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(ansa)

Se Diabolik diventa santo

I funerali privati imposti dal questore alle sei del mattino vogliono evitare la celebrazione collettiva per il capo ultrà
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Ucciso come un boss e celebrato quasi come un santo. A leggere le cronache e i messaggi di cordoglio per Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà assassinato di giorno su una panchina del Parco degli Acquedotti, a Roma con un solo colpo di pistola alla nuca, si ha l’impressione di avere a che fare con due persone diverse, accomunate certo da un’unica definizione possibile in questi casi, quella di vittima. Diabolik, come lo chiamavano, lo è senz’altro. Ma non è vittima del caso, non è morto per una tragica fatalità. È stato ucciso per ragioni ancora non chiare nel dettaglio ma evidenti nel contesto. L’assassinio è maturato dentro uno scontro per il controllo del traffico degli stupefacenti a Roma, ramo nel quale Piscitelli si era ritagliato un ruolo importante che forse gli stava già troppo stretto. Forte di solide alleanze, di una rete che spaziava dai contatti con clan di camorra a vecchi camerati, probabilmen…
Ucciso come un boss e celebrato quasi come un santo. A leggere le cronache e i messaggi di cordoglio per Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà assassinato di giorno su una panchina del Parco degli Acquedotti, a Roma con un solo colpo di pistola alla nuca, si ha l’impressione di avere a che fare con due persone diverse, accomunate certo da un’unica definizione possibile in questi casi, quella di vittima. Diabolik, come lo chiamavano, lo è senz’altro. Ma non è vittima del caso, non è morto per una tragica fatalità. È stato ucciso per ragioni ancora non chiare nel dettaglio ma evidenti nel contesto. L’assassinio è maturato dentro uno scontro per il controllo del traffico degli stupefacenti a Roma, ramo nel quale Piscitelli si era ritagliato un ruolo importante che forse gli stava già troppo stretto. Forte di solide alleanze, di una rete che spaziava dai contatti con clan di camorra a vecchi camerati, probabilmente scalpitava, forse urtando interessi che in quel mondo si difendono solo con il piombo.

L’idea che i suoi funerali dovessero essere pubblici era accompagnata dalla certezza che solo in quel modo chi lo ha conosciuto sugli spalti e negli stadi, ne ha ammirato il tratto da leader della tifoseria, potesse esorcizzarne non già la morte ma le ragioni della sua fine e i suoi trascorsi e il suo presente, per così dire, extrasportivi, le sue opache fortune che gli erano valse un sequestro milionario che non aveva resistito alle successive prove giudiziarie, l’andare in giro con guardaspalle e scagnozzi, la trama dei suoi affari tutt’altro che limpidi.
Proprio questo effetto straniante di rimozione sembra aver voluto evitare il questore di Roma e, con grande disappunto della famiglia, ha imposto esequie in forma privata alle sei del mattino.

Il mondo delle curve, affratellato da una comune militanza capace di superare gli steccati quando di mezzo non c’è il pallone, era pronto, e probabilmente lo sarà ancora, a violare ogni prescrizione.

Lo ha annunciato sui social, lo ha ribadito nel presidio del club degli Irriducibili al Tuscolano, davanti alla gigantesca croce celtica che troneggia nel piazzale dove ha anche sede Forza Nuova. Lo ha scritto sugli striscioni.

I congiunti di Piscitelli hanno scelto la via perdente del Tar che ha respinto la richiesta di sospendere l’efficacia del provvedimento della questura e quella della carità cristiana.
La moglie si è rivolta al Pontefice con un appello all’ascolto delle proprie ragioni, invocando un rito religioso che non le era stato negato, ma semmai sottoposto ai vincoli che nel linguaggio della polizia si riassumono nelle esigenze di ordine pubblico.

Dietro quella espressione c’è la necessità di evitare che i funerali di Piscitelli diventassero l’ennesima occasione per un gigantesco rito di mitizzazione criminale.

Vedova e figlie hanno il diritto di piangere il loro caro, di sorvolare sulle sue responsabilità in vita, di coltivarne un ricordo privato e di onorarne la memoria come credono. Questo diritto non è stato loro negato, anche se sdegnosamente hanno annunciato che non andranno alle esequie e hanno invitato gli amici a disertare un evento che non era quello che volevano.
In una città che ha già visto volare petali giù da un elicottero e sfilare una carrozza trainata da sei cavalli per ricordare il padrino dei Casamonica — i cui eredi erano tra gli invitati alla festa di nozze della figlia di Piscitelli — la decisione della questura ha avuto l’effetto di una scelta preventiva. I precedenti non mancano. Di funerali pubblici negati, come anche di improvvidi tributi alle salme di mammasantissima, del resto, sono pieni gli annali. È vero, Piscitelli, pur essendoci andato vicino, come ha ricordato la moglie, non aveva riportato condanne per mafia. Ma questo tuttavia non gli ha risparmiato una fine all’altezza di quel sospetto.