quella direzione non significa che i suoi oppositori debbano fare altrettanto: è proprio la commistione di razza, ceto e cultura che rende la politica Usa tanto complicata.
Il senatore Lindsey Graham ha criticato Trump per aver attaccato in maniera personale le quattro giovani deputate del Congresso, ma definirle "un gruppo di comuniste", come lo stesso Graham ha fatto, è indicativo di un particolare modo di pensare. Secondo i parametri applicati dalla maggioranza degli americani americani, le quattro donne potrebbero essere considerate di sinistra, ma non certo comuniste. In alcuni ambienti della destra il comunismo (così come il socialismo) è ritenuto intrinsecamente "anti-americano". La questione della razza gioca, naturalmente, un ruolo importante nelle guerre culturali americane. E il concetto di "privilegio bianco" non è del tutto privo di fondamento. Ma la posizione di chi interpreta le spaccature politiche, sociali e culturali in chiave prevalentemente razziale ha una visione troppo... in bianco e nero. Facendo dell'opposizione al privilegio bianco la piattaforma principale della lotta a Trump si rischia non solo di alienare quegli elettori che i democratici hanno bisogno di avere dalla propria parte, ma anche di aizzare gli uni contro gli altri i democratici.
Joe Biden non è certo un candidato ideale per i democratici: è troppo anziano e non ha i riflessi abbastanza pronti. Ma attaccarlo, e addirittura esigere che si scusi per aver dichiarato di essere riuscito, in passato, a lavorare con dei colleghi animati da pregiudizi razziali che lui ovviamente non condivideva, è un errore. Lavorare con persone di cui non condividiamo (o di cui addirittura aborriamo) i valori rientra nella natura stessa della politica.
Biden viene criticato dai suoi oppositori più giovani per non essere al passo con i tempi attuali. Un fatto, questo, che Biden ha trovato "curioso". E non ha tutti i torti: Obama era infatti riuscito ad imporsi proprio minimizzando la questione della razza in politica. Alcuni dei suoi discorsi migliori erano incentrati su di essa, ma lui evitava accuratamente di fare di questo tema un punto focale. D'altronde non ne aveva bisogno: il fatto stesso che fosse stato eletto parlava chiaro. Obama rimane ad oggi più popolare di qualsiasi altro politico vivente.
Biden purtroppo non è Obama, ma il fatto che goda del sostegno degli elettori neri più di qualsiasi altro rivale, compresi quelli dalla pelle scura, dovrebbe suggerirci qualcosa. Se i democratici intendono sconfiggere Trump attaccando il suo predecessore lo fanno a proprio rischio.
(Traduzione di Marzia Porta)